La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Wunderkammer. L’epoca d’oro.

Riccardo Di Vincenzo, originariamente edito in Charta, 164, pp. 36-41.

Wunderkammer: Immaginate di trovarvi in una stanza dal cui soffitto pendano un coccodrillo, uno squalo e un’iguana, che alle pareti vi siano armadi a vetrina contenenti coralli multiformi, collezioni di conchiglie variopinte, esemplari di piante essiccate, animali da bestiario, corna a spirale di unicorni marini (oggi, narvali), uccelli strani, stelle marine e pesci imbalsamati, provenienti da qualsiasi punto noto del globo.

Alle pareti: dipinti e ritratti di nani e giganti affiancati così da aumentare il contrasto di altezza, donne barbute, gemelli siamesi, cavalli del Nilo (oggi ippopotami), scene di caccia a cervi giganteschi e altre meraviglie. In una sala contigua vi sono manufatti strabilianti: cigni d’oro il cui corpo è formato da una conchiglia di nautilo, scheletri di avorio in miniatura, armature e corazze, armi orientali e maschere di giada, automi di legno e metallo, ricette di cure mediche misteriose e di rara efficacia, ritratti di gobbi di corte, disegni veritieri di mostri, e ogni possibile oggetto purché stupefacente.

Ebbene, non siete in un incubo, ma in una Wunderkammer, una Stanza delle Meraviglie. Una di quelle eclettiche stanze in cui i più curiosi tra i nobili, i ricchi mercanti e i naturalisti del Cinquecento e del Seicento erano soliti collezionare tutto quanto vi era di strano, esotico e stupefacente in natura, affiancandolo a manufatti prodotti con materiali rari da abilissimi artigiani, per il piacere personale, per stupire gli ospiti e per ricreare nel proprio castello un universo in miniatura, un “Theatrum Mundi”.

NATURALIA, ARTIFICIALIA, MIRABILIA: WUNDERKAMMER

Le Wunderkammern, che traevano origine dalla nascente curiosità scientifica alimentata anche dalla scoperta del nuovo mondo, possono essere considerate veri e propri musei ante litteram, in cui era raccolto, catalogato e classificato tutto ciò che vi era d’inusuale, di fantastico e stupefacente.

Nelle Wunderkammer affluivano materiali riconducibili a quattro grandi categorie: naturalia, vale a dire quell’insieme di minerali, coralli, piante e materiali strani ritrovati in natura, compresi gli animali più misteriosi ed esotici e tutte quelle creature che erano inusuali per l’ambiente europeo del Cinquecento;

artificialia, dipinti, sculture d’avorio, marchingegni meccanici, orologi e oggetti prodotti dall’uomo, prodigi di arte e artigianato che incantavano i visitatori per la loro mirabolante manifattura; gli ibridi, ossia quelle opere in cui l’artista integrava gli oggetti naturali con elementi artificiali, statuette sormontate da conchiglie di nautilo, lampade di vetro e oro sostenute da coralli;

infine la creazione vera e propria di oggetti fantastici non presenti in natura, basandosi sulla composizione di elementi esistenti ma estranei tra loro, creando ex novo una sorta di mondo parallelo. Spesso le opere prodotte muovevano dall’intento di creare armonia tra naturalia e artificialia, sia per il desiderio di stabilire una continuità fra arte e natura e sia per dimostrare l’esistenza di un principio unificante supremo, ma sempre all’insegna dello stupefacente.

Così in una Wunderkammer – com’è sottolineato nel volume “Naturalia et mirabilia” di Adalgisa Lugli – “il gusto della rarità e l’apprezzamento estetico convivono miracolosamente col bisogno di conoscere i grandi fenomeni della natura in un irripetibile punto di equilibrio tra arte e scienza.

Precedute nel Medioevo dalle raccolte di reliquie conservate nelle chiese medievali, le Wunderkammer – bizzarri e stupefacenti luoghi a metà tra il gabinetto scientifico e l’antro dello stregone – conobbero il periodo di massimo fulgore nel Seicento. L’antesignano fu, nel Cinquecento, Ferdinando II del Tirolo, che nel castello di Ambras, a Innsbruck, costituì una delle più preziose raccolte di naturalia e artificialia: la sua Wunderkammer, conservatasi bene fino ai giorni nostri, è considerata il prototipo di tutte le altre.

Nel Seicento, tra le figure più note si ricordano i botanici inglesi Tradescant, padre e figlio, che aprirono a Lambeth un museo di meraviglie, con un catalogo redatto dal figlio e da Elias Ashmole. Quest’ultimo ereditò la collezione per cederla, anni dopo, all’Università di Oxford. Così nel 1683, nacque l’Ashmolean Museum. Altra figura di rilievo fu il naturalista Ferrante Imperato a Napoli, la cui collezione fu dispersa dopo la morte del figlio.

Ulisse Aldrovandi, professore di storia naturale all’Università di Bologna, costituì una preziosa collezione enciclopedica, oltre a ottomila tavole raffiguranti ciò che non gli era stato possibile acquisire. Per rendere l’idea della vastità di questa collezione citiamo un dato dall’opera di Patrick Mauriès intitolata Le stanze delle meraviglie: “era conservata in due grandi armadi che avevano 4554 cassetti, in cui i cassetti più grandi si aprivano per svelare altri cassettini nascosti al loro interno”.

Alla sua morte, la collezione fu acquistata da Ferdinando Cospi, ricercatore alla corte dei Medici, che già collezionava antichità e idoli di provenienza egiziana e messicana. A Milano, invece, era attivo Manfredo Settala, fondatore di un Musaeum Septalianum. La sua fama era così solida e vasta che in occasione del funerale, celebrato in pompa magna, il corteo funebre fu fatto seguire da alcuni tra i pezzi più eccentrici della sua collezione.

I materiali del suo museo confluirono in gran parte tra i beni della Pinacoteca Ambrosiana, mentre un suo celebre automa diabolico è esposto al Castello Sforzesco di Milano. Altre figure di spicco furono Francesco Calzolari a Verona; Athanasius Kircher, tedesco di nascita, ma attivo a Roma; Ole Worm, che a Copenaghen raccolse una vasta collezione di naturalia; Conrad Gessner, a Basilea; Claude Du Molinet, bibliotecario del monastero di S.te Geneviève a Parigi; il medico Bernhard Paludanus, la cui collezione etnografica e di storia naturale fu acquistata dal duca di Gottorf.

Celebre fu pure la Wunderkammer dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, nipote di Ferdinando II del Tirolo. Per Rodolfo, che soffriva di lunghi periodi di depressione, il collezionismo enciclopedico fu quasi terapeutico e per rappresentare il “teatro del mondo”, i suoi emissari percorsero le rotte e le terre note in lungo e in largo, facendo confluire nella tenuta imperiale tutto ciò che di più strano potesse esistere, fino a costituire la più ricca Wunderkammer dell’epoca, da affiancare alla sua altrettanto celebre Kunstkammer (Stanza d’arte), che contava ottocento dipinti.

A fianco di queste figure di spicco, diffondendosi la moda della stanza delle meraviglie, vi furono centinaia di altri dotti intenzionati ad assecondare il filosofo Francesco Bacone, laddove questi riteneva indispensabile, per ogni gentiluomo erudito, possedere “in piccolo il modello della natura universale, reso privato”, compreso “ciò che si è prodotto per una singolarità fortuita e per l’arruffio delle cose…”.

Per risolvere il problema di come costituire una collezione ci si poteva sempre rivolgere alle pagine di un famoso trattato di collezionismo intitolato “Inscriptiones vel tituli theatri amplissimi”, completato nel 1565 dal belga Samuel Quiccheberg, in cui questi spiegava, tra l’altro, come “una persona di moderata fortuna” potesse provvedervi “senza incorrere in spese eccessive”.

WUNDERKAMMER: IL MERCATO DELLE MERAVIGLIE

Ben presto allo scopo scientifico si affiancò prepotentemente il piacere di stupirsi e stupire i propri ospiti con serpenti veri rivestiti d’oro, crocifissioni ricavate da coralli, volti di cera, scherzi di natura, mobiletti tempestati di pietre preziose, collezioni di pietre e conchiglie, gocce d’acqua racchiuse in gocce d’ambra, macabre composizioni di legno, manufatti d’avorio o di ossa, sculture naturali di foggia strana.

Nel Settecento, al contrario, si assistette a una progressiva diminuzione e trasformazione dell’interesse per le Wunderkammer, al punto che Louis-Sébastien Mercier, nel 1781, scrisse: “I nostri nobili sotto l’apparenza di collezionisti di curiosità, sono di fatto dei mercanti su grandissima scala di oggetti di seconda mano”. Adalgisa Lugli osservò come la diminuzione delle collezioni enciclopediche durante l’Illuminismo fosse virtualmente contemporanea all’ambizioso progetto dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert.

Da un lato, la curiosità enciclopedica dell’Illuminismo si concentrò su temi diversi dalle curiosità dei naturalia e degli artificialia, dall’altro l’apparire della scienza sperimentale, con la sua crescente specializzazione, provocò uno strano fenomeno. Per dirla con Mauriès: “Il concetto di stanza delle meraviglie cominciò a cambiare quando le differenze divennero più importanti delle similitudini”.

Questo portò allo smembramento delle grandi collezioni e alla loro riallocazione: i naturalia nei musei di storia naturale, e gli artificialia nelle pinacoteche. Questa nuova vita degli oggetti, negli ordinati musei e nelle pinacoteche, forse favorì le classificazioni e gli studi, ma a discapito dell’atmosfera misteriosa delle Wunderkammer. Non a caso, Roland Recht, nella prefazione al libro della Lugli, ha chiarito che una Wunderkammer non è la somma delle opere che la compongono, è un universo in miniatura in cui il collezionista intendeva restituire “la ricchezza infinita del mondo”.

Ogni Wunderkammer può essere paragonata a una singola opera d’arte, perciò non è né divisibile né smembrabile. Per rendersene conto è sufficiente confrontare la diversa esperienza di un visitatore di fronte a qualche reperto proveniente dalle collezioni disperse, che langue malinconicamente in fondo a un museo, con quella che prova il medesimo visitatore nella Wunderkammer del Castello di Ambras.

Certo, i singoli oggetti che vi si affollano – si tratti di una deliziosa scultura, della corazza di un soldato alto più di due metri o del ritratto di un uomo vissuto con una lancia conficcata nell’occhio, recisa in modo da ridurne l’ingombro – possono stupire o non stupire, perché i confini dell’esotico si sono spostati e uno squalo appeso al soffitto stupiva un signorotto del Seicento, non noi. Per questo l’esperienza più intensa, più emozionante è data proprio dall’atmosfera dell’intera Wunderkammer.

Entrare in quelle sale non è vedere oggetti, è entrare in un mondo, compiere un viaggio nel tempo. Per inciso, si racconta che l’uomo con la lancia nell’occhio fosse stato ferito in battaglia o in un torneo cavalleresco, e che quando i chirurghi, un anno dopo, gliela estrassero, morì. Con la scomparsa delle Wunderkammer svanirono il sogno del collezionista di concentrare e possedere tutto il mondo in uno spazio domestico, e la pretesa di una percezione globale basata sull’idea filosofica di un “tutto” unico.

Non c’era più spazio per un mondo in cui scienza, magia e arte potevano ancora convivere. La scienza, imboccando con decisione la via della specializzazione dei saperi, trovava di ostacolo uno spazio che racchiudeva in sé la natura nelle sue forme più selvagge e l’arte nelle sue manifestazioni più audaci.

In ricordo di Adalgisa Lugli.

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