La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Storia del Vinile e dei Dischi: cataloghi discografici italiani

Nino Insinga, originariamente edito in Charta, 187, pp. 54-59.

Come antichi cataloghi discografici? Come Storia del Vinile? Nell’Ottocento i musicisti dilettanti capaci di leggere uno spartito e suonare uno strumento erano una legione e forse non è esagerato dire che non c’era una famiglia della buona borghesia europea che non avesse a casa un pianoforte.

Quando agli inizi del Novecento nacque l’industria del disco si ebbe un mutamento epocale nel modo di fruire della musica, perché la capacità di leggerla e di eseguirla divenne l’eccezione e non la regola. Sfogliare perciò alcuni antichi cataloghi discografici può essere interessante non solo per i collezionisti, ma per chiunque voglia comprendere il fenomeno della musica registrata e le trasformazioni sociali da essa prodotte.

STORIA DEL VINILE E DEI DISCHI: IL GRAMMOFONO

Tutto cominciò con Emil Berliner, un ingegnere tedesco emigrato negli USA che nel 1888, nelle pause di tempo libero del suo lavoro di commesso in un negozio di stoffe, aveva inventato il disco piatto di zinco e un apparecchio per la riproduzione del suono, da lui chiamato grammofono.

Creando nel 1895 a Washington la Gramophon Company – antenata della RCA e della EMI di oggi – Berliner mandò in soffitta il fonografo a cilindri di cera di Edison, il cui sistema di regi s t razione aveva un grave difetto: non era possibile fare copie per pressaggio, sicché in pratica, ogni rullo di cera messo in vendita era un originale. Invece, con la galvanoplastica, Berliner trovò il modo di incidere, dalla traccia originale in cera, delle matrici metalliche, da cui per pressaggio traeva un grande numero di copie.

La Gramophon Company – che intanto nel 1898 aveva fondato una succursale a Londra – ebbe in Italia un’affiliata nella Società Nazionale del Grammofono con sede a Milano. L’Elenco dischi “Grammofono” del 1914 (Milano, pp. 191 in- 8° piccolo) si apre subito con una orgogliosa rivendicazione di potenza industriale.

La foto di pag. 5, che ritrae gli otto stabilimenti sparsi per il mondo, e la precisazione che vi lavorano ben settemila operai nella fabbricazione dei Grammofoni e dei dischi contraddistinti dalle celebri marche L’Angelo e La voce del Padrone, ci dice infatti quale fosse diventato in pochi anni il livello della produzione e dell’annesso servizio commerciale.

Ciò era avvenuto grazie soprattutto all’accresciuto diametro del disco, ora realizzato in ceralacca – che passando dagli originari 12 a 25 cm (1901) e poi a 30 cm (1903) aveva consentito di portare la sua durata da soli 2 minuti fino a 4 minuti – e all’invenzione del motore a manovella applicato al grammofono. Grazie a questi ritrovati tecnici, la produzione europea dei dischi della Gramophon aumentò vertiginosamente, raggiungendo nel 1908 6 milioni e 200 mila esemplari, record assoluto prima della Grande Guerra.

Quanto alle celebrità, i loro dischi vennero all’inizio contraddistinti da una speciale etichetta rossa. Tra di esse spiccano quelle con i nomi di Enrico Caruso – che avrebbe venduto milioni di dischi in tutto il mondo – e del primo Otello della storia, il Principe dei tenori, il commendator Francesco Tamagno. Questi, come ci informa Michael Aspinall, fu il primo divo a ricevere una percentuale (20%) sulla vendita dei dischi, e a pretendere, a scanso di frodi, che ogni esemplare da lui inciso avesse un lembo sull’etichetta con un numero progressivo stampato in serie.

Per approfondire poi la storia di Caruso e delle sue prime mitiche registrazioni dell’11 aprile 1902, nonché per respirare l’aria di quei tempi eroici per la storia del disco, è certamente fondamentale la lettura delle memorie che Fred Gaisberg, l’emissario tuttofare di Berliner a Londra, scrisse nel 1943 (Music on Record), poi tradotte in italiano dai F.lli Bocca di Torino nel 1945 col titolo Musica e Disco.

STORIA DEL VINILE E DEI DISCHI: VARIEGATE TEMATICHE

Ma tornando al nostro catalogo Grammofono, non è solo la musica classica a farla da padrone. Infatti, oltre alle opere e alle operette, alla musica sacra e alle romanze, nella sezione Varietà di p. 135 figura l’unico surrogato veramente pratico per quaglieri, e cioè Il canto della quaglia preso dal vero per uso venatorio, offerto in due dischi dal diverso formato “C” (25 cm) e “M” (30 cm), al modico prezzo, rispettivamente , di 5 e 7 lire e 50.

Nulla se paragonato alle stratosferiche 25 lire di un disco di Tamagno (circa 98 euro di oggi). Quale utilità pratica potesse avere un disco del genere, se si pensa alle difficoltà di portarsi dietro all’aria aperta tutto l’ingombrante e fragile armamentario, lascio a voi immaginare. Inoltre, non dobbiamo stupirci se troviamo anche scene comiche e dal vero, prediche di padre Agostino da Montefeltro e poesie recitate da Trilussa.

Infatti quella di registrare semplici voci era stata l’originaria idea di Edison, che però non aveva capito l’immensa portata culturale del disco, sicché i suoi cilindri, nati in origine come surrogati della stenografia, si limitavano spesso a incidere innocue filastrocche per bambini che venivano piazzate nelle fiere con delle macchine a gettone (vere antenate del juke- box), o a captare voci di celebri personalità come quelle di Bismarck, Brahms o della regina Vittoria.

La Grande Guerra fu un periodo durissimo per il disco al punto che la produzione della Gramophon tedesca crollò nel 1917 sotto le 400 mila unità. Nel dopoguerra, il rarissimo catalogo della Società Italiana di Fonotipia del 1921 (Milano, pp. 111 in-16°), composto unicamente di brani d’opera cantati da artisti quali Fernando de Lucia e Giuseppe de Luca, ci appare essenziale dal punto di vista grafico: ogni cantante viene presentato con la sua brava fotina ma, in compenso, dal lato tecnico si ha l’importante offerta dei dischi a facciata doppia.

L’etichetta è probabilmente tra le più belle e, per la rarità, tra le più ricercate oggi dai collezionisti: una donna dalle forme prorompenti – sorta di Euterpe nostrana – coronata d’alloro e con un gran paio d’ali, regge sulla destra una pressa da cui fuoriescono dischi e sulla sinistra una cetra.

La Columbia italiana, emanazione della britannica Columbia Graphophone Ltd, offre nell’elegante cataloghetto del 15 settembre 1928 (Milano, 231 pp. in-16°) un convinto elogio del grafofono – che per motivi di esclusiva del marchio non può chiamare grammofono – ma soprattutto, dato che si era in clima di grande depressione, del sano patriottismo.

Infatti, secondo l’avviso di p. 26, chi mette da parte una lira al giorno per procurarsi una buona macchina Columbia coopera nel miglior modo alla rivalutazione della moneta italiana. Ma non è solo l’eleganza della grafica a emergere nelle paginette inquadrate da un sottile filetto verde: l’affermazione ripetuta che nei dischi Columbia non si sente il fruscìo della punta è una diretta conseguenza del metodo d’incisione elettrico già in voga dal 1925.

In estrema sintesi, la primitiva tromba capta-suoni – che trasmetteva le vibrazioni, causate dalla fonte sonora, alla membrana collegata allo stilo di incisione – era stata sostituita, con evidente miglioramento tecnico, dal microfono e dall’amplificatore. La necessità di reincidere tutto il repertorio con la registrazione elettrica è espressa dall’avviso che nessun’altra Casa può vantare un tale sforzo di aggiornamento: a oggi, si legge a p. 40, il numero dei dischi incisi col microfono è di più di 1000!

Le 134 pagine dedicate alle romanze e alle opere – rispetto alle sole 10 dedicate alla Musica classica con una netta preferenza per Beethoven – ci dicono che l’Italia è ancora il paese del Melodramma. La circostanza poi che Giovinezza, l’inno trionfale del Partito Nazionale Fascista si trovi a p. 174 senza particolare rilievo, a caratteri piccoli e quasi confuso ad altri canti risorgimentali e patriottici, può crearci l’illusione che il controllo del regime sulla stampa non sia ancora assoluto.

Ma è solo un’illusione: undici anni dopo, il catalogo Columbia, Musica di tutti i tempi del 1939 (pp. 564 in-16°), offre una bella copertina di Cisari e presenta con l’identica assenza di enfasi tra i cori misti, La cancion del legionario e I tre condottieri (Mussolini- Hitler e Franco) nell’esecuzione di Crivel e coro.

STORIA DEL VINILE E DEI DISCHI: DALLA VOCE DEL PADRONE

L’immagine del Duce, tronfio dei successi della politica economica fascista e avviato al culmine del suo consenso, campeggia invece nel bel catalogo della Voce del Padrone del 1931-1932 (pp. 412 16°). Adesso, in un ventennio, gli operai della Gramophon da settemila sono diventati 20 mila e anche Milano ha la sua fabbrica.

È importante notare che il mitico stabilimento di Hannover in Germania dove vennero stampati per volere di Berliner i dischi della Deutsche Grammophon, la società da lui creata nel 1898, non figura più nelle foto delle prime pagine. Infatti, dalla fine della Grande Guerra, i fili che legavano quest’ultima società alla Gramophon inglese si erano spezzati con l’acquisto delle azioni da parte della Polyphon Musikwerke di Lipsia.

Ciò malgrado, fino alla seconda guerra mondiale, la Casa tedesca poté usare il celebre marchio del cane (Die Stimme seines Herrn). Tornando al nostro catalogo, la sezione delle celebrità è stampata su carta rosa, su carta verde i dischi del catalogo storico, mentre su carta bianca tutti gli altri. È importante notare come tra le celebrità figuri già con un sostanzioso elenco di titoli, conteso dai maggiori teatri del mondo, uno dei più grandi vocalisti della storia del teatro lirico, Beniamino Gigli.

Il Catalogo Columbia e le Opere complete del 1932 (Milano, pp. 191 in-16°) è singolarmente attraente per la bellezza delle 112 foto in b/n anche a piena pagina – di cui 74 di artisti lirici e compositori e 38 di varie scene teatrali – nonché per l’eleganza dei fregi che le accompagnano.

Ricercato dai collezionisti, anche per le biografie degli artisti ivi riportate, il catalogo, abbastanza comune, si può trovare oggi in rete a 45 euro, ma una libreria musicale milanese in un catalogo dell’estate del 1997 lo offriva a 200 mila lire! Il catalogo si apre a p. 5 con una presa d’atto: La crisi della scena lirica. Causata, a dire dei soliti gazzettieri fatalisti, da nuove mode come il cinematografo, il jazz o lo sport, ma in realtà inesistente.

Contro questa pseudo-crisi, la Columbia, consapevole che le alte gerarchie studiano i rimedi e provvedono a tutto, con una sorta di mussoliniano me ne frego!, ha pronto il rimedio: continuare a incidere opere per fare contento il popolo italiano, tanto legato al Risorgimento e alle sue belle tradizioni.

Il catalogo della Voce del Padrone del 1939 (Milano, pp. 482 in-16°) mantiene la solita lista delle celebrità coi loro ritrattini, stampata su carta rosa, e al contempo dedica maggior spazio al pianoforte, alla musica sinfonica e cameristica, più facile da incidere col nuovo metodo elettrico. Conseguenza di ciò è l’aumentato numero di Autori stranieri per i quali, a p. 230, fornisce la retta pronuncia dei nomi: così Beethoven va pronunciato Be-étoven, non Bitoven, né Betofen, né Betòven. Se mai Betóven (o chiuso).

Nel dopoguerra, il Catalogo generale del 1956 della stessa Casa presenta il nuovo formato in-8° (pp. 536) e la novità del 45 giri, del long-playing 33 giri in vinile, ancora affiancato al vecchio 78 giri, nonché tra gli esecutori di musica leggera, anche i jazzisti. Nel 1988 infine, la Deutsche Grammophon, nel non comune libretto Lo scrigno della Musica (Belgio, Bietlot Frères, 14 × 12 cm, pp. 140), pubblicato in occasione dei 100 anni del disco, accompagna la storia della Casa, del fondatore Emil Berliner e dei suoi artisti, con rare foto di etichette storiche e di sedute di registrazioni.

Il tono trionfalistico con cui vengono presentati gli artisti e i 192 compact disc di riferimento (Alla domanda “qual è il più grande direttore d’orchestra dei nostri giorni” – cosa si potrebbe rispondere se non Karajan?) non è in fondo molto diverso da quello che accompagnava il ritratto di Caruso nel catalogo del 1914. Nessuno però in quegli anni di grande successo per il nuovo supporto avrebbe potuto prevedere quanto sta accadendo oggi, e cioè che la musica scaricata da Internet avrebbe finito per causare la crisi del cd e delle multinazionali e la sparizione del catalogo discografico cartaceo.

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