La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Matite Fila: Storie Ben Temperate

Stefano Salis, originariamente edito in Charta, 172, pp. 20-25.

Qualche anno fa, uscì in America un libro singolare. Bellissimo e singolare. Era una storia “alternativa” del sogno americano. Copione già scritto: uno molla un lavoro redditizio, anche di un certo successo e persino piuttosto soddisfacente dal punto di vista economico e si mette a – colpo di scena, rullo di tamburi e, soprattutto, rumore di lame che sfogliano tenero legno lasciando coreografici trucioli e polvere nera – si mette dunque a… temperar matite!

Il business era venuto in mente a David Rees, cartoonist americano in voga, con disegni pubblicati, tra gli altri, dal New Yorker. Ai tempi della Guerra del Golfo aveva una striscia satirica conosciuta e rispettata, per non dire temuta; all’improvviso l’illuminazione: lascia tutto questo e diventa affilatore di matite.

A pagamento. Funzionava così. Uno gli mandava, nella sua casa di Beacon (New York), la sua matita e 56 dollari – sì, certo, era (ed è) tanto, ma, ribatte lui, il vero artigianato americano costa – e lui la restituiva temperata alla perfezione, preservata dentro un tubino di plastica, con tanto di certificazione che l’affilatura era stata da lui personalmente effettuata secondo i più alti standard e, debitamente sigillati in una bustina a parte, ovviamente anche i resti, le barbe che vengono fuori mentre si tempera.

Da quella esperienza (non so se continui ancora, e tutto sommato non è così importante), era venuto fuori il manuale di cui sopra. Intitolato How To Sharpen Pencils (Melville House), ossia Come temperare le matite. Il titolo esteso spiega esattamente che tipo di libro avete di fronte: A Practical & Theoretical Treatise of the Artisanal Craft of Pencil Sharpening for Writers, Artists, Contractors, Flange Turners, Anglesmiths & Civil Servants With Illustrations Showing Current Practice, cioè un manuale, prima di tutto pratico, di una particolare forma di artigianato – saper temperare bene le matite –, riservato a tutti coloro che ne fanno un frequente uso.

È vero che negli Stati Uniti (e in generale nel mondo anglosassone) la matita ha un posto di rilievo negli oggetti del mondo della cultura: basta vedere le serie come “Mad Men” o qualunque film dove ci sia una scena di tensione ambientata nella sala riunioni, che so, della Cia, per accorgersene.

Certo di tutto si parla quando si ha a che fare con le matite da quelle parti, tranne che di uno scherzo. Rees è capace di essere serissimo quando tratta l’argomento (ma è anche bravissimo nel prendersi in giro): e si va dalla puntuale descrizione degli elementi di una matita (la numero 8, cioè la HB secondo il computo inglese, nella scala di durezza della mina, è la regina, presa in considerazione nei minimi dettagli; avrei delle obiezioni visto che amo la morbidezza eccessiva, fino a 7/8 B);

al tipo di temperini da utilizzare (coltellino, temperamatite a un foro e una lama, o a più fori, o meccanico), alla realizzazione della punta ideale e ai “trucchetti” da sapere per renderla tale, dall’3’attrezzatura necessaria per eseguire il lavoro (un grembiule e lenti di ingrandimento sono obbligatori), agli esercizi di allenamento fisico per farlo, fondamentali quelli per i pollici e la rotazione del polso.

Fino alle punte ironiche finali, nelle quali si mostra come vanno distrutti (armati di apposito mazzuolo) i temperamatite elettrici, in grande voga negli Usa, i vari stili di affilamento – quello alla Hendrix, per esempio, con il temperalapis tra i denti –, i possibili travestimenti per le esibizioni live.

STORIA CULTURALE: CENTO ANNI DI MATITE FILA

Mi sono ricordato del fascino che questo libro ha esercitato su di me e, immagino su tutti coloro che sono innamorati delle matite, quando, molto più di recente, mi è capitato per le mani un sontuoso libro di storia. Storia aziendale, diranno i miei piccoli lettori. Manco per niente: storia culturale, e con la C maiuscola e pure in grassetto.

È che il libro Cento anni di Fila 1920-2020 (che inizia già benissimo con questo titolo fantastico, che da solo vale il prezzo del biglietto, ehm, del volume, con un elegantissimo ed efficace gioco di parole), che si è appena aggiudicato il Premio Omi per il miglior libro d’azienda del 2020, in realtà è molto di più.

Intanto perché stiamo parlando di una marca che è, davvero, capitata in mano a tutti e a ciascuno di noi. E poi perché stiamo ripercorrendo la storia dell’uso e dell’amore verso un oggetto, la matita, che è intrinsecamente un oggetto d’infanzia e d’affezione per molti, e spesso non perde quell’aura magica, di poter riportare indietro il tempo (e persino noi stessi), ricollocandoci nel tempo primigenio e mitico del sogno, dell’immaginazione, della possibilità. Intendiamoci:

una storia aziendale era piuttosto facile da scrivere, per di più se si aveva a che fare con una vicenda che sapeva di tempi eroici, di eccezionalità, e persino di qualche traccia di eroismo individuale: certamente di italianità portata a livelli di assoluta qualità, tanto da, oggi, a cento anni di distanza dalla fondazione e dopo alti e bassi, come in tu1e le storie, essere una realtà (o un player, come dicono quelli bene informati) globale che gioca un ruolo da protagonista nei mercati internazionali. Sarebbe stato facile certo, ma forse si correva il rischio di essere grigi. Si sa, essendoci di mezzo delle matite, era un rischio concreto.

E, invece, la decisione di affidare il racconto a uno scrittore di provata perizia e mente sveglia (per non dire penna, ops, matita, svelta) come Valerio Millefoglie ha dato un impulso notevole alla riuscita. Come, del resto, i disegni di Andrea Antinori e come la curatela grafica ed editoriale che un maestro d’editoria come Corraini di Mantova (da Marzia e Maurizio a Pietro, gente che di libri se ne intende per davvero) poteva assicurare.

Eccoci a sfogliare questo incanto di parole e segni: e di immagini delle nostre amate matite e penne (non posso sorvolare sulla Tratto: una penna-pennarello che appartiene alla storia del design, del marketing, della pubblicità, dell’3’economia e solo alla fine della penna italiana). Carta pesante, impaginazione perfetta, una storia che si dipana in maniera “quasi” romanzesca.

Non è il caso di soffermarsi: chi di voi ne assaporerà la lettura capirà che c’è un mondo dietro quell’azienda gigliata (il primo marchio fu disegnato da Sepo, Severo Pozzati, e poi rivisto solo negli anni 70 da Giorgio Macchi, e in maniera molto azzeccata). E ci sono molte, moltissime, storie.

Infatti, ed è l’altro colpo di genio del volume, la seconda parte è la richiesta a cento personaggi di raccontare il loro rapporto con uno degli oggetti dell’universo Fila. Certo, ci sono i “professionisti”: i disegnatori, gli illustratori, i maestri, i teorici del colore, ma poi ci sono anche tassisti, nonni, sartine, docenti, manager di borsa, illustri imprenditori: da queste piccole storie emergono altrettanti tratti che formano una retina iridescente; quasi una composizione screziata e brillante che riverbera la gioia di un incontro che quasi mai è casuale. La matita, del resto, lo si diceva, fa questo effetto.

MATITE FILA E MATTATORI

E se tra i protagonisti delle testimonianze del libro sulla Fila c’è anche Giovanni Renzi (pubblicamente ringraziato alla fine per il suo contributo di immagini), il più grande collezionista ed esperto di storia della matita italiana, non posso non accennare qui a un altro suo magnifico libro. Che celebra, sì, la storia delle aziende italiane produttrici di matite, lapis e affini (esattamente come dice l’acronimo della Fila: Fabbrica Italiana Lapis e Affini), ma in filigrana, espande il racconto alla grande storia di uno strumento di conoscenza, disegno, precisione e calcolo, memoria e fantasia, indispensabile.

Rivedendola sottoo questo profilo, probabilmente, la più famosa, o quanto meno la più letterariamente celebrata delle matite, è la “Blackwing 602”, quella con la gomma a spatolina piatta, la morbidezza piacevole di un 3 o 4B e la scritta nel dorso Half the Pressure, Twice the Speed. Da questo strumento imperdibile era conquistato Vladimir Nabokov, mentre per Hemingway adoperarla era uno dei comandamenti dello scrittore, e poi c’era un appassionato come Steinbeck, per tacere di registi, coreografi o compositori come Aaron Copland, che con essa segnò sul pentagramma, quel capolavoro che è Appalachian Spring.

Il libro di Renzi (edito da Silvana Editoriale) ricostruisce con una dovizia di immagini, notizie e considerazioni che ha dello sbalorditivo, quella storia. Un libro imprescindibile. Ed è un tuffo al cuore in certi momenti e forse promana, in maniera misteriosa, il profumo stesso delle vecchie cartolerie, mete del desiderio di chi ama scrivere e disegnare.

Si intitola Matite. Storia e pubblicità: il libro è certamente la valanga di oltre 500 immagini che testimoniano la bellezza “nuda” degli oggetti (fotografati molto bene da Gianalberto Cigolini e scovati in collezioni preziose; e viene subito voglia di iniziarne una, di collezione); ma, anche, la talvolta strepitosa qualità delle illustrazioni e delle campagne pubblicitarie che, in un secolo, hanno contraddistinto la storia delle matite nazionali.

Ci sono tutti i nostri migliori illustratori storici: da Sacchetti a Depero, da Dudovich a Sepo (eccolo di ritorno) a Magagnoli, in una fantasia di immagini che dovevano ingolosire i futuri, giovani e meno giovani, compratori e utilizzatori e costituiscono un pezzo ancora poco esplorato dell’arte italiana del secolo scorso.

È che forse è proprio il destino della matita (o lapis: non sono comunque perfe1i sinonimi, e c3entra anche la sanguigna, ma ci sono differenze storiche, etimologiche e persino geografiche da indagare meglio) ad essere singolare. Oggetto comune e umile, ha la ventura di essere usato e di essere alla portata (di mano) di tutti, ma non “visto”.

Se ne perdono, troppo facilmente, per abitudine, per pigrizia, le tracce visive: oggetto servile non viene, se non dai veri appassionati (un amico, un Natale, mi regalò due scatolette di latta con “intonse” Faber Castell degli anni 60: ma che profumo il legno laccato e la grafite, e peccato non poterle temperare e usare, ma sarebbero troppo dure per i miei gusti), apprezzato per la sua inaspettata bellezza.

Renzi ribalta invece la questione, ponendoci di fronte a cotale scabra perfezione di segni visivi (le scritte, i colori) e tattili (per me, ribadisco, più morbida è meglio è: scivola sul foglio, e il nero davvero lascia un segno grasso).

IN PRINCIPIO FU UN TIZZONE INCARBONITO?

E ripercorre, insieme, una vicenda che, va rimarcato è, inestricabilmente, culturale, sociale e imprenditoriale. Perché è proprio dal fatidico 1920 che, improvvisamente, la produzione di matite italiane subisce un3accelerazione. Nel 1920 si lanciano sul mercato aziende che poi diventeranno gloriose e poi subiranno, chi più chi meno, le oscillazioni della storia (l’autarchia, le fortune, i cambi di destinazione, le fusioni, i fallimenti, le innovazioni, l’avvento delle penne biro, i pc, ecc.) e la concorrenza spietata, anche per la grande qualità, di case straniere come la Faber Castell, la Hardtmuth, la Conté, la Derwent, la Caran d’Ache.

Parliamo appunto della Fila a Firenze, l’unica rimasta operativa, della FIM (Fabbrica Italiana Matite) a Torino e, a Milano, la Presbitero, il cui fondatore, Pietro, firmerà la voce «Matita» per la Treccani. Perché proprio in quel momento? Perché le miniere di grafite italiane, dopo l’uso bellico, dovevano essere riconvertite e una legge che proibì di esportare il materiale e alzò i dazi sulle matite d’importazione, fece nascere le condizioni per una offerta nuova.

I competitori non furono impreparati e cercarono di offrire prodotti d’eccellenza (in molti casi riuscendo) e a veicolarli con pubblicità potenti. Celebre l’uomo con le matite in testa realizzato per la Presbitero da Roberto Aloy. Sarà l’inizio di una storia che porterà tutti a maneggiare matite; e molti ad amarle.

Oggi, di quel mondo (quasi) perduto, restano i cultori della materia: un maestro come Tullio Pericoli, che le matite le colleziona, le usa, le sfinisce e ne fa anche oggetto di scultura, ha scritto per la “sua” matita un libro-culto di Storie (Edizioni Henry Beyle) con esempi di tratti che sanno emozionare.

Proprio Pericoli ha ipotizzato una nascita poetica della matita: niente altro che un tizzone incarbonito, capace di lasciare un segno su una parete, su una grotta, e di fare in modo, mistero senza fine dell’arte, che da quel segno provenisse una somiglianza: un’immagine.

Costruendo segni e sogni su superfici le più diverse, l’uomo ha iniziato la sua storia: a partire da una matita. E forse per questa capacità indubbiamente mitologica non possiamo finire di stupirci delle storie che le matite raccontano e finiamo per credere a quelle magie che sanno fare alcuni suoi interpreti. Ecco, infine, perciò, una perla citata nel libro di Renzi.

A voi, all’opera, un… mago. “Lavorava sulla pagina come se accordasse un violino. Quella matita si muoveva con una straordinaria leggerezza e rapidità, sembrava che tracciasse nel vuoto la danza delle api”.

E poi: “Lavorava rapidamente, scartava delle foto, ne teneva ferme delle altre sotto il raggio dei suoi occhialini quasi mongoli. Diceva ‘tagliamo qui, prendiamo solo questo particolare, e lo mettiamo qui. Poi segnava un punto sul foglio con la matita, esilissimo. Quei puntini a matita erano idee”. Bene. Chi scrive è Umberto Eco (!), chi è descritto Bruno Munari (!!). Mai, come in mano a lui, quella magica bacchetta di legno e grafite, è sembrata una bacchetta magica. Piena di idee, di sogni, di evoluzioni, di linee, di tracce scure, provenienti dal buio della Terra e pronte a illuminare di nero la nostra umanità.

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