La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

I Turlino, una dinastia di editori

Giancarlo Petrella, originariamente edito in Charta, 118, pp. 28-33.

La famiglia Turlino, con il naturale succedersi delle generazioni, seppe coltivare l’arte tipografica a Brescia lungo l’arco di due secoli, scanditi da una produzione vivace e particolarmente incline, soprattutto nei primi decenni, a quelle edizioni che possiamo definire di largo consumo. L’attività tipografica fu avviata intorno al 1530, allorché i fratelli Giacomo Filippo e Damiano, fino ad allora dediti probabilmente al commercio della carta o alla vendita al dettaglio di libri altrui, si trasferirono dal piccolo borgo di Cigole a Brescia, dove rilevarono la bottega di Giovanni Antonio Bresciano sita apud Portam Sancti Stephani.

TURLINO: DEVOTE LETTURE

Le prime edizioni a noi note recano la data del 1531: rispettivamente il Rimario petrarchesco di Giovanni Maria Lanfranchi e il diffuso manualetto di apprendimento scolastico Doctrinale di Alexandre de Villedieu, entrambi sottoscritti dal solo Giacomo Filippo. L’anno dopo giunse anche la prima commessa: il bresciano Bartolomeo Maschera e il libraio Pietro Antonio da Piacenza si rivolgevano ai fratelli Turlino per far stampare la raccolta poetica di Michele Marullo.

Risalgono a questi primi anni una serie di edizioncine, sopravvissute in un numero assai esiguo di esemplari, rivolte al mercato popolare piuttosto che a quello erudito-religioso già appannaggio di altri e più agguerriti colleghi, primi fra tutti i Britannico. Avrà certamente goduto di facile e immediato smercio presso il popolino minuto la bella edizione di una quarantina di carte della Legenda overo passione de li sancti martyri Faustino e Jovita cavalieri de Christo impressa nel 1534.

I Turlino, come si evince dalla nuncupatoria ai lettori (c. A1v), riproponevano ai devoti bresciani digiuni di latino la versione volgare della Passio dei santi patroni a distanza di alcuni anni dalla princeps licenziata nel 1490 da Battista Farfengo e dalla versione latina impressa nel 1511 col titolo di Passio sanctorum Faustini et Jovitae da Giovanni Antonio Bresciano:

“Siando io diversamente stimulato de cercar la istoria deli gloriosi martiri de Cristo Faustino e Jovita e stamparla […] ma da poi vedendo io la dicta istoria tanto de latina peritia quanto restricto parlare talmente esser exposta che saria a molti de poco fructo, procurava ancora farla tradure in vulgar. Ma persuaso da molti quali dicevano esser melio stampar una antiqua copia vulgar più diffusa, me acostai al iudicio loro parte per adimpir el desiderio de molte persone devote quale aspetano questo per saper la memorabile victoriosa battalia de questi valenti cavalieri de Iesu Cristo, parte anche per levarmi de così grave cogitazione”.

Al recto della prima carta, per attirare i lettori, sceglievano di introdurre una suggestiva silografia raffigurante sant’Apollonio nell’atto di benedire i due martiri patroni disposti ai lati della cattedra episcopale. Leggendo il libro, a c. A5v, i lettori si sarebbero quindi imbattuti in una seconda silografia ancora di soggetto agiografico bresciano, raffigurante sant’Afra con la palma del martirio tra un leone e un drago ai suoi piedi.

Curiosamente la dinastia Turlino, nel corso dei decenni, tornerà a soddisfare le richieste dei concittadini devoti ai santi patroni: Policreto Turlino nel 1588 stampò una nuova edizione de La vera historia della passione de’ gloriosi martiri et cavalieri di Christo santi Faustino et Giovita a istanza del libraio Giovan Battista Borella; nel 1670 fu Giacomo Turlino a pubblicare tre contributi di Bernardino Faino sull’argomento.

TURLINO, GHIOTTONERIE IN OTTAVO

Devote letture, ma non solo. Nel 1537 Giacomo Filippo e Damiano firmarono un libretto nell’agile formato dell’ottavo (A-F8) destinato a finire nelle tasche di serve e massaie: l’Epulario di Jean de Roussel (cuoco di origini francesi), meglio noto in Italia come Giovanni Rosselli, prometteva di insegnare “el modo de cucinare ogni carne, ucelli, pesci de ogni sorte, e fare sapori, torte e pastelli al modo de tutte le provintie” (l’unico esemplare censito da Edit16 è il seguente Brescia, Biblioteca Queriniana, Cinq. HH 12: legatura moderna in marocchino nocciola con cornice perimetrale ai piatti in oro e titulus impresso in oro al dorso; nota di possesso coeva “questo libro resta nella biblioteca del nob. D. Gabriel Scovoli”).

Si inizia col “dare a intendere quale carne si debia fare arosto e quale a lesso” e con i consigli “per cuocere caponi pavoni fagiani e altre volatile”, si legge quindi una delle più antiche testimonianze scritte di un classico della cucina veneta (“per fare bona peverata”), si prosegue con “duodece menestre al modo catelano […] macaroni romaneschi”, quindi con il “libro quarto per cuocere ogni sorte di pesce” e si conclude un ipotetico pantagruelico banchetto con le ricette per “composta de fichi cordialissimi” e “aceto forte e presto”.

A questo punto un indispensabile e modernissimo indice finale su ben nove pagine consentiva di rintracciare rapidamente la ricetta desiderata. Proseguendo sulla stessa linea editoriale, probabilmente nel 1554, l’officina Turlino immise sul mercato un’opera linguisticamente straordinaria, considerata il capolavoro della letteratura in volgare bresciano, la Massera da bé, per drita lom Flor da Coblat, qui lo deter impare tug i bò costum e le boni parg, opera di Galeazzo dagli Orzi, che la offre alle “gentildonne bresciane” con due ottave di tal tenore:

“Se vi diletta udir rime amorose / Donne il Petrarca sopra gli altri ha il vanto / e se vi aggrada ben limata prosa / ecco il Bocaccio oggi lodato tanto […] Ma se un parlar giocoso udir volete / la mia Massara ora leggerete / che con rozzo parlar tutta la via / di ben regger la casa e la cucina / vi mostrarà e con gran leggiadria / compor rosti, pasticci e zeladia …”.

La protagonista è infatti una donna di paese in cerca di lavoro come domestica, che vanta le proprie capacità culinarie e nella conduzione della casa. Ne sopravvive a quanto pare un unico esemplare ancora presso la Biblioteca Queriniana di Brescia (Cinq. II. 12: esemplare in legatura moderna in pieno marocchino bordeaux, con unghiatura dorata, senza alcun segno di provenienza).

Il colophon, rigorosamente in volgare bresciano, così recita: “Stampada per lù, cum sa di so quel mì, maidesì, in laude de la famosa et de la nobil Madonna Madonna Madoloza de li Bertoli, in del Mes de Bergamasca, su’l Mercat de Settember, adì 29 de stà Settemana passada, mille ccccc e quaranta quatordes”. Chi avesse invece desiderato scrivere una lettera d’amore non avrebbe dovuto mancare di acquistare l’Opera amorosa che insegna a componer lettere e a rispondere a persone d’amore ferite, over in amor viventi, ossia il comodo prontuario di Giovanni Antonio Tagliente che i fratelli Turlino impressero nel 1535.

Altrettanto richiesti erano gli strumenti didattici, fra cui le favole di Esopo, testo assai impiegato nelle scuole per l’apprendimento dei rudimenta del latino: i Turlino provarono a raggiungere anche questa fetta di pubblico con varie edizioni: una con traduzione interlineare italiana nel 1534, replicata almeno nel 1543, e un’edizione riccamente illustrata nel 1553 (se ne conserva un unico esemplare presso la Biblioteca del Seminario di Trento) e nel 1557.

LE SCELTE DI DAMIANO

A partire dai primi anni Trenta del Cinquecento, Damiano e Giacomo Filippo Turlino sembra però andassero arricchendo la propria offerta editoriale soprattutto di titoli cavallereschi o più latamente novellistico-narrativi. Si tratta di un interesse che Damiano, una volta rimasto solo alla conduzione dell’azienda dopo la scomparsa del fratello nel 1538, non farà che rafforzare.

Inizialmente fu una produzione assai circoscritta negli anni, rappresentata da magre stampe di quattro carte nel formato in-4°, vale a dire un semplice foglio tipografico, avviata, almeno alla luce di quanto è giunto fino a noi, con La morte di Buovo d’Antona e La gran guerra e rotta dello Scapigliato sottoscritti da entrambi i fratelli nel 1532, e proseguita con il poemetto non datato (ma circa 1535) Il tradimento di Gano contra Rinaldo.

Ancora al prolifico 1532 risalirebbe il cantare di Bradiamonte sorella di Rinaldo, titolo che sarebbe stato poi riproposto una seconda volta nel 1549, di cui non si conosce a tutt’oggi alcun esemplare in biblioteche pubbliche. Nel 1538, all’indomani della morte del fratello Giacomo Filippo col quale aveva fino ad allora condiviso la conduzione editoriale, Damiano provvederà a stampare il Cavalier dal Leon d’oro attribuito a Bartolomeo Oriolo.

Il colophon tradisce come l’iniziativa della stampa venisse in realtà dal cerretano Ippolito Ferrarese (“Stampato in Bressa per Damiano Turlino ad instantia d’Hippolito detto il Ferrarese 1538”), curiosa figura di verseggiatore girovago segnalato nell’intera area padana, ma con incursioni fino a Pesaro, Perugia e Lucca, il quale, evidentemente in quegli anni sulla piazza bresciana, aveva eletto la bottega dei fratelli Turlino a proprio referente tipografico, affidando loro la stampa di alcuni opuscoli popolari che avrebbe poi smerciato in conclusione della propria performance.

Su commissione di Ippolito Ferrarese, sempre nel 1538, i Turlino stamparono infatti almeno anche l’opuscoletto devozionale di Cherubino da Spoleto Opera santissima e utile a qualunque fidel christiano de trenta documenti. Per coloro che la sera, davanti al focolare, avessero avuto voglia di leggere o ascoltare le avventure dei paladini di Carlo Magno, nel marzo 1546 Damiano licenziava il Libro chiamato Falconetto delle battaglie che lui fece con gli Paladini di Francia e de la sua morte, di cui oggi non sopravvive che l’unicum della Trivulziana di Milano.

Nel 1548 per i suoi tipi usciva il resoconto di una giostra svoltasi in città il 20 maggio: Gian Giacomo Segalino, Breve trattato dell’ordine e successo della giostra fatta nella città di Brescia. La scelta di investire sulla materia cavalleresca sembra infine particolarmente efficace nel 1549. Nel marzo di quell’anno dai suoi torchi uscì infatti il più sostanzioso Libro chiamato Fortunato figliuolo de Passamonte (quarantaquattro carte nel formato in-4°), secondo capitolo della saga romanzesca attribuita alla penna di Giovanni Andrea Narcisso, di cui sopravvive una copia ancora presso la Trivulziana.

Il mese successivo Damiano sottoscrisse addirittura due edizioni: l’esile poemetto Bradiamonte sorella di Rinaldo (otto carte nel formato in quarto con silografie di soggetto bellico alle cc. A1r e A8v, unicum presso la Biblioteca Statale di Cremona), riedizione di un titolo già offerto dai Turlino più di un decennio addietro, e Le battaglie che fece la Regina Anthea […] con Falabachio e Catabriga suoi giganti,

edizione autonoma del canto XXIV del Morgante di Pulci che aveva goduto di particolare fortuna editoriale a partire da un’edizione ancora quattrocentesca [Firenze, Lorenzo Morgiani e Johannes Petri, c. 1495]. Quest’ultima stampa, di cui solo recentemente è riemerso un esemplare sul mercato antiquario milanese (ora nuovamente eclissatosi nei silenzi del collezionismo privato), merita un supplemento di informazioni.

QUESTIONE DI CORNICI

L’esile edizione colpisce innanzitutto per il frontespizio non in linea con le scelte più dimesse dimostrate dai Turlini in altre stampe cavalleresche coeve. Anziché replicare il consueto cliché iconografico rappresentato da una vignetta inquadrata da tre o quattro blocchi di cornice accostati, titolo e dati tipografici sono qui inseriti all’interno di una cornice architettonica composta da un unico blocco che mescola reminescenze classiche a elementi di gusto già manieristico.

Il legno, che pare echeggiare i monumenti funebri con due soldati di guardia che vegliano sul defunto, è particolarissimo per l’esuberanza dei serti di frutta che si dipartono dalle due cornucopie rette da due soldati in corazza ed elmo antistanti il prospetto architettonico. Il motivo ornamentale classico della cornucopia è qui ripreso probabilmente con allusione all’abbondanza e ricchezza di Brescia. Infatti, in bas de page, al posto dello stemma, una corona d’alloro con bacche racchiude una divinità pagana reclinata con vessillo e armature e il cartiglio inciso “Brixie”.

A sua volta il titolo, composto a caratteri tipografici all’interno della cornice, sovrasta una piccola vignetta raffigurante uno scontro fra due cavalieri che sarà impiegata anche a testo a c. C1r. Damiano Turlino adotterà la stessa vignetta nel 1566 al frontespizio della fortunata Cronichetta nella quale si narra il principio di questa città di Brescia di Bernardino Vallabio. Dopo una più attenta ricerca iconografica, si scopre però che la cornice non è affatto di origine bresciana, ma si tratta di una copia, riadattata ad hoc con l’inserzione del cartiglio “Brixie” al posto dell’originale “Roma”, di una cornice assai usata nella tipografia romana della prima metà del Cinquecento.

Ciò rende a questo punto più comprensibili anche le reminiscenze classiche e alcuni simboli nel tondo in bas de page (una seconda divinità pagana reclinata, forse il Dio Tevere?, e la lupa che allatta Romolo e Remo). La si individua nell’officina di Francesco Minizio Calvo (cfr. Vaccaro 105; Zappella 1007) che la impiega in numerose edizioni, fra cui, per fare qui solo due esempi, nella Oratio coram Iulio II pont. max. habita di Girolamo Donati (1521- 1533) e nella Defensio pro christianissimo Francorum rege aduersus calumniantes eum (post 1526). È curioso che la cornice, che faceva parte del materiale del Calvo anche dopo il suo trasferimento a Milano, ricompare anche in alcune edizioni con l’esplicita nuova sottoscrizione.

Ad esempio: Francesco Campana, Quaestio Virgiliana (Milano, 1540). I Turlino, che probabilmente vennero a conoscenza della cornice tramite le edizioni milanesi del Calvo, ricorrono a questa, e ad altre cornici simili, per edizioni di prestigio stampate su commissione, come ad esempio i testi statutari per la comunità bresciana, piuttosto che per modeste edizioni di destinazione popolare.

Una cornice meno complessa con mascheroni, festoni floreali e stemma di Brescia in bas de page contraddistingue ad esempio la sontuosa edizione in folio degli Statuta civitatis Brixiae del 1557 e i successivi Index decisionum ex omnibus statutis magnificae civitatis Brixiae (1561) e Capitoli per la regulation delle cause (1567), per essere poi riproposta dagli eredi di Damiano ancora nella tarda edizione degli Statuta del 1621.

RIPRESE, COLLABORAZIONI, ACQUISIZIONI

Tornando alla produzione di quel prolifico 1549, sempre in quell’anno Damiano mise sul mercato, forse a questo punto non solo cittadino, una terza edizioncina di soggetto non cavalleresco, ma destinata al medesimo pubblico amante delle piacevoli letture: il Dialogo de Salomone e Marcolpho (20 carte in ottavo), preceduto di qualche anno dal cantare novellistico de Lo innamoramento di Florio e di Biancofiore (c. 1544- 45).

Non datata, ma verisimilmente coeva, è anche La hystoria che tratta dela Sala de Malagigi, plaquette sine notis, ma riconducibile ai Turlino per una silografia alla prima carta che figura in stampe coeve con esplicita sottoscrizione, transitata sul mercato antiquario nell’immediato dopoguerra e oggi nota solo tramite la segnalazione fattane a suo tempo da Carlo Enrico Rava.

Si può affermare con sicurezza che la silografia alla prima carta, raffigurante un concitato scontro tra fanti e cavalieri, appartenne in origine al collega Battista Farfengo (cfr. G. Petrella, “Venerabili Torchi”, in CHARTA n. 96, pp. 26-31) che a fine Quattrocento la impiegò nella sua edizione del poemetto Bradiamonte circa 1490.

Ciò confermerebbe dunque una parziale sopravvivenza del materiale tipografico del Farfengo nel circuito editoriale bresciano e il suo riutilizzo, a distanza di oltre quarant’anni, nella bottega dei Turlino (cui evidentemente era giunto tramite scambi e acquisti di materiale di seconda mano) i quali se ne servirono al frontespizio di parecchi poemetti cavallereschi coevi, tra cui La gran guerra e rotta dello Scapigliato del 1532, di cui sopravvive una copia presso la Biblioteca Braidense di Milano.

Considerata infine la percentuale di sopravvivenza di queste stampe (raramente supera un esemplare), è logico supporre che il catalogo cavalleresco narrativo messo insieme dai Turlino dovesse essere in origine decisamente più nutrito. Come detto, nel 1538 Giacomo Filippo, probabilmente il più anziano, era scomparso; da lì in avanti, fino al 1570, la conduzione dell’azienda passò al solo Damiano; risale a questi anni la collaborazione, circoscrivibile al biennio 1562-63, col libraio-editore Giovanni Battista Bozzola per la stampa di alcuni discorsi pronunciati al Concilio di Trento.

Poi fu la volta della seconda generazione, rappresentata da Giacomo e Policreto Turlino, impegnati con maggiore assiduità nella stampa di edizioni di argomento religioso. Nel 1658 i Turlino, partiti un secolo prima come modesti cartolai, finirono coll’assorbire una delle più gloriose tipografie bresciane ormai in disarmo, quella dei Nicolini da Sabbio.

Infine, intorno al 1680, Policreto (un secondo esponente della famiglia con questo nome) ottenne l’agognata carica di impressore camerale, ossia tipografo ufficiale del governo cittadino, il che garantiva più sicure e lucrose commesse per la stampa di bandi ed editti. Se a questo punto l’ascesa della famiglia poteva dirsi conclusa, la vivacità di quella prima stagione rinascimentale condotta dagli avi Damiano e Giacomo Filippo non sarebbe però stata più replicata.

PER SAPERNE DI PIÙ

E. Sandal, La stampa a Brescia nel Cinquecento. Notizie storiche e annali tipografici: 1501-1553, Baden-Baden, V. Koerner, 1999, pp. 17-19

E. Sandal, Uomini, lettere e torchi a Brescia nel primo Cinquecento, “Aevum”, LXXVII, 2003, pp. 557-591: 575- 576, 580-58

E. Barbieri, “La famiglia Turlino e l’editoria popolare bresciana”, in Dalla pergamena al monitor. I tesori della Biblioteca Queriniana. La stampa, il libro elettronico, a cura di G. Petrella, Brescia, La Scuola, 2004, pp. 128-130

E. Barbieri, “Francesco Novati e l’editoria popolare bresciana fra Quattro e Seicento”, in Produzione e circolazione del libro a Brescia tra Quattro e Cinquecento, a cura di V. Grohovaz, Milano, Vita e Pensiero, 2006, pp. 133-164: 159-16

G. Petrella, Un’edizione dei Turlini ritrovata (Le battaglie che fece la regina Antea, Brescia, Damiano Turlini, 1549) e la tradizione a stampa di Falabacchio e Cattabriga giganti, “La Bibliofilia”, CXII, 2010, pp. 117-140

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