La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Plinio: ‘Naturalis Historia’, 1582

Erminio Caprotti, originariamente edito in Charta, 118, pp. 58-63.

La Naturalis Historia di Plinio si può considerare un’opera fondamentale nella storia della cultura europea. Trascritta per tutto il Medioevo fu una delle opere più diffuse, dopo la Bibbia. La sua prima edizione a stampa del 1469 (Giovanni da Spira, Venezia) in latino e quella del 1476 in volgare (Jenson, Venezia) costituiscono un cardine dell’Umanesimo italiano. Dal 1469 al 1599 ne vennero pubblicate cinquantacinque edizioni, di cui le prime sedici in Italia. Dopo la prima traduzione in volgare nel medesimo periodo ne seguirono altre sedici.

All’estero le prime traduzioni furono tardive: 1569 per la Germania, 1562 per la Francia, 1565 per l’Inghilterra e 1587 per la Spagna. L’opera non ebbe però grande fortuna con gli illustratori. Ancora nella prima metà del Cinquecento v’è sola l’edizione di Venezia, 1513, Melchiorre Sessa (seguita da altre riedizioni sia in latino che in volgare) con belle vignette silografiche a ogni libro (cfr. Caprotti, Le silografie della Naturalis Historia, “L’Esopo” n. 10, Milano l981).

PLINIO: NATURALIS HISTORIA A FRANCOFORTE

Troviamo un’altra edizione figurata solo nel 1582, con silografie di altissimo livello artistico. È la Historia mundi naturalis…, edita da Martin Lochner per Sigismund Feyerabendt a Francoforte. Essa si può considerare la più bella edizione figurata della Naturalis Historia pliniana. Il volume in-folio gigante consta di 33 cc. n.n. e 528 pagine di testo nonché 52 cc. n.n. per le “Annotationes” a cura di Sigismondo Gelenio e gli Indici. Le carte preliminari hanno due silografie: la prima è la bella marca tipografica dell’editore (fig. 1, frontespizio) e l’altra lo stemma nobiliare del dedicatario Georg von Liefskirchen.

Le altre illustrazioni occupano, irregolarmente, le pagine del Libri II-XVII. Ve ne sono ventidue grandi (di cui tre ripetute), da circa 15,5 × 9,5 cm, cinque medie (a un quarto di pagina) e venti piccole (circa 8 × 6 cm). Le grandi sono di Hans Weiditz, tranne una figura (p. 36) opera di Hans Wolf (un allievo di Burgkmair) e la carta geografica di p. 55, copiata da un atlante tolemaico coevo. Le figure medie sono anonime, ma almeno tre derivano da “Hebammenbuch”, libri di ostetricia allora assai in voga.

Le figure piccole, di personaggi in costume, sono, con alcune eccezioni anonime, opera di Jost Amman. Quello che va però segnalato è che nessuna illustrazione risulta eseguita espressamente per questa edizione. Le figure furono ricavate da altre opere dall’Editore o dai suoi collaboratori, e selezionate più o meno oculatamente per adattarle ai contenuti della Naturalis Historia. La pratica era allora ampiamente diffusa, ma qui segnaleremo dove la scelta di Feyerabendt è stata oculata oppure no.

LE FIGURE GRANDI

Quattro delle figure grandi erano già state pubblicate negli Officia di Cicerone, 1531 (Augusta, Heinrich Steiner, e qui anche l’incisione di Hans Wolf), sei in Polidoro Virgilio, Von der Erfindung der Ding (1544, stesso editore) e, soprattutto, quindici in Petrarca, Trostspiegel in Glück und Unglück (Augusta, 1532, Steiner). Hans Weiditz, nato attorno al 1497, secondo alcuni a Friburgo, e secondo altri a Strasburgo dove iniziò il suo apprendistato, si recò nel 1518 ad Augusta, dove lavorò nell’atelier di Hans Burgkmair, iniziando a studiare la maniera del Dürer.

Nei quindici anni della sua carriera eseguì oltre 650 incisioni, lavorando principalmente per gli editori Schott, Knobloch e Koepfel. Suoi capolavori sono le illustrazioni per il Glücksbuch del Petrarca, un tempo attribuite a un “Petrarca Meister”, e soprattutto le 230 silografie botaniche per i primi due volumi di Vivae Herbarum Eicones di Otto Brunfels (Schott, Strasburgo, 1530- 1532), uno dei più importanti testi di botanica del Rinascimento. Weiditz morì nel 1536 o poco dopo. Vediamo ora le sue figure riportate in Plinio.

La prima si trova all’inizio del Liber II (fig. 2), uno dei più importanti dal punta di vista filosofico, poiché lo stoico Plinio espone la sua visione del mondo. Scrive Plinio: “L’Universo e questo complesso che con un altro nome è piaciuto chiamare cielo, che con la sua volta racchiude la vita del creato, non si sbaglia a ritenerlo una divinità, senza limiti nel tempo e nello spazio, non generato e non destinato a morire.

Ricercare ciò che è al di fuori di esso non ha importanza per l’uomo e sfugge alla capacità della mente umana”. Poco oltre aggiunge (II, 18): “Dio è per un uomo aiutare un altro uomo: ecco la via per conquistarsi la gloria eterna” (Deus est mortali iuvare mortalem et haec ad aeternam gloriam via).

La figura sembra simboleggiare i quattro elementi che Plinio cita: il fuoco, poi “quel soffio che i Greci chiamano aria” e infine la terra e l’acqua. Un uomo, forse un astronomo, sembra farci vedere il collegamento fra questi elementi costitutivi. Sole e Luna dominano dall’alto la bella immagine. Nella fig. 3 due studiosi scrutano le eclissi di Sole e Luna (De defectu Solis et Luna et de Nocte). Scrive Plinio, a proposito del Sole (II, 13): Se ne valutiamo gli influssi, non si può fare a meno di considerarlo l’anima o piuttosto la mente di tutto l’universo, l’astro che più di ogni altro regola la naura, il suo vero e proprio nume […] splendido, unico nel suo genere, onniveggente e anche che tutto sente.

L’Imperatore Aureliano considerò il sole “Dominus Imperii Romani”, come risulta dalla sua monetazione, e l’immagine personificata persisterà nella monetazione imperiale fino all’invocato “Soli Invicto Comiti” di Costantino, cessando dopo la battaglia di Ponte Milvio. La fig. 4 “De Ventis iterum” contrappone i venti del Sud e del Nord. Quello del Sud esala fiamme, cercando di creare nuvole per farle cozzare con quelle fredde del Nord. La splendida immagine (fig. 5) “Fulgura genera et miracula” ci mostra un rabdomante (o piuttosto una strega?) con uno zodiaco in cielo e saette tutt’attorno.

Plinio ci parla delle stranezze dei fulmini, ma l’illustratore ci fa sprofondare in quella concezione magica della Natura propria della cultura rinascimentale che voleva riscoprirla. “Natura sola Magistra” era il motto allora imperante fra i dotti. La fig. 6 “De Navigatione, maris et fulminum” facendoci partecipare all’armonia che regna fra terre e acque, si riferisce ai capitoli sulle acque e sui fiumi. Raffigura infatti da un lato una chiesa gotica con giovani musici e cantori, sereni (anche se non con la celestiale serenità di quelli della Cantoria fiorentina!), dall’altro una nave con vari naviganti e sulla tolda Orfeo che suona un’arpa, mentre su un delfino Lino suona una viola da gamba.

Vari mostri marini nuotano attorno. Qui v’è tutta la magia del mare, ma soprattutto quella della musica: infatti la stessa immagine in Polidoro Virgilio illustra la potenza della Musica, con le figure di Orfeo e di Lino, ambedue citati da Virgilio in Bucolica IV. Nel Liber III troviamo l’immagine di una fanciulla che si suicida. La silografia, non particolarmente bella, è in Petrarca 1532 (“Von einem unzeitigen und Fruhen Todt”) e in Plinio appare fuori posto. Nel Liber III, di carattere geografico, la figura di Hans Wolf (fig. 7) posta sotto il cap. “Corsica”, raffigura in realtà il trasporto di vettovaglie da Alessandria a Rodi. (Cicero, Officia, 1531).

Seguiranno altre due non eccezionali silografie con navi per il Liber VI, dedicato al mare. A p. 85 “Multiformes et mira hominum effigies” (fig. 8) si parla di mostri e la bella silografia, onirica e suggestiva, ci mostra due vecchi deformi seduti, un gobbetto e un essere mostruoso con occhi enormi. La mostruosità era stata oggetto di innumerevoli studi nella Rinascenza (cfr. E. Caprotti, Mostri, draghi e serpenti nelle silografie dell’opera di Ulisse Aldrovandi e dei suoi contemporanei, Milano 1979).

La figura è bene apposta e si trova in Petrarca, 1532, recante sul verso “Si tibi difficilis formam natura negat”. Come Plinio ha scritto, la Natura è ora dolce madre, ora crudele matrigna. Per il Liber VII, che tratta dell’uomo, abbiamo alcuni legni, piccoli e medi, che illustrano le malattie e i parti. Come già detto, il Feyerabendt ha tratto le figure dal suo Hebhammen Buchii (l563) e da altri. La splendida immagine che riproduciamo (fig. 9) ha in primo piano due donne che assistono una partoriente, mentre due uomini sullo sfondo scrutano il cielo stellato.

Molta importanza veniva allora data dai dotti all’Astrologia e al significato dell’influenza degli astri presenti in cielo al momento della nascita, per poter interpretare l’eventuale destino del nascituro. Oggi, degli oroscopi si occupa il popolino ignorante, che li segue sui giornali e alla televisione. Allora la faccenda era presa molto seriamente: ne fanno fede gli affreschi del Palazzo della Ragione a Padova, quelli di palazzo Schifanoia a Ferrara o ancora quelli manieristi della Villa di Capranica.

ANIMALI E PIANTE

Nei Libri IX-XI si parla di animali e qui l’Editore si avvale dell’arte del grande Jost Amman e di Hans Bocksberger. Jost Amman (Zurigo 1539 – Norimberga 1591), trasferitosi a Norimberga nel 1561, iniziò a lavorare con Virgilio Solis, specializzandosi nell’illustrazione di libri. Gli sono state attribuite circa 1500 silografie. Famosa è la Bibbia da lui illustrata (Feyerabendt, Corvìnus e Gallus, 1566, Francoforte). Johann Melchior Bocksperger, detto Hans B. der Junger, nacque a Salisburgo in una famiglia di incisori e pittori attorno al 1530-1536 e morì a Regensburg nel 1587.

Le figure di animali (tranne due di una banale conchiglia per il Liber IX, anonime) sono tratte da una preziosa opera che ebbe grande successo e fu più volte ristampata: Eine neue Thierbuch, di 116 pagine con 104 silografie dei due suddetti artisti, con un testo descrittivo, in rime baciate, di Georg Schaller. Editore è lo stesso Feyerabendt nel 1569. Dei diciannove legni prescelti per il Plinio vi sono undici figure per i quadrupedi, cinque per gli uccelli e una per gli insetti (Liber XI, 9, che però raffigura un bellissimo orso bruno che devasta un alveare). Eccone alcuni (fig. 10, 11 e 12).

Torniamo ora al Weiditz, poiché nel Liber XI (p. 165) “De araneis et generatione eorum” ci offre una splendida silografia, (fig. 13) che troviamo nel Petrarca 1532, “Della ragione umana e dell’ingegno” e che cosa di meglio per illustrarla dell’ardita sfida di Aracne a Pallade Atena nell’abilità nell’arte della tessitura? E che il Petrarca cita stigmatizzando il noto episodio delle Metamorfosi ovidiane (VI: 1-145). Le tre figure da Liber XII a Liber XV riguardanti il mondo vegetale sono banali, non particolarmente artistiche: contadini al lavoro, animali in una foresta, scena di cure con erbe. Le ultime figure, tutte del Weiditz, per i Liber XV, XVI e XVII, sono molto belle, ma difficilmente riconducibili al testo pliniano.

La prima (fig. 13) ritrae un grande albero, con un cavaliere e un cavallo bardato ai lati, che in Petrarca 1532 illustra il cap. CV, “Della speranza di pace”, per cui la figura è poco collocabile anche per il Petrarca. Per Plinio, poi, questo Libro parla dell’ulivo e degli alberi fruttiferi (frugiferae arbores). Anche la fig. 14, “Sylvestrium arbores naturae” è tolta dal Petrarca, 1532, nel capitolo sull’infedeltà coniugale (p. 217).

Nella figura vediamo due cavalieri che inseguono una donna, pure a cavallo, che fugge verso un bosco. Anche per il Petrarca l’immagine appare poco plausibile: ancor meno per un Plinio che sta parlando di alberi da frutto. La superlativa figura all’inizio del Liber XVII (fig. 15) “Arborum pretia mirabilis”, che tratta degli alberi da legno, più giustamente era in Petrarca 1532 al titolo “Origine e albero genealogico della nobiltà”. La meravigliosa silografia ci mostra un enorme albero dove si trovano, dalle radici ai più alti rami, numerose persone, dal più alto al più basso rango, come già si usava per le “ruote di Fortuna”.

Concludo osservando che tale è la bellezza artistica e grafica delle incisioni da oscurare la scelta talora impropria del Feyerabendt. La presenza di silografie di due fra i più grandi incisori del periodo post-düreriano permette di considerarla una vera gemma dell’editoria tardo-cinquecentesca d’Oltralpe.

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