La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Rutu Modan: Tunnel, 2020

Benedetta D’Incau, originariamente edito in Charta, 187, pp. 54-59.

Rutu Modan e i suoi Tunnels… Il fumetto è un’arte giovane, ma se alcuni paesi come Francia, Giappone, Stati Uniti e Italia, possono vantare quella che è in un certo senso una tradizione identificabile e pluridecennale di opere a fumetti, una relativa industria e un pubblico più o meno cospicuo, Israele è invece un paese nel quale il Comics ha fatto recentissimo ingresso.

Tuttavia, nell’arco di meno di vent’anni, diversi nomi della scena israeliana hanno saputo valicare i confini nazionali, trovando spesso ampio consenso nei sopracitati paesi capisaldi del medium. Non si possono non nominare Asaf Hanuka, pluripremiato fumettista autore della celebre serie edita sul settimanale Calcalist, dal titolo The Realist (già vincitrice dell’Eisner), o Michel Kitchka, cartoonist e vignettista satirico di origine belga, autore tra i più celebri di Graphic Novel di successo internazionale.

Ma la maestra del genere romanzo a fumetti è forse Rutu Modan, che pur esordendo nell’illustrazione per l’infanzia, è ora autrice di punta del panorama fumettistico mondiale, con quattro opere di ampio respiro all’attivo. Tunnel (2020) è il più recente e complesso dei suoi progetti, che intesse archeologia, tragicommedia familiare, religiosità, smania di successo, questioni geopolitiche e brama di potere.

Dove tutti inseguono un tesoro che, forse proprio perché inesistente, vale ogni ostacolo che vi si frappone. la non questione israelopalestinese Nilli è una madre single che tenta faticosamente di sbarcare il lunario. Figlia di un illustre archeologo israeliano ormai annebbiato dalla demenza senile, archeologa lei stessa, decide, in seguito alla scoperta di un reperto di epoca biblica, di riprendere una campagna di scavi avviata dal padre decenni prima, la cui finalità era di riesumare la perduta Arca dell’Alleanza.

Ma gli scavi e le ricerche saranno resi complessi dall’ostile sorveglianza di un vecchio archeologo, nemico giurato del padre, delle forti perplessità e richiami all’ordine del timido fratello Broshi e contemporaneamente dalla complessa gestione degli assistenti, un gruppetto di ebrei ortodossi motivati dalla fantomatica possibilità di ritrovare l’agognata arca, con annessi messianismi. Si dà il caso che il tunnel da scavare per raggiungere il punto di presunta conservazione del reperto si trovi al di là del muro che divide Israele dalla Palestina.

Diversamente da larga parte della produzione che racconta quei difficili e contesi territori, tuttavia, sarebbe errato ridurre la vicenda al discorso sul conflitto israelo-palestinese. Di fatto, quest’ultimo interviene (e nemmeno esplicitamente) una sola volta, quando, scavando il tunnel, la strampalata squadra di Nilli incontra un’altra coppia, i fratelli palestinesi e vecchi amici di Nilli, Mehdi e Zouzou, intenti a scavare un tunnel per scopi non legati a questioni archeologiche.

In una pagina, il breve dialogo tra i due amici sembra ricostruire l’intricata vicenda che ha logorato i rispettivi popoli per più di settant’anni, e di cui il tunnel diventa un simbolo (“Ma mio padre cominciò a scavare”, “Poi voi siete partiti”, “E ora siamo ritornati”, “E ora siamo qui”, “Ma noi c’eravamo prima”, “Tutto dipende dalla data d’inizio”).

Rutu Modan, affresco mediorientale

Il tunnel raccoglie in effetti i numerosi frammenti di società raccontati con cura e simpatia da Rutu Modan. Non stupisce che figuri, infatti, non solo nel titolo, ma anche come immagine di copertina di pressoché ogni edizione del libro – tranne quella italiana, che ne presenta una, piuttosto didascalica, del muro, estratta dal fumetto.

È verso il tunnel che convergono le aspirazioni di Nilli, che si lancia anima e corpo in questa missione diventata anche e soprattutto il tentativo di riabilitazione del grande progetto paterno. Broshi, il fratellino escluso dalla campagna di scavi ma che ha assunto il ruolo di caregiver del padre, si risente di una sorella sfuggente, che finisce tuttavia ad aiutare e incoraggiare, anche nella gestione del nipotino.

È solo nel tunnel e per il tunnel che due israeliani laici possono finire col frequentare fianco a fianco degli ortodossi, oltranzisti certo ma spassosi, emanazione di una parte della società che vive respirando Torah, e che partecipa modestamente e difficilmente alla vita del paese. Complessi giochi di potere e denaro fanno interagire un magnate arabo malato di archeologia – il mecenate della spedizione – con gruppi terroristici internazionali, che finanziano sottobanco le rispettive operazioni vendendo ai ricchi apostati cimeli trafugati.

Verso il tunnel, benché il foro d’ingresso differisca, sono attirati non solo Mehdi e Zouzou, ma anche due giovincelli palestinesi che, un po’ scimmiottando e un po’ facendo sul serio, s’inventano emissari di Daesh e tentano d’infiltrarsi nella misteriosa missione dei fratelli.

Rutu Modan, personaggi in azione

A rendere vivace l’umanità che anima il racconto di Rutu Modan contribuiscono diversi fattori, visivi e narrativi. Da un punto di vista della tecnica, le tavole si compongono organicamente di vignette piuttosto regolari, spesso dallo sfondo monocromo o dalle tinte molto omogenee, che staccano nitidamente i personaggi in azione. Il tratto è molto uniforme, rarissimamente modulato, talvolta alternato al nero verso tinte seppia quando interessa gli oggetti e strutture non in primo piano.

A dispetto di quella che potrebbe apparire come una limitata vividezza del segno, il libro stupisce per la grande espressività manifestata dai personaggi, dalla gestualità che, pur non esibita teatralmente, caratterizza e anima le diverse scene. Nel suo profilo Instagram, l’autrice ha condiviso diversi estratti fotografici che illustrano comparse di diversa età e genere posare in diverse posture, che si ritrovano poi fedelmente riprodotte nel libro stesso.

Rutu Modan stessa ha dichiarato di essersi servita di questa dispendiosa strategia tecnica appunto per imbrigliare la carica visuale di un dato gesto e trasferirla nella storia, anche garantendo a ciascun individuo un trattamento proprio, un linguaggio specifico. Sotto il profilo narrativo, ritroviamo la stessa cura all’individualità del personaggio che Rutu Modan ha investito nel trattamento visivo degli stessi.

Ovvero, i diversi attori della recita di Rutu Modan si esprimono e agiscono ciascuno aderendo non solo alla propria personalità, ma anche agli schemi veri o posticci che i propri gruppi sociali di appartenenza manifestano. Inoltre, i diversi personaggi riflettono la sfaccettata composizione dei territori israeliani i e palestinesi, senza tuttavia scadere nello stereotipo.

Il tunnel è una sorta di acceleratore che attira verso di sé questa curiosa e polimorfa compagnia, e quest’attrazione fatale non può che far emergere in maniera lampante la natura di ciascuna delle parti, tra vizi e virtù, aspirazioni e limiti. La questione della reale esistenza del cimelio da tutti ricercato è squisitamente marginale: è il pretesto formale che permette all’autrice di articolare un discorso tutt’altro che faceto su questioni di ordine sociale e politico, e di farlo permettendo a numerose voci di rispondere alle domande che attraversano, pur nella loro diversità, tutti i personaggi, indistintamente.

La natura vagamente utopica della missione smorza la carica seriosa che inevitabilmente si genera quando la storia e la geopolitica si contendono il racconto di un territorio. Umanità e leggerezza dominano, anche nei momenti di apparente tensione, dove il ridicolo e l’ironico riescono a farsi strada e a riscrivere il presente, senza tuttavia tradirlo.

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