La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Séeberger: La Fotografia di Moda del ‘900

Francesco Rapazzini, originariamente edito in Charta, 173, pp. 26-30.

All’inizio c’erano tre fratelli, una mamma attenta alla cassa e una sorellastra zitella e burbera. Poi arrivò la moglie di uno dei tre, gli altri due non si sposarono perché a uno le donne non piacevano e all’altro piacevano troppo per doverne scegliere una sola. Infine si aggiunsero i figli del fratello sposato. Quella che si dice un’azienda familiare.

I Séeberger non producevano però prosciutti o piastrelle o, ancora, tubi in acciaio: erano le immagini il loro mestiere, erano le fotografie. Nati da un padre bavarese, commerciante, che si era installato in Francia nel 1870 all’epoca delle guerre franco- prussiane e da una vedova lionese, Louise Peyrachon, donna dal carattere ben temprato e già madre di una bimbetta, Félicie, i quattro fratelli vennero al mondo uno dopo l’altro a intervalli regolarissimi, ogni due anni.

Tutti maschi: Jules nel 1872, Louis nel 1874, Henri nel 1876 e Claudius nel 1878. Il più piccolo morì a 17 anni nel 1895, i tre maggiori, sempre regolati come orologi svizzeri e tirati su come fossero gemelli, frequentarono a Parigi lo stesso liceo, gli stessi corsi di disegno della scuola d’arte Bernard Palissy e furono tutti e tre ingaggiati come disegnatori su stoffa da alcuni tessutai.

Che noia, una vita già tracciata fin dall’infanzia… E invece no.

Seéberger, Primi Passi

No, perché Jules, il maggiore, dal 1898 si era messo a partecipare a dei concorsi per fotografi dilettanti. Era abbastanza bravo, le sue immagini piacevano sia a un pubblico d’amatori sia in casa e, cosa ovvia, fu subito spalleggiato dagli altri due. Si misero a fotografare tutto quello che passava loro sotto al naso: i cantieri per l’Esposizione Universale del 1900, i portatori d’acqua a Montmartre, i giochi dei bambini ai giardini delle Tuileries, le vecchie case del Marais.

Erano tutti e tre bravi tanto che furono più volte premiati nei concorsi indetti dalla municipalità parigina. Firmavano le loro immagini J.H.L.S., immagini che venivano ormai acquistate dagli editori di cartoline postali e quindi commercializzate. Allargarono i loro orizzonti e partirono assieme o a due o anche uno solo raminghi tutti per la Francia rurale di quegli inizi secolo.

Inizi duri per tutti o quasi, e i tre – più la sorellastra diventata capace pure lei – immortalarono il loro paese: le città, le campagne e i loro abitanti al lavoro e in libertà – no, non in ozio perché l’ozio era privilegio di pochissimi, e quei pochissimi non si facevano ancora fotografare dai Séeberger. Insomma i tre più uno (Félicie), come novelli moschettieri, non tiravano di spada ma premevano il pulsante di scatto con vigore e a profusione.

Seéberger, un nuovo mestiere: fotografia di moda

Abitavano tutti assieme al 33 della rue de Chabrol in un quartiere di grossisti, conciatori e pezzaioli. L’atelier di sviluppo e stampa si trovava nell’immenso appartamento diretto come una caserma da mamma Louise che teneva la borsa e distribuiva il necessario a ciascuno dei figli.

Il necessario, non il superfluo, perché i Séeberger non erano certo ricchi, papà era morto da un pezzo pure lui e la fotografia certamente non era ancora ritenuta un’arte – per questo bisognerà aspettare qualche decennio dopo la Seconda guerra mondiale – non certo un’arte, appunto, ma una specie di artigianato, una nuova forma di riproduzione della realtà. E artigiani, i Séeberger, si sono sempre considerati.

Nel 1909, dopo che ormai la società fraterna era stata depositata alla Camera di Commercio come Séeberger frères – così da allora furono firmate le loro opere – i tre più uno furono chiamati da Caroline de Broutelle, direttrice di La Mode pratique, autorevole e lussuosa rivista femminile di moda e cultura. Donna che aveva inventato il prestigioso premio Fémina – le giurate erano venti donne di penna – in risposta al “Non voglio gonne tra noi!” gridato dallo scrittore Huysmans quando si pensò di premiare Myriam Harry al prix Goncourt, Caroline inventò i Séeberger fotografi di moda.

È un po’ improprio parlare di “fotografo di moda” prima della fine della Grande Guerra, poiché le riviste che parlavano di moda, e La Mode pratique non faceva eccezione, lo facevano attraverso disegni e illustrazioni che erano ben più precisi – e copiabili dalle sartine delle borghesi – rispetto agli scatti di un fotografo. I maestri dell’obiettivo di argomento couture dell’epoca che precedette i Séeberger – i vari Nadar, Reutlinger, Talbot, Boyer e Taponnier – si sentivano quindi liberi da ogni necessità di riprendere nel dettaglio un abito, visto che per questo c’erano giustappunto i disegni e i cartamodelli.

La loro immaginazione non era ingabbiata: a loro bastava evocare lo chic, non documentarlo. E così scatenati, ossia senza catene, coi Séeberger arrivarono altri grandi nomi della fotografia, all’epoca ancora balbuzienti come Adolphe de Meyer, Edward Steichen, George Hoyningen- Huene, Horst P. Horst. Ciò che distinse il plotone di questi giovani uomini rispetto ai nostri moschettieri dell’otturatore fu che le foto dei primi sono tutte lavori eseguiti in studio in presentazioni sofisticate, laboriose, estremamente intellettuali e raffinate.

Quelle dei nostri no. I nostri correvano sotto al sole o la pioggia, tra la neve e i ghiacci e fotografavano gli abiti nell’attimo nel quale una bella signora li portava per davvero in un avvenimento mondano, in una passeggiata, in una stazione balneare.

Seéberger, i luoghi per fissar l’effimero

“Niente è più difficile che conservare la memoria dell’effimero”, dice Jean-Noël Jeanneney, uomo politico, storico e già presidente della Bibliothèque nationale de France e i fratelli Séeberger questa memoria riuscirono a conservarla, a fissarla. La loro prima carta da visita recitava: “Instantanés de Haute-Mode. Compte-rendu photographique de l’élégance parisienne”.

E dove andare per effettuare questi compte-rendu, questi resoconti, rassegne e persino recensioni dell’alta moda parigina? Ma è ovvio, nei luoghi frequentati dalle grandi dame in vena di sfarzo: gli ippodromi, per esempio. C’erano due categorie di persone che frequentavano le corse dei cavalli, e questo fino alla Seconda guerra mondiale: quelli che seguivano veramente la corsa e quelli che ci venivano solo per farsi vedere.

Le stagioni delle corse a Parigi si tenevano a metà febbraio e a metà luglio e poi da ottobre al 15 dicembre: il lunedì a Saint- Cloud, il martedì a Enghien, il mercoledì a Tremblay, il giovedì a Auteuil, il venerdì a Maisons-Lafitte, il sabato a Vincennes e la domenica a Longchamp. Non solo.

Per sfoggiare il meglio del meglio – che non rasentava mai il ridicolo – c’erano le giornate speciali dei gran premi: il Grand Prix de Paris (in giugno a Longchamp), il Grand Steeple-Chase (in maggio a Auteuil) e il Prix de Diane (in giugno a Chantilly) facevano accorrere le nobildonne francesi e inglesi in una competizione la cui vincitrice non era certo la miglior galoppatrice o trottatrice a quattro zampe. Ancora una volta, i cavalli non c’entravano alcunché.

Pure i Séeberger accorrevano ai diversi prix, scattavano con la loro macchina fotografica portatile, la Klapp Nettel 13×18 o la Thornton Picard, le signore in gran pompa e poi sviluppavano le foto a partire da negativi su placche di vetro che garantivano una grande pulizia dell’immagine e una grande chiarezza. Tra una corsa e un gran premio ippico, i tre immortalavano la high-society anche nelle villeggiature mondane che, a ritmi frenetici, si alternavano nei posti allora considerati i più eleganti invasi così di volta in volta da contesse, principesse, marchese e meravigliosi gigolò.

A gennaio gli alberghi di lusso di Saint-Moritz erano presi d’assalto e poi presto liberati perché era il momento di ritrovarsi tutti a marzo in Costa Azzurra, in giugno a Parigi, in agosto a Deauville e al Touquet, in settembre a Biarritz o a Venezia. Sarà l’aereo che scompiglierà questo calendario ordinato di appuntamenti frivoli e festaioli. Sarà l’aereo che inventerà nuove mete sempre più sparpagliate nel mondo e, per questo, disordinate.

Seéberger, l’importanza dello chic

Le modelle che si facevano ritrarre nelle corse d’Auteuil o a Deauville o a Nizza erano principalmente di due tipi. Le professioniste e le aristocratiche. Le prime si riconoscevano per le loro silhouette sottilissime, la loro giovinezza, le loro pose stereotipate. Si muovevano in gruppo ed erano vestite dallo stesso sarto o dalla stessa modista che le avevano spedite a mischiarsi tra la folla. Le altre, le damazze, erano solitarie, erano più posate e non era necessario che fossero bellissime perché erano comunque divinamente chic.

Tra le prime e le seconde ci sarebbe da aggiungere in effetti un’altra categoria intermediaria, quella formata dalle attrici o dalle puttane d’alto bordo, dette cocotte o cortigiane. Queste indossavano stupefacenti abiti che avevano pagato a un prezzo ridotto fin del 75% oppure che rendevano dopo essersi pavoneggiate alle corse o in una stazione termale.

Se tra le indossatrici professioniste la più conosciuta era tal Mademoiselle Darteix che scalpicciò tutti i terreni che grandinasse o ci fosse il solleone per ben vent’anni, i Séeberger adorarono fotografare due celebrità aristocratiche anch’esse per più o meno due decenni: Dulce Liberal (1900-1987) che aveva sposato Eduardo Martinez de Hoz, grande proprietario di cavalli e presidente del Jockey Club di Buenos Aires – il signore vinse nel 1925 con due cavalli la bellezza di 1.839.000 franchi – e Alice Rosenau (1894- 1977), moglie di Robert Revel, famoso notaio parigino.

Un giunco con un bellissimo viso creolo la prima, un gusto sicuro ed esageratamente elegante la seconda – erano amiche – Madame Martinez de Hoz e Madame Revel erano di tutti i balli, di tutte le corse, di tutte le scampagnate. Per la gioia dei loro amanti “a compenso” e dei loro fotografi “accreditati”. Della Martinez de Hoz, la Bibliothèque Nationale de France, che ha in deposito un grande fondo del lavoro dei Séeberger, possiede la bellezza di oltre duecentoquaranta ritratti.

Come faceva a restare sempre bella? “Semplice – rispose una volta a un giornalista – non fumo, non bevo alcol o latte, non mangio né frutta né salse, solo verdure fresche e carne arrosto”. Nel 1949 fu eletta donna più elegante del mondo. “Abbiamo sempre vissuto modestamente, lavorando tra le dodici e le quattordici ore al giorno, più attenti a far bene il nostro mestiere piuttosto che alla fama”, dirà uno dei figli di Louis.

Già, perché Louis che aveva sposato la placida Anna ebbe da lei due bimbetti dalle facce buffe: Jean nato nel 1910 e Albert nel 1914 giusto poco prima che scoppiasse la maledetta guerra, quella guerra che spedì in trincea Henri e Louis quando Jules, per la sua salute delicata, fu riformato. Fu lui con Félicia e la cognata e la madre a portar avanti la baracca in quegli anni bui, fu lui quello che in famiglia era considerato “l’artista”, quando Félicie era l’originale e la madre Louise la contanumeri.

Esercitati allo chic e all’effimero

Tornarono vivi dal fronte i due marmittoni e la Séeberger frères potè continuare a mitragliare il re Alfonso XIII di Spagna a Deauville, Charlie Chaplin a Saint-Moritz o altre bellezze sconosciute alle corse o nei giardini pubblici di Parigi. Spulciando i prezziari delle case di moda o delle riviste dell’epoca e comparandoli col libro mastro di mamma Louise, si scopre che nel gennaio 1918 otto pose di abiti per le riviste del gruppo Louchel – in esterni, ben inteso – costarono all’editore 48 franchi, sei franchi a scatto.

Una miseria? Tre pose con dei cappelli per il giornale Les Elegantes parisiennes 21 franchi (sette a scatto). Sembra poco o niente, appunto, ma 48 franchi del 1918 sono 8515 euro di oggi e 21 franchi, 3725 euro. Prezzi tutto sommato piuttosto onesti. Nel 1935, quando Jean e Albert da ragazzini che erano si erano ormai non solo fatti giovani uomini ma pure si erano associati alla Séeberger frères, Jules era morto nel frattempo nel 1932, i compensi salirono un po’.

Il gruppo editoriale Louchel, sempre lo stesso, sborsava già 20 franchi (1600 euro) a foto durante le corse di cavalli e 35 franchi (2800 euro) a scatto “a comanda” per un reportage particolare. Si riesce a riconoscere una mano diversa tra i vari Séeberger? Impossibile. Davvero impossibile sapere se sia stato Jules o Henri o Félicia oppure uno dei figli di Louis a guardare attraverso l’obiettivo.

Rispetto però ai colleghi loro contemporanei – che fossero i mondani Man Ray, Lartigue e Cecil Beaton che frequentavano i salotti per poi “fissarli”, o che fossero i loro concorrenti diretti come Paul Géniaux, Royer, le agenzie Rol e Meurisse – i Séeberger sapevano Fotografi e Fotografie molto bene scegliere i propri modelli e meglio ancora contestualizzarli.

Riuscivano a far sembrare sempre naturale lo scatto e creavano un avvenimento dal niente. Avevano insomma l’occhio esercitato al bello e all’effimero della moda che è fugace e muore giovane, come sosteneva Jean Cocteau. Certo, non furono dei precursori ma devono essere considerati come tra i migliori virtuosi dell’istantanea di moda. Alcune inquadrature, come non citare almeno quella della contessa de Ganay a Longchamp nel giugno 1934 o quella, sempre a Longchamp, di Madame Martinez de Hoz nel maggio 1939: sono dei capolavori.

Ai piedi di ogni foto i nostri annotavano il nome dello stilista, della modista e quello di chi portava l’abito, un prezioso who’s who della couture, della nobiltà, dello spettacolo dagli anni 10 agli anni 60 del secolo scorso. Sì, perché tra il loro mirino e il diaframma sorrisero o anche no, Tino Rossi, Josephine Baker, Marlene Dietrich, Buster Keaton, Mistinguett, la diva del music-hall, che non solo non pagava gli abiti che portava, anzi si faceva pagare per indossarli ma poi non li restituiva, Suzy Solidor, Douglas Fairbanks.

Persino Brigitte Bardot. Di solito i fratelli regalavano un cliché al soggetto fotografato – chi sa mai che non facesse un ordine di diverse altre copie – quando l’altro era venduto al miglior offerente della stampa periodica del tempo: Vogue, Harper’s Bazaar, Femina, Vu, L’Illustration o, ancora, Excelsior.

Gli ultimi sprazzi

Louis morì nel 1946 e dieci anni dopo suo fratello Henri. I due però avevano già lasciato da un pezzo le redini a Jean e a Albert che, solamente una volta durante tutto il loro sodalizio, firmarono le fotografie con il loro proprio nome: Jean quando seguì la liberazione di Parigi nell’agosto 1944 e Albert quando riprese l’arrivo degli americani in Seine-et-Marne, il dipartimento alle porte della capitale.

Poi tornarono a essere i Séeberger frères, ma cambiarono cadenza, cambiarono luci e cambiarono lo spirito del gioco o della professione che dir si voglia. Iniziarono e poi continuarono, sì a far foto di moda, ma in studio, non più in esterni. Immagini leccate, perfezionate, perfette come quella del 1964 per reclamizzare i cappelli Jean Barthet. Niente più a che vedere con le belle signore dell’alta società alla spiaggia di Deauville in compagnia di bruttissimi mariti o magnifici stalloni prezzolati, di dive e divette che ridono, sorridono o paiono preoccupate prima del tempo, come la bella Corinne Luchaire, fotografata nell’agosto del 1939.

Attrice e figlia del famigerato giornalista Jean Luchaire – fucilato nel 1946 per collaborazionismo con i nazisti – Corinne morirà a soli 38 anni nel 1950 ammalata di disperazione e di tubercolosi. Sollecitati dalle grandi marche per le campagne pubblicitarie, i fratelli Séeberger firmarono persino con Canon, Van Cleef & Arpels e Coca-Cola.

Sposati entrambi e padri Jean di un figlio e una figlia e Albert di tre figli, una femmina, Michèle, che diventerà attrice, e due maschi – la moglie di Jean, Suzanne Juncker, entrò come amministratrice della Séeberger frères quando invece la moglie di Albert, Cécile Dumont, diventò la “ritoccatrice” delle immagini – insomma, sposati entrambi e padri cinque volte, Jean e Albert chiusero l’attività il 1° aprile 1977: nessuno dei loro giovani figli voleva riprendere lo studio di nonni, zii e genitori. Jean morì nel 1979 e Albert nel 1999, ambedue diventati ciechi.

Lasciarono più di sessantamila negativi, in parte donati, in parte acquisiti, sono quasi tutti custoditi oggi nella Bibliothèque nationale de France che organizzò una bella mostra sugli anni 1909-1939 della Séeberger frères nel 2006. Un’asta gigantesca fu poi tenuta a Parigi nel 2016 che disperse ciò che restava ancora in famiglia. Molti degli acquirenti furono enti pubblici, certo, ma tanti altri furono collezionisti privati di tutto il mondo.

Quando suo fratello morì, Albert dichiarò: “Non dirò mai abbastanza quanto io abbia ammirato l’uomo col quale ho collaborato per quasi mezzo secolo”. Una frase che avrebbero potuto pronunciare suo padre e i suoi zii. La chiave del successo dei Séeberger era questa: la stima che gli uni avevano per gli altri. Peccato che la loro storia non sia continuata ancora e ancora.

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