La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

‘La Revue Blanche’. 4 Teste e un’Idea!

Francesco Rapazzini, originariamente edito in Charta, 118, pp. 72-75.

Durante l’estate del 1889 che quattro giovani – due francesi e due belgi – si conoscono nella città termale di Spa. E che nasce La Revue Blanche. I due francesi, i fratelli Leclercq, Charles e Paul, che ha appena diciott’anni, hanno accompagnato la madre, qui per curarsi coi fanghi; i belgi, Auguste Jeunhomme e Joe Hogge, il primo avvocato di recentissima nomina, il secondo studente in legge, vi trascorrono l’estate per partecipare alle feste da ballo e alle mondanità internazionali che la cittadina offre a profusione.

Il quartetto diventa inseparabile: attorno a un bicchiere di vino o di birra – per non dire d’assenzio – si discute di letteratura, di arte, di filosofia, di teatro. In maniera appassionata e appassionante. Sono colti questi giovanotti. Anzi, di più. Infervorati – è anche l’epoca che lo vuole e che educa così la sua élite intellettuale pronta a battersi per un ideale o per un verso considerato sublime – i quattro moschettieri decidono d’emblée di creare una rivista.

Oddio, ce ne è già una caterva in questi sgoccioli del XIX secolo, ma che importa? La loro sarà la più bella, la più giovane, la più avanguardista. Il titolo è subito trovato: “La Revue blanche”, visto che quella blu e quella rosa esistevano di già, verde faceva campestre, nera funebre e rossa, ahimé, socialista.

LA REVUE BLANCHE: TUTTE LE OPINIONI E TUTTE LE SCUOLE

Scovare un buon titolo è di per sé già un bell’exploit, ma i quattrini, chi ce li mette? Joe Hogge ha allora un’idea formidabile: coinvolgere i tre figli di un ricchissimo banchiere polacco installatosi a Parigi nel 1880, i fratelli Natanson, suoi amici. Alexandre ha ventidue anni, Thadée ventuno e Alfred sedici. I tre ci stanno e si adoperano affinché papà Natanson provveda ad aprire il portafogli. Questi lo spalanca vista la serie di bigliettoni che ne lascia uscire. Ma cosa non si fa per l’arte, vero? O, meglio: cosa non si faceva, visto che stiamo parlando di una vicenda capitata oltre cent’anni fa.

I tre fratelli Natanson, però, pongono una condizione ai quattro ideologi della rivista: non vogliono essere solo dei passasoldi, vogliono partecipare in maniera più che attiva alle vicende della “Revue Blanche”. Nessuna obiezione. E così da quattro, il team fondatore ne conta ormai sette di teste pensanti. Troppe? La redazione si impianta nella lussuosa dimora dei Leclercq in rue Marbeuf, all’angolo con gli Champs-Élysées, un palazzo nel quale Dickens scrisse Little Dorritt quando soggiornò a Parigi negli anni Cinquanta dell’Ottocento.

Tutto questo sembra di buon augurio alla gioiosa banda post-adolescenziale. Infatti lo è, visto che il 1° dicembre 1889 eccolo nato il primo numero de “La Revue blanche”, stampato a Liegi da un torchio a buon mercato e fidato. Alfred Natanson, dall’alto dei suoi sedici anni, ne ha redatto il manifesto che scandisce ben forte uno dei pilastri della rivista: “essere aperta a tutte le opinioni, a tutte le scuole”.

E di opinioni e di scuole ce ne sono a iosa in questi anni che spaziano tra i simbolisti, naturalisti, decadenti, parnassiani e via dicendo. Il sommario dei primi numeri offre, oltre ai suoi fondatori, solo nomi sconosciuti, ma dalla quinta uscita, quando la “Revue” aumenta la paginazione e diventa mensile, appare Lucien Muhlfeld, appena assoldato come segretario di redazione, ma che in effetti fa le veci del caporedattore.

Lucien, un giovane uomo perspicace nei suoi gusti letterari ben definiti, coadiuvato dalla moglie, Jeanne, una nana dalla spina dorsale bifida, che tiene un salotto tra i più importanti della capitale, fa pubblicare sulla rivista scrittori e critici letterari di belle speranze o di affermata nomea: Marcel Proust, Stéphane Mallarmé, Paul Adam (cognato di sua moglie), André Gide, Paul Verlaine, Henri de Régnier, Jean Lorrain, Tristan Bernard e Léon Blum, che abbraccerà poi la carriera politica e diventerà il Primo ministro del celebre quanto poco fortunato Front Populaire nel 1936.

PORTE APERTE ALLE AVANGUARDIE

I Natanson, con un colpo di mano tipico di chi ha l’imprenditorialità nel DNA, si appropriano della “Revue Blanche” nell’autunno del 1891, ne traslocano i locali in rue des Martyrs, la fanno stampare a Parigi e si siedono nella sala dei bottoni: Alexandre ne diventa il direttore responsabile, Thadée il direttore editoriale e Alfred critico a tutto campo. Questi tre ragazzi si ritrovano così a tenere le redini di un foglio che diventa, nel tempo, una delle referenze più singolari e seguite della capitale intercalando sulle sue pagine il divertente e il ponderato, il futile e il burlesco, l’avanguardia e la retroguardia.

Intanto, e sembra un paradosso vista la formazione culturale e soprattutto altoborghese dei Natanson, attorno alla “Revue” gravita tutto un crogiuolo di anarchici bombaroli che, in questi anni, spargono qui e là ordigni e terrore. Oltre a Paul Adam, ecco Gustave Kahn, Félix Fénéon e il poeta Émile Verhaeren che apriranno le porte, o piuttosto le pagine della rivista, ai loro amici neo-impressionisti Paul Signac, Georges Seurat e Maximilien Luce, tutti di convalidata fede socialista. Per non dire di estrema sinistra. Benché apolitico, il mensile con il semplice fatto di pubblicare recensioni e critiche sull’arte sovversiva dei suoi amici, veicola un pensiero nuovo, sociale, anti-establishement.

A Muhlfeld, che morirà nel 1902 a trentadue anni per aver mangiato una partita di ostriche avariate, succede nel 1894 quel Félix Fénéon già incarcerato, processato – e assolto – in un’affaire di bombe anarchiche appunto. Fénéon diventa un deus ex-machina della “Revue”, passando giornate intere – e pure tante notti bianche – a curarne il dettaglio, un sommario, un’illustrazione, una parola storpiata. Insomma, con una meticolosità maniacale da terrorista non tanto in erba, Fénéon sarà un caporedattore esemplare e iper pignolo.

Thadée, che nel 1893 aveva sposato una donna eccezionale, tal Misia Godebska, figlia di uno scultore russo, darà carta bianca a Fénéon per gran parte delle decisioni puramente redazionali. Lui si terrà le relazioni mondane e letterarie che quella grassottella di sua moglie – ma in quegli anni la ciccia in più era molto apprezzata e Misia era considerata dai più come donna bella e piena di fascino – gli forniva a pieno ritmo. Misia, infatti – non dimentichiamo che poco prima della Grande Guerra sarà lei a lanciare Diaghilev e i Balletti russi – ha un senso spiccatissimo per ciò che è artistico e il suo gusto è preciso, infallibile e sempre rivolto all’avanguardia.

Sarà Misia a suggerire al marito, ai cognati e alla redazione tutta che una litografia da inserire nel frontispizio della rivista ne accrescerà la fama e le vendite. Nel luglio 1893, con un aumento consistente di copertina – si passa dai sessanta centesimi iniziali a un franco – e per diciotto mesi, la “Revue Blanche” si ritroverà arricchita con opere a colori firmate da Vuillard, Vallotton, Toulouse-Lautrec, Sérusier, Roussel, Redon, Ibels, Rippl-Ronaï, Bonnard. E lo stesso Pierre Bonnard, invitato da Thadée, eseguirà nel 1894 la celebre affiche della “Revue blanche” nella quale appare la stessa Misia in versione maliarda accompagnata da un bruttissimo nanerottolo o bimbetto che sia.

I muri di Parigi ne sono ricoperti, Bonnard diventa celebre e alla rivista piovono gli abbonamenti. L’anno dopo toccherà a Toulouse-Lautrec inventare un cartellone pubblicitario: anche lui disegnerà una donna, anche la sua porta un gran cappello in testa, anche la sua è Misia, la sua cara amica della quale lui amava accarezzare i piedi con una piuma di pavone.

RITORNO ALLE ORIGINI E SVILUPPI

Con il numero del 1° gennaio 1895, senza che il suo prezzo venga modificato, la Revue Blanche ritorna alla sua forma iniziale con solo modeste illustrazioni al suo interno: le litografie sono sparite. Troppo care. Comunque sia, se i pittori non daranno più le loro opere originali ai Natanson, la pletora di scrittori che entrano a far parte della sua scuderia si infoltisce a vista d’occhio. Come André Gide, che ne curerà le pagine di critica letteraria tra un mugugno e uno scoppio di collera dovuti soprattutto ai pagamenti in ritardo – “La Revue blanche” è una delle rare riviste a prevedere un emolumento per i suoi collaboratori – e che se ne andrà sbattendo la porta nel 1901.

Anche Alfred Jarry inizia una copiosa consuetudine con la rivista. Il suo primo scritto, Le Vieux de la montagne, appare nel numero del 1° maggio 1896 de La Revue Blanche: “Fatemi avere qualcosa di non troppo oscuro”, lo aveva invitato Fénéon. Il 10 dicembre dello stesso anno, verrà rappresentato il suo Ubu roi che sconcerterà la Parigi intellettuale, lo proclamaerà papà della patafisica, lasciando perplesso, come ancora oggi, più di un benpensante. La porta degli uffici della “Revue”, che nel frattempo aveva traslocato in boulevard des Italiens, verrà varcata da altri grandi nomi, basti pensare a Claude Debussy intestatario della critica musicale, a Pierre Louÿs, a un giovanissimo Apollinaire.

Ma non è tutto. Se la rivista La Revue Blanche consacra le sue pagine anche alle prime opere di Picasso e, per prima, fa conoscere in Francia il mondo visionario e conturbante di Edvard Munch – pubblicherà una riproduzione del suo ormai strafamoso Urlo – sempre nel 1896 la Revue blanche diventa una casa editrice autonoma e dà alle stampe libri di letteratura, di critica varia e pièce teatrali. Tutti dalla stessa copertina inconfondibile, bianca e uguale a quella della rivista.

Nel suo catalogo figurano oltre alla serie degli Ubu di Jarry, la colossale traduzione del dottor Mardrus delle Mille e una notte in sedici volumi, le prime opere di Rosny, Pel di carota di Jules Renard, Il giornale di una cameriera di Octave Mirbeau, le delicate poesie di Lucie Delarue- Mardrus e un buffo romanzo di vicende napoletane di Hugues Rebell, pseudonimo di Georges Grassal de Choffrat, La Camorra, apparso nel 1901 e dedicato ad Alexandre Natanson.

Quello stesso Alexandre che decide all’improvviso di chiudere i battenti della società: La Revue blanche è ormai diventata un onere economico troppo importante e lui, per di più, non si diverte più a dirigerla. I suoi fratelli sì ma loro e le loro mogli, si sa, amano sperperare il patrimonio familiare. Il primogenito invece ha il dovere di preservarlo. Il numero 237 de La Revue Blanche sarà l’ultimo. Apparirà il 15 aprile 1903.

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