Carlo Bordoni, originariamente edito in Charta, 170, pp. 68-71.
Stephen King è uno scrittore di romanzi fantastici che ha ottenuto un successo straordinario per la sua capacità di raccontare la quotidianità e la personalità di personaggi comuni di fronte all’eccezionalità di avvenimenti tragici o catastrofici, con una grande intuizione e profondità di analisi. C’è un suo romanzo del 1978, The Stand, che oggi suona come premonitore, benché sviluppato con toni apocalittici e paranormali, che pare adattarsi agli eventi che il mondo sta attraversando per effetto del Coronavirus.
Il romanzo è The Stand, letteralmente “la condizione” o “la posizione”, tradotto in italiano col titolo L’ombra dello scorpione (Sonzogno, 1989; Bompiani, 2017). Con quarantadue anni di anticipo Stephen King, con The Stand, ha immaginato una pandemia dagli effetti letali, in grado di decimare la popolazione mondiale.
Ma, al di là degli sviluppi fantastici della trama, dell’eterna lotta tra il bene e il male che Stephen King mette in scena in quello che è il suo romanzo più ambizioso e più lungo (1153 pagine in grande formato, nella versione integrale del 1990), è oltremodo significativo che la pandemia sia prodotta da un virus creato in laboratorio e sfuggito al controllo, diffuso come un comune raffreddore che poi intacca il sistema respiratorio e si dimostra letale.
Viene definito “Captain Trips”, in onore del musicista Jerry Garcia dei Grateful Dead. Quindi una sorta di dipendenza, di pestilenza da cui si salvano solo pochi sopravvissuti, guidati da Stu Redman, alla ricerca di una parvenza di civiltà. The Stand è certamente il suo lavoro più impegnativo e ambizioso. Qui ha cercato di dare forma compiuta alla sua concezione della lotta fra il Bene e il Male, che costituisce il fondamento della sua “visione del mondo”: una forma un po’ schematica e certo naïf, ma di grande effetto, quando è tradotta in forma narrativa.
Egli stesso lo giudica il suo libro più riuscito – la critica, una volta tanto, è d’accordo con lui – proprio in funzione dell’ampio respiro ecumenico che traspare da queste pagine, dall’ansia religiosa che tradisce, dalla cura estrema che impiega nella descrizione psicologica dei personaggi, non sempre uomini della strada, esempi di quotidianità disarmante, a cui Stephen King ci ha abituato con altri lavori.
Malgrado ciò, The Stand ha alle spalle una storia curiosa, che gli appassionati di King ben conoscono, e che si è risolta definitivamente (o almeno è auspicabile) solo dodici anni dopo la prima pubblicazione. Alla prima edizione del 1978, infatti, erano stati imposti tagli sostanziosi, sull’ordine delle trecento pagine, per ragioni editoriali. King era ancora alle prime armi: quella prima edizione, di sole 684 pagine (tradotta da Sonzogno nel 1989), per effetto dei tagli, appariva così come la somma di due distinti romanzi, che una mano violenta avesse fuso assieme forzatamente.
Stephen King, The Stand. All’inizio fu un semplice raffreddore
C’era un primo romanzo, costituito dalla storia di una tremenda epidemia che si presenta con i sintomi di un semplice raffreddore e che è in grado di seminare la morte tra gli abitanti della terra. Una vera catarsi che distrugge la quasi totalità della popolazione mondiale, con la conseguente fuga dei superstiti dai luoghi più compromessi e la ricerca di una ricostruzione sociale.
Nella seconda parte s’inserisce la storia dell’Uomo Senza Volto, alias Randall Flagg, vera incarnazione del Male, secondo una certa visione manichea di King, che tenta di instaurare sulla terra il regno del demonio. I superstiti, infatti, che hanno sviluppato un’inspiegabile resistenza al virus, sono guidati in sogno da due figure carismatiche. Nel Colorado il Bene si riunisce sotto la guida spirituale di una vecchia nera, Mamma Abigail; a Las Vegas (il luogo è emblematico) è il diabolico Randall Flagg a riunire i suoi sotto le bandiere del Male, incitandoli alla conquista di ciò che resta del mondo. Leggendolo, si aveva la sgradevole sensazione di uno svolgimento forzato e innaturale.
Ma nel 1990 Stephen King convinto com’era del danno sofferto dal suo capolavoro, riesce, in sede di ridefinizione del contratto editoriale con la Viking Press, a ottenere la pubblicazione integrale di The Stand: esce così questo romanzo rimesso a nuovo, che è tutt’altra cosa rispetto alla prima versione.
Riacquista finalmente la continuità della narrazione che i tagli avevano stravolto, ricompone il rigore interno, la logica delle sequenze e degli avvenimenti, che ne fanno davvero la “summa” del King-pensiero, anche come mole: con le sue 1153 pagine king-size (è il caso di dirlo) è di fatto il romanzo più lungo di King, superiore persino al grande It (1986) che, quanto a spessore, non scherzava.
Per l’occasione King ha riscritto anche l’inizio e il finale, aggiornando gli avvenimenti – e gli inevitabili riferimenti musicali – al decennio successivo: il lettore si trova di fronte a un romanzo completamente nuovo. Nel 1994 da The Stand è stata tratta una prima serie televisiva in quattro puntate diretta da Mick Garris, mentre al momento Stephen King sta lavorando a una nuova versione che sarà diretta da Josh Boone e avrà come protagonista James Marsden (2020).
Ma soprattutto ha avuto una versione graphic novel della Marvel, disegnata da Mike Perkins e suddivisa in sei episodi (Captain Trips, Incubi americani, I sopravvissuti, Mele marce, Terra di Nessuno e Verrà la notte), pubblicati in italiano da Bompiani (2010-16). Una precisa accusa al mondo occidentale o persino alla scienza? Quella scienza che ha permesso all’umanità di progredire, raggiungere uno sviluppo adeguato solo nell’arco dell’ultimo secolo, ma anche responsabile, sia pure indirettamente, della tragedia, avendo creato artificialmente un virus sperimentale da utilizzare nella guerra batteriologica, ma che – come il mostro di Frankenstein – sfugge al controllo del suo creatore e semina la morte.
Allora si ripropongono i dubbi etici sollevati nel secondo dopoguerra dal fisico Robert Oppenheimer (1904-1967), direttore del progetto Manhattan, sulla responsabilità delle armi atomiche. Cui si possono aggiungere le preoccupazioni di Günther Anders (1902-1992) per la provata incapacità umana di controllare una tecnologia che ormai ha superato il suo creatore, al punto che si può parlare di “uomo antiquato” (L’uomo è antiquato è il titolo del suo libro del 1956), perché restato indietro rispetto alle sue stesse realizzazioni.
Stephen King, The Stand: Contaminazione e mutazione
Quarant’anni dopo la premonizione di Stephen King sembra essere divenuta reale e, anche se non porterà all’estinzione del genere umano, ha tuttavia arrecato lutti gravissimi, danni permanenti sul piano psicologico, economico e comportamentale.
L’Autore si è preoccupato delle inevitabili analogie tra il suo romanzo e l’attuale pandemia ed ha subito cercato di rassicurare i suoi lettori, postando un tweet in cui si legge: «No, il coronavirus NON è come THE STAND. Non è assolutamente così grave. È assolutamente superabile. State calmi e prendete le ragionevoli precauzioni ». Ma il romanzo di King non è l’unico.
Al tema della mutazione dopo un’epidemia si riallacciava anche uno dei primi romanzi del genere, scritto da Richard Matheson (1926-2013), I am Legend (1954), tradotto in italiano in vari modi, da I Vampiri (Mondadori, 1991) a Io sono Leggenda (Fanucci, 2007), e ripreso dal cinema in tempi diversi: L’ultimo uomo della terra (1964) regia di Ubaldo Ragona, con Vincent Price; Occhi bianchi sul pianeta terra (1971) di Boris Sagal, con Charlton Heston, e infine Io sono leggenda (2007) di Francis Lawrence, con Will Smith.
Matheson narra la storia del contagio da un virus particolare, quello del vampirismo, prendendo spunto dal capolavoro del romanzo gotico Dracula di Bram Stoker. In un mondo popolato di vampiri, destinati a muoversi solo di notte per ripararsi dalla luce del sole, resta immune un solo uomo, Robert Neville, che si aggira di giorno per città spettrali, deserte, abbandonate – molto simili alle piazze e alle strade nei giorni della pandemia – per rifornirsi di cibo e poi ritirarsi in rifugi di fortuna al calar delle tenebre. Neville si accorge che ad essere diverso è proprio lui e alla fine dovrà arrendersi alla nuova “normalità” di un’inesorabile mutazione genetica.
L’americano Dean R. Koontz (1945), altro autore popolare di letteratura fantastica, ha pubblicato anni fa un romanzo horror, The Eyes of Darkness (1981), con lo pseudonimo di Leigh Nichols (poi ristampato nel 1989 col suo vero nome), che solo ora è stato tradotto in italiano col titolo Abisso (Fanucci, 2020), perché contiene una coincidenza straordinaria con l’attualità del Covid-19, che suona davvero inquietante: fa riferimento a un virus prove niente dalla città cinese di Wuhan, proprio nel 2020, che colpisce le vie respiratorie.
Koontz immagina come una madre scopra che la morte del figlio non sia dovuta a una causa naturale, ma a un virus creato in laboratorio: non è che l’inizio di una pandemia che rischia di decimare la popolazione della terra e minacciare l’esistenza del genere umano. «Wuhan-400 è un’arma letale – scrive Koontz – intorno al 2020 una grave polmonite si diffonde in tutto il mondo, attaccando i polmoni e i bronchi e in grado di resistere a tutte le cure conosciute… Fu allora che uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio.
La chiamano “Wuhan-400” perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microrganismi creato presso quel centro di ricerca. Wuhan- 400 è un’arma perfetta. Colpisce solo gli esseri umani. Nessun altro essere vivente può trasportarla.
E, come la sifilide, Wuhan-400 non può sopravvivere fuori dal corpo umano per più di un minuto, il che significa che non può contaminare gli oggetti o interi luoghi in maniera permanente, come l’antrace o altri microrganismi virulenti. E quando l’ospite muore, il Wuhan-400 scompare con lui poco più tardi, non appena la temperatura del corpo scende sotto i 30 gradi. Non capite il vantaggio di tutto questo?» (The Eyes of Darkness, Berkley Books, 1996, pp. 136-137).
C’è da chiedersi come sia possibile che l’immaginazione umana riesca a precedere la realtà dei fatti e se queste incredibili capacità divinatorie – frutto di una creatività straordinaria – non possano essere definite “profetiche”.
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