La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Maestro B: Illustrazione Libraria 1490-1558

Laura Lalli, originariamente edito in Charta, 167, pp. 26-31.

Promossa primariamente dai tipografi perché favoriva l’aumento delle vendite, l’illustrazione libraria fu via via considerata funzionale alla comprensione dei contenuti così come all’abbellimento delle pagine. Tra gli intagliatori veneziani attivi alla fine del Quattrocento si annoverano almeno due nomi famosi: Jacobus Argentoratensis, noto con il monogramma “IA”, e Hieronymus de Sanctis. L’attività dei due incisori fu affiancata dalla produzione di alcune botteghe di illustratori librari tra cui quella del monogrammista “b” noto anche come il “Maestro b”.

Alla ricerca del Maestro b

Nel novero dei primi studiosi italiani che si occuparono della produzione del “Maestro b” si ricorda la figura di Lamberto Donati. Negli anni Settanta del Novecento Donati proseguiva la redazione di numerosi saggi in qualità di esperto di storia della illustrazione libraria tra il XV e il XVI secolo.

Curatore delle stampe della Biblioteca Vaticana e docente di biblioteconomia presso la Scuola Vaticana fino al 1965, egli provò a tratteggiare una identità della discussa figura del Maestro b che, periodicamente, incontriamo ancora oggi come soggetto non ben identificato, ma ancora investigato, nella saggistica pubblicata dagli studiosi della materia.

I due articoli di Donati dal titolo Le vicende del fior di virtù e Il mistero della Bibbia italica (“La Bibliofilía”, LXXVI, 1974, p. 175; LXXVII, 1975, p. 93) si ponevano in contrasto con l’interpretazione sostenuta anni prima da Victor Essling (Les livres à figures vénitiens, III, 1964, p. 91) per cui il monogramma “b” non era altro che la marca di un atelier di incisori operante a Venezia.

Nello studio sulle Bibbie italiche, Donati sosteneva che tutte le incisioni con il monogramma “b” mostrano il medesimo stile e, a suo avviso, un laboratorio avrebbe preferito identificarsi tramite dei simboli al posto delle lettere. Egli peraltro identificò nel libro della Apocalisse XVII il monogramma in nesso “MB” riconoscendolo come indizio autografo dell’incisore “Maestro b”: un’unica mano che nel corso del Cinquecento visse un’evoluzione nello sviluppo del tratto esecutivo.

Nel tentativo di dissipare, almeno in parte, le nebbie che ancora oggi avvolgono la sconosciuta identità celata dietro l’enigmatica letterina, agli studi di Essling e di Donati seguirono altri saggi in merito alla produzione del “Maestro b” relativi però alle medesime edizioni. Tali saggi tornarono per lo più a dare conto della originaria ipotesi di Essling per cui il monogramma “b” corrispondeva alla sigla di un’équipe di incisori che collaborarono anche con Jacobus Argentoratensis.

Facendo tesoro di questi studi (si ringrazia Giuseppe Ciminello per l’ausilio catalografico nel corso della stesura del contributo) propone un’analisi di tredici edizioni, per la maggior parte custodite in Biblioteca Vaticana, al fine di iniziare a delimitare un arco temporale corrispondente a circa settanta anni di produzione della bottega.

Tra il 1490 e il 1558 le maestranze si impegnarono a illustrare e decorare i contenuti di opere impresse da otto tipografi attivi prevalentemente a Venezia: Giovanni Ragazzo, Manfredo Bonelli, Aldo Manuzio, Albertino da Lessona, Niccolò Zoppino, Bernardino Bindoni, gli eredi di Aldo Manuzio e Domenico Farri.

Il corredo xilografico del “Maestro b” si palesa nelle composizioni tipografiche di libri sacri, manualistica e perfino alta editoria tra cui le due eleganti xilografie del Polifilo, uno tra gli esempi più alti dell’industria libraria rinascimentale. Finora le prime attestazioni del monogrammista “b” si incontrano nella Bibbia italica, già approfondita da Donati, stampata da Giovanni Ragazzo per Lucantonio Giunta e tradotta da Niccolò Malerbi.

L’opera fu licenziata il 15 ottobre del 1490 (ISTC ib00644000. Esemplari BAV: Inc.II.902, Inc.II.903, Inc.II.904). L’edizione in folio è illustrata e presenta alcune vignette xilografiche ospitanti la letterina “b” (per un totale di 143 tavole contrassegnate).

A seguito di un esame autoptico dei legni si individuano almeno quattro varianti: la “b” in gotico, la “b” in tondo romano, la “b.” affiancata da un punto e la “.b.” affiancata da due punti. Le varianti comprovano l’esistenza di quattro differenti firme equivalenti a quattro distinte identità attive nell’atelier della Serenissima.

Questa ipotesi sembrerebbe avvalorata nondimeno da una singolare xilografia che si trova nella sezione relativa al Deuteronomio, a carta i4v, tra la fine del capitolo XXIII e l’inizio del capitolo XXV. Nel piccolo legno coesistono due tipi differenti di “b” poste nel margine sinistro della scena: la letterina in gotico e quella affiancata dai due punti.

Nel luglio del 1492 Giovanni Ragazzo ristampò, sempre per Lucantonio Giunta, la Bibbia italica (ISTC ib00645000. Esemplare BNCR: 70.6.D.1). I legni del Maestro b furono mutuati dall’edizione precedente eccetto quelli con la firma “.b” e un punto (57 tavole). Nell’antico esercizio tipografico, lo scambio e la movimentazione di matrici lignee è noto e attestato in più casi.

A tal proposito nel dicembre del 1492 il tipografo Manfredo Bonelli stampò la Legenda aurea di Jacopo da Varazze tradotta da Niccolò Malerbi (ISTC ij00179000. Esemplare BAV: Stamp.Ross.757). L’edizione in folio è illustrata. In questa pubblicazione ritroviamo le quattro mani e molti legni impiegati da Ragazzo (carte b1r, c1v, c8v, l1r, l3v, l6r, l6v, m5v, m6r, o1r, p2v, p4r, x5v, x7v).

Al “Maestro b” è stato, inoltre, attribuito anche il frontespizio dell’opera, ma privo della tipica sottoscrizione, raffigurante il Giudizio Universale. Nell’agosto del 1495 Bonelli impiegò, per una seconda volta, alcuni di questi legni nella composizione delle Epistolae et evangelia (ISTC ie00093700. Esemplare BAV: Inc.II.951). Anche in questa edizione sono assenti le vignette con la letterina “.b” affiancata da un punto (35 tavole).

L’Hypnerotomachia e il Maestro b

Dalla editoria sacra passiamo all’editoria profana. Nell’anno 1499 Aldo Manuzio stampò l’Hypnerotomachia Poliphili, il libro icona del Rinascimento (ISTC ic00767000. Esemplari BAV: Inc.Chig.II.610, Stamp. Ross.589, Stamp.Ross.2175). La mancanza di informazioni esaustive sulla sua redazione e l’enigma che avvolge l’opera sotto diversi profili ancora oggi ampiamente discussi, non consentono di attribuire a un’unica mano l’esecuzione finale delle eleganti xilografie.

Nel corso degli approfondimenti sul capolavoro tipografico aldino sono emerse diverse ipotesi che ci limiteremo a presentare nelle accezioni più attendibili. Le incisioni sono di tipo decorativo, dal gusto classico commisto all’esotico, tendente all’allusivo e dallo stile grafico al contempo di tratto semplice e di gusto aulico, in perfetta armonia con l’elaborazione tecnica dello specchio di stampa: un pregevole esempio di equilibrio tipografico prospettante l’equilibrio dell’amore platonico provato dal protagonista.

La straordinaria celebre iconografia è composta prevalentemente da giardini di tipo rinascimentale, elementi di architettura classica e personaggi mitologici che Polifilo incontra nel sogno. Artisti tra cui Bellini, Mantegna e Pinturicchio sono stati ipotizzati come esecutori dei disegni ma, d’altro canto, la strettissima connessione tra testo e immagini ha fatto anche supporre che si potesse risalire direttamente all’autore dell’opera, Francesco Colonna, quale unico presunto artefice sia del testo sia delle incisioni.

Altri studi hanno assegnato la paternità delle xilografie a una diversa mano, quella del padovano Benedetto Bordon: un artista dal gusto antiquario e di formazione culturale classica. Tale interpretazione fu suffragata dal fatto che nel Polifilo si citano i Carmina in amorem di Luciano che Bordon aveva illustrato con pregevoli miniature. Bordon ottenne commissioni prestigiose e si inserì in ambiti che resero fiorente la nuova arte della stampa fino a intrecciare sodalizi speciali con grandi interpreti tra cui Aldo Manuzio.

L’esame comparato fra le xilografie del Polifilo e le miniature di Bordon, nei Carmina in amorem, ha esortato gli studiosi a riconoscere un’unica mano che segue la medesima strategia inventiva, narrativa e stilistica che governa l’intero apparato xilografico.

Altri studi hanno approfondito l’aspetto architettonico delle xilografie suggerendo un altro ideatore che, proprio nel Polifilo, avrebbe avuto modo di esibire il suo profondo amore per la filologia classica e la sua eccellente competenza architettonica. Si tratta di Leon Battista Alberti. Il trattato De pictura risale al 1436 e l’inizio della stesura dell’opera manuziana risale al 1465.

In quell’epoca pare che l’Alberti fosse tra i pochi conoscitori di nozioni di architettura, e soprattutto di prospettiva, riproposte nel ciclo illustrativo del Polifilo. In ogni caso anche questa ipotesi, richiamando il pensiero di Donati, considera la presenza di un’unica mano esperta capace di portare il tenue tratto xilografico alle più alte possibilità espressive e poetiche. L’ipotesi della presenza di un inventor però contrasterebbe con un dato di fatto.

Tra le famose e controverse centosettantadue xilografie del Polifilo solo due di esse ospitano la letterina “b”. Quindi il “Maestro b” continuò ad operare ma stavolta in collaborazione con la tipografia di magister Manuzio. Nella carta a6v, la firma “.b.” con i due punti è collocata nel margine inferiore destro della nota scena con Polifilo dormiente disteso sotto l’albero tra le colline.

L’altra firma “b” in tondo romano si trova nella vignetta, a carta c1r, raffigurante diversi oggetti-simboli tra cui una ruota, due anfore, due palmipedi, un sarcofago, un’ancora, due uncini e un delfino avvolto da un cartiglio. La letterina si trova proprio sotto al delfino nel margine inferiore sinistro del legno. legni itineranti Le matrici lignee, le più resistenti, percorrevano il tempo e si disperdevano tra una bottega e l’altra.

Altre firme del Maestro b

A proposito di questo vagabondare, il 6 settembre del 1511 l’opera di Pietro de’ Crescenzi, dal titolo De Agricultura, fu licenziata per i torchi di Albertino da Lessona e fratelli (EDIT16 CFIE001269, Esemplare BAV: R.G.Scienze. IV.1968). Il saggio di cultura agronomica fu illustrato da vignette raffiguranti scene campestri tra cui l’allevamento del bestiame, la semina, l’aratura e il raccolto.

A un esame più accurato tra questi legni ne spicca uno, in particolare, già incontrato: la matrice xilografica ritraente la scena della falciatura e cinque figure umane in piedi tra le alte spighe di un campo. La letterina “b” si trova in basso nell’angolo sinistro. Questo legno fu già impiegato nella composizione della Bibbia italica del 1490 precisamente, a carta l7v, tra la fine del Libro de Iudici e l’inizio di Ruth.

Nella Bibbia la vignetta ospita due nomi “BOOZ” e RVTH” all’interno del margine superiore della doppia cornice a filettatura. Dopo circa undici anni la stampa del trattato agricolo di Albertino da Lessona recuperò la medesima vignetta, stavolta priva dei nomi, che fu reimpiegata precisamente nel Libro Terzo De grano, capitulo vii, a carta g2r. Il trattato fu stampato, nello stesso anno, anche dal tipografo Alessandro Bindoni come si evince dalla marca tipografica del frontespizio (EDIT16 CNCE71431).

Bindoni verosimilmente riutilizzò gli elementi lignei compositivi di Alberto da Lessona. Nell’ottobre del 1529 Niccolò Zoppino stampò il Misterio dell’humana redentione di Valerio da Bologna (EDIT16 CNCE 75129. Esemplare BAV: Stamp. Ross.6797). L’edizione in ottavo è illustrata e presenta, a carta A4r, una sola vignetta xilografica a firma “B” questa volta in capitale romana.

La vignetta si trova tra l’intitolazione del Prologo della amarissima et lagrimevole passione del nostro Redentore Giesù Christo […] di messer Francesco Petrarca […] e l’incipit dei versi. Il piccolo legno è diviso in due scene raffiguranti due episodi biblici: il primo riguarda la Genesi con il Cristo, il sole, la luna e le stelle; il secondo rappresenta la nascita di Eva. La letterina si trova nel margine inferiore sinistro della scena della Genesi. Finora, non si hanno elementi certi per collegare questo legno alla bottega del “Maestro b” ma l’ipotesi potrebbe essere percorribile nell’idea di uno sviluppo dell’atelier della Serenissima.

Nel 1535 Bernardino Bindoni stampò a Venezia la Bibbia italica illustrata tradotta da Malerbi (EDIT16 CNCE5760. Esemplari BAV: Inc.York.1, R.G.Bibbia.II.132). Nel Libro di Giobbe, una vignetta xilografica con le figure di “IOB” e “BALDACH” a firma letterina “b” gotica è utilizzata almeno quattro volte (carte v7r, v8r, x1r, x2v). Sfogliando le pagine del libro scorgiamo le vignette ma stavolta alcune entro cornici composte da piccoli legni (totale 29).

Nell’anno 1536 mastro Achille Marozzo, per i torchi di Antonio Bergoli, pubblicò a Modena l’Opera nova dell’arte dell’arme (EDIT16 CNCE64015. Esemplare BAV: Stamp.Cappon. IV.285). Probabilmente la tipografia Bergoli ebbe contatti con le maestranze della bottega veneziana del “Maestro b”. L’edizione infatti contiene ventinove incisioni, alcune a piena pagina, che illustrano l’arte della spada sottoscritte con la tipica letterina.

Si segnalano almeno tre varianti tra cui la “b” in tondo romano, con i due punti e una nuova variante impressa al contrario (29 tavole). La stampa a rovescio confermerebbe, probabilmente, l’ipotesi per cui la letterina era un’aggiunta successiva all’incisione, cosiddetta a risparmio, proprio per distinguere l’incisore. Tuttavia finora si segnala solo questo caso attestato e non è sufficiente a confermare un impiego d’uso.

Da Modena torniamo a Venezia. Nel 1545 il Polifilo fu ristampato dagli eredi di Aldo Manuzio con le medesime due vignette dell’editio princeps a firma del Maestro b (EDIT16 CNCE12823. Esemplari BAV: Stamp.Barb. CCC.V.4, Aldine.I.76, Aldine. I.77, Stamp.Ross.3716).

Nel mese di giugno del 1541 Bindoni stampò, per una seconda volta, la Bibbia italica di Malerbi (EDIT16 CNCE 5767. Esemplare BAV: R.G.Bibbia. II.339, R.G.Bibbia.II.340, R.G.Bibbia.II.341, R.G.Bibbia. II.343). Nell’edizione le tipiche vignette illustrano le storie dei profeti e l’Apocalisse (carte K6v, O8v, P8v, Q3r, R4v, V1r, V7r, AA8r). A carta R4v ritroviamo il legno muto della falciatura già citato nella stampa del trattato sull’agricoltura di Albertino da Lessona.

Nel mese di ottobre del 1546, per la terza volta, Bindoni licenziò il sacro testo (EDIT16 CNCE 5770. Esemplari BAV: R.I.II.973, R.G.Bibbia.II.342, R.G.Bibbia.II.353, R.G.Bibbia. II.355). Egli si servì di alcuni degli antichi legni non troppo deteriorati (carte d3r, k6v, P8v, Q3r, U8r). Si presume che parte di essi furono probabilmente mutuati dalle citate edizioni giuntine del Ragazzo dell’ottobre 1490 e del luglio 1492.

La Bibbia italica, stampata a Venezia nel 1558, fu attribuita al tipografo Domenico Farri (EDIT16 CNCE5775. Esemplare BAV: Stamp.Cappon.III.56). Potrebbero essere gli stessi legni della Bibbia illustrata di Bindoni e quindi di Giunta? Sono trascorsi sessantotto anni dall’edizione licenziata da Lucantonio Giunta che inaugurò alcune tra le matrici figurate finite poi nelle Bibbie di Bindoni e di Farri.

Da una analisi comparativa delle tre edizioni si nota che alcuni legni usati da Farri furono eseguiti ex novo rispetto alle Bibbie di Giunta e poi di Bindoni ma altri sembrerebbero essere gli stessi nondimeno consumati, con taluni bordi interrotti o visibilmente rifilati dall’uso e dal tempo (90 tavole). Il parziale censimento editoriale, ivi proposto, non intende risolvere la complessa trattazione della produzione del Maestro b nella sua duplice, incerta, identità di singolo incisore o di più incisori librari riuniti in una bottega.

Ma propone l’inizio di una delimitazione dell’arco temporale, confermata a partire dall’esame di antiche edizioni illustrate, che auspichiamo possa essere ampliata grazie all’ausilio dei moderni archivi digitali di immagini, i moderni repositories di antica produzione libraria distribuita in tutte le biblioteche del mondo e che potrebbero far luce sull’enigma del Maestro b.

Maestro B: Bibliografia Essenziale

Alfredo Petrucci, Gli incisori dal sec. XV al sec. XIX, Roma, 1958.

Victor Essling, Les livres à figures vénitiens de la fin du XV.e siècle et du commencement du XVI.e, Firenze, 1964.

Lamberto Donati, Le vicende del fior di virtù in La Bibliofilia, (1975.2), pp. 93-105.

Edoardo Barbieri, Le Bibbie Italiane del Quattrocento e del Cinquecento: storia e bibliografia ragionata delle edizioni in lingua italiana dal 1471 al 1600, Milano, 1992.

Silvia Urbini, Il Polifilo e gli altri. Libri figurati sul finire del Quattrocento, in Verso il Polifilo 1499-1999, a cura di D.Casagrande e A.Scarsella, Venezia, 1998.

Laura Lalli, Il Lezionario Vaticano Inc.II,951 in Le Monete di Gesù a cura di G. Alteri, Bologna, 2014, pp. 40-57.

Laura Aldovini, David Landau, Silvia Urbini, Rinascimento di carta e di legno. Artisti, forme e funzioni della xilografia italiana fra Quattrocento e Cinquecento in The Census of Italian Renaissance Woodcuts, Venezia, 2016, pp. 7-27.

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