Andrea Pagani, originariamente edito in Charta, 179, pp. 36-41.
Il 15 luglio 1896 sulla Revue Blanche esce un saggio di Marcel Proust dal titolo Contre l’obscurité, in cui l’appena venticinquenne scrittore francese, abbracciando le posizioni di Anatole France, affronta in modo critico la “chiusura” della poesia simbolista, in particolare di Mallarmé, e arriva ad affermare che “le opere puramente simboliche rischiano di mancare di vita e, quindi, di profondità. Se per giunta – prosegue Proust – le loro principesse e i loro cavalieri, anziché interessare il nostro spirito, propongono alla sua perspicacia un senso difficile e impreciso, i poemi, che dovrebbero essere simboli viventi si riducono a fredde allegorie”.
Al contrario, il giovane Proust propone una “semplicità” d’investigazione nei meandri del cuore, con un linguaggio preciso ed esatto, proprio come un chirurgo alla ricerca delle misteriose profondità dell’io.
IL PRIMO PROUST
Siamo nel 1896 . L’anno in cui Proust ha dato alle stampe il suo primo libro, Les Plaisirs et les Jours. La coincidenza cronologica risulta quanto mai emblematica almeno per una duplice serie di questioni. Non solo perché conferma una maturità d’intenti che non s’addicono certo all’idea di un giovane superficiale e inconcludente, ma anche perché certifica l’inizio di un progetto letterario che, con estrema coerenza, lo scrittore avrebbe poi seguito fino agli ultimi giorni di vita.
In questa prospettiva, ciò che avvenne in quel giro d’anni, fra il 1895 e il 1896, in margine alla stesura e poi alla pubblicazione de Les Plaisirs et les Jours, appare di un’importanza nevralgica. Che la netta cesura fra un giovane Proust, dandy e frivolo, frequentatore dei salotti mondani col fiore all’occhiello, e un Proust adulto, all’improvviso critico e profondo, in coincidenza con la morte della madre, nel settembre del 1905, dedito con accanimento alla composizione della sua grande opera, fosse una cesura schematica e poco credibile, è un dato già da tempo assodato, grazie agli studi di André Maurois, col saggio À la recherche de Marcel Proust, edito nel 1949 dall’editrice parigina Hachette.
Da quel momento l’universo della critica proustiana si è arricchito di preziosi contributi, che hanno definito il disegno di una continua progressione, come se lo scrittore procedesse a tappe in costante maturazione per approdare al capolavoro, un passo dopo l’altro, dal voluminoso romanzo incompiuto Jean Santeuil (1895-99), alle traduzioni e prefazioni della Bible d’Amiens (1904) e Sésame et les lys (1906) di John Ruskin, fino al saggio di estetica e di critica letteraria Contre Sainte-Beuve (1908-09).
UNA SCOPERTA DESTINATA A RISCRIVERE LA STORIA
Tali studi si devono, in gran parte, ai rinvenimenti del leggendario studioso ed editore Bernard de Fallois, soprannominato il “mostro sacro” della narrativa, che negli anni Cinquanta si mise alla caccia di prove per dimostrare l’inattendibilità dell’idea d’una brusca cesura fra una giovinezza di Proust oziosa e mondana, e una maturità profonda e problematica.
Ne trova almeno due, che confermano per l’appunto che già dal 1895 Proust si muoveva nella direzione della Recherche: rinviene nel 1952, in un armadio della nipote di Proust, il primo abbozzo della Recherche (un manoscritto, composto per la gran parte fra il settembre 1895 e l’agosto 1897, con due aggiunte risalenti al 1899 e al 1901, a cui darà il titolo di Jean Santeuil, pubblicato da Gallimard nel 1952, e un’altra opera postuma di Proust, il Contre Sainte-Beuve, un singolare saggio di critica e di estetica che svaria nel romanzo, composto fra il 1908 e il 1909.
Eppure ancora manca il terzo tassello del mosaico, quello decisivo, in relazione agli anni dell’uscita de Les Plaisirs et les Jours, un tassello che di recente è venuto alla luce: si tratta di nove frammenti narrativi, che il venticinquenne Proust aveva deciso di escludere da Les Plaisirs et les Jours, finalmente stampati per la prima volta in Francia nel 2019 per le Èditions de Fallois, col titolo de Le Mystérieux Correspondant et autres nouvelles inédites, a cura di Luc Fraisse, e nel 2021 in Italia da Garzanti, col titolo Il corrispondente misterioso, nella traduzione di Margherita Botto.
In quale misura questi testi presagiscono quell’idea di chiarezza del linguaggio, “contro l’oscurità simbolista”, che diventa la strategia narrativa per sviscerare e smascherare l’ingannevole illusorietà delle apparenze? Il tentativo di rispondere a questo interrogativo è strettamente connesso al motivo per cui quei testi siano rimasti così a lungo in attesa di pubblicazione.
Si direbbe infatti che Bernard de Fallois, quando rinvenne i frammenti incompiuti (come sembra confessare in un’intervista intitolata significativamente L’histoire d’un roman est un roman, rilasciata a Nathalie Mauriac Dyer nel giugno del 2013 sulla Édition électronique della rivista Genesis. Manuscrits – Recherche – Invention, inedita in Italia), si sia reso conto che se quei frammenti fossero stati inclusi ne Les Plaisirs et les Jours, il libro avrebbe assunto una fisionomia diversa da quella che aveva concepito l’autore, cioè avrebbe avuto come tema dominante quello dell’omosessualità, il che, doveva essere, con ogni probabilità, la ragione per cui Proust li aveva esclusi dal progetto originario.
È presumibile, quindi, che lo studioso francese non abbia mai rivelato l’esistenza dei racconti per una sorta di onestà intellettuale nei confronti della decisione dell’autore. Ma alla sua morte, nel 2018, fra gli scatoloni pieni di documenti del defunto editore, consegnati alla Bibliothèque Nationale de France, sono venuti alla luce i nove racconti inediti.
L’OMOSESSUALITÀ COME TEMA DOMINANTE
La preponderanza tematica dei frammenti verte sul tema dell’omosessualità, ragione per cui forse l’autore decise di cassarli dalla raccolta per una sorta di timorosa autocensura (alcuni studiosi osservano che dopo la morte dei genitori, in una specie di liberazione, Proust potè finalmente dedicarsi a questo tema in pagine memorabili della Recherche), anche se non è escluso che motivi stilistici e strutturali siano intervenuti nella scelta di Proust, che riconosceva l’incompletezza e l’immaturità di certi passaggi, e il rischio di contaminare l’intelaiatura del libro, che già possedeva una sua robusta identità compositiva.
Ma ciò che occorre rilevare, in questa sede, è la chiave con cui Proust affronta questi argomenti. Si tratta di specifiche cellule tematiche, situazioni e immagini narrative: come il dialogo, in forma di pastiche, fra i morti oratori Quélus-Caylus e Ernest Renan nel racconto Agli inferi, che – segnala Luc Fraisse – sembra una prima versione della discussione sull’omosessualità fra Charlus e Brichot ne La Prisonnière, dopo l’esecuzione del settimino a casa Verdurin.
Oppure come il racconto a enigma Jacques Lefelde (singolare sperimentazione di un Proust giovane che si addentra nei territori del racconto a suspense e del fantastico), fantasticherie in riva al lago, al Bois de Boulogne, che preannunciano l’ultima scena del Du côté de chez Swann. Ma si tratta anche di una tecnica di scrittura. Il tema dell’omosessualità nell’opera di Proust viene vissuto nella declinazione della sofferenza, il che non si deve necessariamente attribuire al contesto storico, giacché, come osserva Luc Fraisse altri autori coevi di Proust trattano questo tema con molta maggior disinvoltura: “André Gide, suo coetaneo, edonista ed egotista, […] non avvolge tale confessione nella tragicità proustiana ma la associa invece a una felicità vitalistica”.
UN VIAGGIO ATTRAVERSO I NOVE RACCONTI DI PROUST
Da dove nasce, dunque, la piega drammatica di fronte al tema dell’omosessualità? La risposta ce la forniscono i nove racconti inediti, che ricalcano con una sistematicità quasi ossessiva una dinamica che si ritroverà, puntualmente, in molti passaggi della Recherche, in margine alla contrapposizione conflittuale fra verità e apparenza, segreto e confessione, istinto e moralità.
Basterebbe un primo sondaggio nel racconto principale, che dà il titolo al libro, Il corrispondente misterioso, per ravvisare analogie col complicato sistema di rapporti, fatto di inchieste e misteri, ambiguità e sotterfugi, che connotano le relazioni dolorose del narratore della Recherche con Gilberte ma soprattutto con Albertine, che sembra nascondere uno scabroso segreto.
È evidente il singolare interesse che Proust mostra verso le relazioni minate dal gioco ambiguo delle identità, persino da un elemento di depravazione e dissolutezza, fino alla follia omicida (interesse che già aveva messo in evidenza il 1 febbraio 1907 con la pubblicazione su Le Figaro de Sentiments filiaux d’un parricide), perché dietro quell’ambiguità si nasconde la segreta verità dell’inclinazione dell’uomo (o della donna), e perché ciò comporta un processo di seducente, ma dolorosa, esplorazione.
Non v’è dubbio che dietro l’oscuro scambio epistolare di natura amorosa fra la protagonista del racconto del 1896, Françoise, e il “corrispondente misterioso”, che infine si scopre essere la sua cara amica, Christiane (“è un gran peccato che non si sia sposata” ci fornisce un primo indizio il medico curante), si possa riconoscere un profetico preannuncio del rapporto difficile e doloroso fra il narratore e Albertine,
negli ultimi volumi della Recherche (le cui dinamiche già si prefiguravano nel rapporto con Gilberte, o nell’amore di Swann per Odette), in un groviglio di situazioni emotive, fra amore non corrisposto, greve senso di colpa, richieste di consiglio al padre de Tresves, quindi fantasmi della morale e della religione cattolica, che rende ancor più problematica la questione del rapporto amore/morte:
“se un uomo [qui in realtà è Christiane, una donna omosessuale] morisse d’amore per una donna, che appartiene a un’altra [sic] e che lui avesse avuto la virtù di non cercare di sedurre, se soltanto l’amore di quella donna potesse salvarlo da una morte imminente e certa, lei sarebbe scusabile se glielo offrisse?” (si noti il complicato groviglio di identità lui/ lei). Allo stesso modo “nella Ricerca – osserva Luc Fraisse – comparirà una lettera di una corrispondente misteriosa: il telegramma ricevuto dal protagonista di Albertine scomparsa al momento di ripartire da Venezia e firmato da Albertine, che invece è ormai morta […]; si trattava in realtà in un’errata lettura del nome di Gilberte che in quel telegramma annunciava il proprio matrimonio.
Tutta la novella giovanile sembra essersi condensata in questa circostanza”. Un ragionamento analogo si può sviluppare per altri frammenti della raccolta, dove l’ambiguità erotica e il gioco di parole si declinano in una squisita chiave musicale in Dopo l’Ottava di Beethoven; oppure nella struggente vicenda de La consapevolezza di amarla, dove il protagonista trova consolazione alla pene d’amore nella segreta compagnia d’un gatto, anche qui giocato su una vaga allusione omosessuale, con echi fortemente erotici:
“l’animale bianco venne a rannicchiarsi fra le gambe con la tranquilla fedeltà di chi non mi avrebbe lasciato mai più […], si accomodava ai miei piedi sotto il tavolo e come uno sgabello offrì la schiena serica, a un certo punto mi sfila una scarpa e il mio piede si appoggiò sulla sua pelliccia”.
O meglio ancora nel Ricordo di un capitano, dove Proust scandaglia le dinamiche oscure che legano desiderio e angoscia, in una relazione fra due uomini, un capitano e un brigadiere, in un incontro di “affettuosa amicizia” attraverso un ardente scambio di sguardi e di sorrisi, quindi un’omosessualità solo suggerita e mai nominata che preannuncia le pagine in cui Charlus osserva il protagonista a Balbec in À l’ombre des jeunes filles en fleurs, o quelle in cui Charlus è affascinato dal violinista Morel in uniforme alla stazione di Doncières in Sodome et Gomorrhe, nello struggimento dell’abbandono e dell’impossibilità di una conoscenza:
“mentre il cavallo si avviava gli rivolsi un vero saluto ed era già a un vecchio amico che dicevo con lo sguardo e con il sorriso cose infinitamente affettuose. […], non rammento più molto bene il suo viso, e l’episodio mi appare solo come dolcissimo in quel luogo tutto caldo e biondo di luce serale, un pò triste però, a causa del suo mistero e della sua incompiutezza”.
È evidente, in altre parole, che in questo gioco di sguardi a distanza, di incroci incompiuti, di ambigui legami sentimentali e di ingannevoli identità (“Spesso mi chiedevo – si domanda lo scrittore nel racconto Pauline de S. – se non fosse una posa, una maschera, se una parte della sua vita che mi nascondeva non fosse ciò che avrebbe dovuto essere”), Proust avvertiva uno snodo drammatico in cui sembrava risolversi il proprio destino e forse anche il destino dell’uomo:
“del resto – dichiara Renan nel racconto Agli inferi – l’amore come lo concepivano gli antichi è indiscutibilmente una malattia”, dove anche il mondo animale (“le rondini, gli albatri e gli altri piccoli cantori”), nella meravigliosa parabola fiabesca di Era così che aveva amato, non si sottrae alle legge diabolica del rapporto amore/ sofferenza.
In questa prospettiva le novelle giovanili costituiscono una rivelatrice cellula embrionale nel percorso narrativo proustiano, giacché “approfondiscono, per vie straordinariamente varie, il problema psicologico e morale dell’omosessualità. Mettono in luce una psicologia sostanzialmente dolorosa […], invitano a comprendere un’esperienza umana” (Luc Fraisse).
La forza di penetrazione che investiva il narratore della Recherche, in un crescendo di gelosia e tormentosa ansia di possesso, è una più generale allegoria della vocazione che spinge l’autore alla conoscenza della verità, nell’accanita elaborazione della sua opera. Una vocazione rapinosa a cui non è possibile sottrarsi, che divorò l’intera esistenza dello scrittore e che andava condotta con un esercizio di limpida pulizia stilistica, “contro l’oscurità”:
“se pensassimo – riporta un celebre passaggio de À l’ombre des jeunes filles en fleurs – che gli occhi di una ragazza come quella non sono che una brillante rotella di mica, non saremmo così avidi di conoscere e di unire a noi la sua vita. Ma sentiamo che quel che riluce in quel disco pieno di riflessi non è dovuto unicamente alla sua composizione materiale, chè sono, ignote a noi, le nere ombre delle idee che quell’essere si fa a proposito delle persone e dei luoghi che conosce”.
PROUST, L’EVOLUZIONE NELLA POETICA AUTORIALE
Se estendiamo il ragionamento ai meccanismi della struttura, ci accorgiamo che il modo di procedere di Proust è il medesimo, ossia attraverso tappe provvisorie, incerte e talvolta persino contraddittorie, in un processo di correzioni continue, perché è questo il modo con cui procede un’investigazione.
Fu lo stesso autore a suggerire la chiave per entrare nel suo singolare procedimento narrativo, quando in una lettera a Jacques Rivière del 7 (o del 6) febbraio 1914, pochi mesi dopo l’uscita del Du côté de chez Swann, confessò:
“Quella che esprimo alla fine del primo volume, in questa parentesi del Bois de Boulogne che ho collocato là come un semplice paravento per finire e chiudere un libro che, per ragioni pratiche, non poteva superare le 500 pagine, è il contrario della mia conclusione.
È una tappa, d’una apparenza soggettiva e dilettantesca, verso la più oggettiva e convinta delle conclusioni [perché] questa evoluzione del pensiero non ho voluto analizzarla astrattamente, ma ricrearla, farla vivere” [il corsivo e la traduzioni sono nostre].
Si direbbe che Proust intendesse ricostruire sulla pagina i meccanismi del funzionamento del pensiero, che procede per esperimenti, imprecisioni, errori, correzioni, tortuose maturazioni, fino ad arrivare ad un epilogo “oggettivo e convinto”, diverso rispetto alle premesse iniziali.
A ben vedere, era ciò Proust che aveva compiuto fin dai suoi esordi giovanili con quei preziosi nove frammenti letterari che sono da inquadrarsi, per l’appunto, in un continuum narrativo, ininterrotto e coerente, dal 1895 al 1922, senza brusche conversioni, dove le cellule tematiche che il giovane autore sperimentava diventano la prima tappa di un cammino coerente. È il modo concreto, non astratto, con cui egli intendeva “ricreare e far vivere l’evoluzione del pensiero”, scavando nei meandri dell’io, contro l’oscurità, proprio come un detective o un chirurgo, con la limpidezza di un linguaggio fulgido e ineguagliabile.
PER SAPERNE DI PIÙ
Le citazioni fanno riferimento alle seguenti opere:
Marcel Proust – Jacques Rivière, Correspondance 1914-1922, présentée et annotée par Philip Kolb, préface de Jean Mouton, Gallimard, Paris, 1976.
Marcel Proust, À la recherche du temps perdu, Édition publiée sous la direction de Jean-Yves Tadié avec la collaboration de Florence Callu, Francine Goujon, Eugène Nicole, Pierre-Louis Rey, Brian Rogers et Jo Yoshida, Bibliothèque de la Pléiade, Tome I-IV, Gallimard, Paris, 1987-9.
Marcel Proust, Il corrispondente misterioso, a cura di Luc Fraisse, traduzione di Margherita Botto, Garzanti, Milano, 2021.
Marcel Proust, Scritti mondani e letterari, a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini, Einaudi, Torino, 1984.
Bernard de Fallois, Introduction à la Recherche du temps perdu, Èditions de Fallois, Paris, 2018.
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