Pasquale Di Palmo, originariamente edito in Charta, 167, pp. 32-37.
L’esperienza editoriale di Gianni Faè, anche grazie a Leonardo Sinisgalli, si configura come una delle pagine più felici del connubio tra espressione artistica e mondo dell’infanzia nel nostro paese. Maestro elementare di Sant’Andrea di Badia Calavena, piccolo centro della Lessinia ubicato nella Val d’Illasi, ospitante la popolazione di origine germanica dei Cimbri, Faè fu un insegnante illuminato e sensibile che intraprese, con i suoi alunni di IV e V elementare della scuola “Piccola Europa”, la stampa artigianale di una rivista intitolata “Piccole Dolomiti”.
L’idea gli venne dopo aver osservato i suoi alunni, provenienti da famiglie povere di agricoltori o artigiani del paese, dedicarsi con assiduità a intagliare i banchi in legno con un taglierino anziché ascoltare la lezione in classe. Pensò quindi che quella del disegno poteva essere un’ottima opportunità sul versante didattico e, dopo aver acquistato il materiale, cominciò a far incidere ai bambini le tavolette in linoleum con le quali venivano illustrate le poesie che il maestro di volta in volta sceglieva.
Leonardo Sinisgalli e Gianni Faè, nascita di una “piccola” rivista: Piccole Dolomiti
Si decise quindi di allestire la pubblicazione periodica di “Piccole Dolomiti”, che accoglieva una serie di rubriche, corredate da linoleografie, riguardanti perlopiù la vita degli alunni: “Così il tempo”, “Cronache della scuola”, “Notizie dal paese”, “Biblioteca di classe”, “Pagina dei giochi” ecc. In una di queste rubriche, intitolata “Vi presentiamo”, venivano descritti i compagni attraverso un ritratto accompagnato da un’articolata didascalia, pregnante di un candore infantile d’antan, come in questo cammeo firmato da Adriano Zerbato con il titolo Un bravo incisore:
“In questo numero vi presentiamo il nostro compagno Rampini Gaetano: è un bambino molto buono; non è molto studioso perché ha ripetuto due anni la classe IV però è un bambino molto bravo da disegnare. Noi qualche volta lo picchiamo, ma lui è tanto buono che le prende senza neanche parlare. Ha tredici anni; non è troppo grande di statura, ha i capelli castagna; non è molto pulito; abita nella contrada Triga e non va vestito molto bene perché è di una famiglia molto povera”.
La Fondazione Leonardo Sinisgalli di Montemurro ora pubblica, a cura di Biagio Russo, Leonardo Sinisgalli e i bambini incisori. Storia di un torchio, di un maestro (Gianni Faè), di una scuola (“Piccola Europa”) e di un borgo (S. Andrea) negli anni Cinquanta, regesto in cui si recupera dall’oblio questa significativa esperienza, inserendola in quella particolare temperie culturale atta a svincolare la dimensione creativa dell’infanzia dal concetto di propedeutica all’età adulta che aveva caratterizzato il credo pedagogico in ambito positivista (si pensi alle esperienze di Klee o Dubuffet, artefice dell’art brut, i quali attribuirono notevole importanza sia all’espressione artistica infantile sia a quella degli alienati).
Non è un caso che lo stesso Faè andasse scrivendo: “Il sistema dell’incisione su linoleum rispondeva a un moderno criterio d’ordine didattico, non tanto nei confronti di un attivismo spesso frainteso o troppo teorico, quanto nelle fondamentali esigenze di una vera e propria educazione che aderisse alla realtà del mondo spirituale del fanciullo non ancora soffocato dal rigore degli schemi intellettualistici e immune dal pericoloso giuoco delle astrazioni logiche”.
Un numero di “Piccole Dolomiti” venne spedito al poeta e ingegnere Leonardo Sinisgalli che, all’epoca, dirigeva “Civiltà delle macchine”, ideata nel tentativo di coniugare retaggio umanistico e scientifico; la rivista si avvaleva degli apporti dei maggiori intellettuali del tempo, da Gadda a Moravia a Ungaretti.
Leonardo Sinisgalli si entusiasmò al progetto del maestro e allestì un accurato servizio sulla scuola di S. Andrea di Badia Calavena nel n. 4 del II anno (luglio 1954) della testata edita per conto di Finmeccanica, riproducendo le incisioni dei bambini dedicati al tema delle macchine. Si trattava di linoleografie in cui venivano riprodotti gli strumenti, spesso di taglio artigianale, con cui si misuravano quotidianamente i genitori o i parenti dei bambini: sega a nastro e motore, macchina a mano per seminare il granturco, torchio per pasta, lampada del minatore, molinello per filare la lana, compressore della cava, tornio per falegname, arnesi del barbiere ecc.
Inoltre fece dono alla scolaresca di una cassetta contenente caratteri tipografici mobili e di un torchio al fine di permettere che la rivista venisse stampata artigianalmente in classe, in quanto i numeri della prima annata (1953-1954), come osserva Russo, “erano interamente mano- incisi a stampatello e si articolavano in quattro facciate su cui si riproducevano le incisioni con una procedura molto faticosa e rudimentale”.
Sinisgalli ricavò nel 1955 un libro in 120 esemplari numerati, edito da Franco Riva con il suo torchio a mano veronese, con il titolo I bambini e le macchine, contenente venti tavole riproducenti le linoleografie dei bambini, corredate da un suo articolato testo introduttivo. Tutte le copie erano firmate dal poeta e da Gianni Faè al colophon.
Faè mandò una settantina di incisioni per la pubblicazione e Leonardo Sinisgalli, che ne scelse una ventina, precisò nell’introduzione:
“Raccolte sul comodino, me le sono ripassate ogni sera fino a indovinare di ciascuna il nome dell’autore. Non ho altro. Non ho un libro. Mi sono attaccato a queste immagini, rappresentano per me l’unico capitale di questa spaventosa estate. Ho diviso in squadre la schiera degli scolaretti di quarta e quinta.
I Trettene e gli Anselmi sono tre e tre. I Carpene e i Zerbato sono due e due. Poi ci sono gli isolati, Cunego, Ramponi, Presa, Croce e, stella solitaria, stella di prima grandezza Carmela Marana. Non li conosco ancora, ma siamo legati da un anno a filo doppio. Sono scolari di paese, figli di contadini e di artigiani, che il maestro Faè ha coltivato, li ha allevati al mestiere più puro”.
Intanto i bambini adesso stampano “Piccole Dolomiti” in un formato più accattivante (22,5×28,5 cm), caratterizzato dalla brossura spillata e da una foliazione di dodici pagine per un totale di sei uscite annuali nel triennio 1954-1956.
La tiratura è di una cinquantina di copie ed è possibile abbonarsi alla rivista che viene inviata a un certo numero di addetti ai lavori con i quali si viene a creare un intenso scambio epistolare, come segnalato nella rubrica “Corrispondenze” dove di volta in volta si ringraziano intellettuali del calibro di Vanni Scheiwiller, Ungaretti, Saba, Montale.
Naturalmente le incisioni hanno un posto di rilievo nell’economia di Piccole Dolomiti, essendo spesso associate a testi degli stessi alunni o volte a commentare qualche poesia, come fa Gaetano Ramponi con La bambina che va sotto gli alberi di Sbarbaro:
“Il maestro mi ha fatto leggere una bella poesia di Camillo Sbarbaro; la poesia parla di una bambina che va correndo sotto gli alberi e canta felice e contenta con le sue trecce bionde giù per le spalle; il poeta la guarda con affetto e commosso. Io ho fatto poi il disegno illustrando la poesia con un’incisione. Un’altra illustrazione l’ho fatta per mandarla al poeta”.
Figurano in calce a “Piccole Dolomiti” addirittura degli spazi pubblicitari, ottenuti grazie all’interessamento di Sinisgalli, con i prodotti reclamizzati (macchine fotografiche Ferrania, Vespa Piaggio, macchine per scrivere e calcolatrici Olivetti) attraverso l’incisione degli stessi bambini. Il disegno industriale trovò sbocco nell’allestimento di alcune incisioni realizzate per conto dell’Agipgas, su iniziativa che fa capo alla rivista “Il Gatto Selvatico”, diretta da Attilio Bertolucci.
Molto interessante al riguardo il capitolo dedicato a “Sinisgalli, il disegno infantile e la pubblicità” presente nel volume edito dalla Fondazione Sinisgalli. Osserva ancora Russo, riferendosi a “Piccole Dolomiti”: “Il giornalino era strutturato come la redazione di una grande testata, con ruoli e compiti diversi. Grande era l’attenzione all’attività scolastica, ma anche ai fatti di cronaca del paese”.
Si decise di omaggiare Sinisgalli attraverso la pubblicazione di un florilegio di suoi versi, illustrato dai bambini. Nacque così Quattro poesie di Leonardo Sinisgalli, stampato nel 1955 in classe dai bambini con la sigla La Stella Alpina di Novara in due soli esemplari, di cui uno riservato al poeta. Le poesie accolte erano le seguenti: Vidi le Muse, Poesia per una mosca, A perdita d’occhi e I fanciulli.
Le incisioni sono di Alberto Trettene, Gaetano Ramponi, Giovanni Carpene e Luciano Anselmi. I testi erano tratti dalla raccolta mondadoriana Vidi le Muse, edita nella celebre collana “Lo Specchio” nel 1943. Il libro d’arte, con doppia spillatura e copertina in cui figura un fregio con due galli stilizzati che becchettano, è composto di otto pagine ed è preceduto sull’antifrontespizio dalla dedica “Al poeta Leonardo Sinisgalli sempre riconoscenti dedicano questa piccola fatica tipografica i bambini di S. Andrea”.
Nello stesso anno prende corpo il progetto di pubblicare, con relative illustrazioni affidate ai bambini, una piccola selezione di versi di alcuni dei maggiori poeti italiani del tempo, soprattutto di area ermetica. Nasce così la serie delle Cinque poesie dedicata rispettivamente a cinque maestri italiani come Montale, Quasimodo, Saba, Sinisgalli e Ungaretti.
Le cartelle vennero stampate sempre sotto la sigla La Stella Alpina “in 25 esemplari numerati, V dei quali fuori commercio, su carta a mano di Fabriano”, come si ricava dal colophon. Ogni esemplare era firmato dal maestro Gianni Faè. I cinque titoli sono integralmente riproposti in facsimile, al pari di alcuni numeri di “Piccole Dolomiti”, nella pubblicazione curata da Russo.
Nel 1956 Vanni Scheiwiller stampò la splendida “Strenna del Pesce d’Oro pel 1957” I bambini e i poeti, a cura del maestro Gianni Faè, con prefazione di Cesare Zavattini. Il libretto propone tutti i testi e le incisioni accolte nella serie delle Cinque poesie, arricchiti da una postfazione dello stesso insegnante che spiegava le motivazioni sottese all’iniziativa:
“I mesi estivi del 1955 furono le più belle vacanze per i bambini che lasciavano più che mai volentieri il lavoro dei boschi e il pascolo per andar a ‘scavare’ le tavolette di linoleum e a stampare le cartelle: una serie di trenta poesie illustrate in incisione e centoventicinque esemplari dell’edizione stampati dai bambini alla fine di settembre”.
Con queste pubblicazioni si raggiunge forse il punto più alto nella parabola creativa degli alunni di Faè che cominciarono, attraverso l’attenzione riservata dalla stampa alla loro attività, a diventare un vero e proprio “caso”. Furono invitati perfino dalla Rai che organizzò al riguardo delle trasmissioni radiofoniche in cui vennero intervistati insieme al loro insegnante.
Non mancarono le voci di intellettuali autorevoli che si occuparono dell’inusuale iniziativa dal pulpito di varie testate, anche prestigiose: articoli di Giulio Nascimbeni, Aldo Camerino, Libero de Libero, oltre al solito Leonardo Sinisgalli che ne parlò anche dalle pagine di “Il Mondo”.
Lo stesso Quasimodo si recò a S. Andrea di Badia Calavena nel gennaio del 1957, visita documentata da una fotografia che lo immortala in compagnia di Faè e altri amici. Non resta che riportare un frammento ricavato dalla testimonianza di Clementina Presa, un’allieva di Faè, intervistata da Biagio Russo:
“Con la stampa del giornalino scolastico, la scuola diventava un vero e proprio laboratorio. Al mattino, oltre all’abituale attività didattica si preparavano i testi e i disegni. Nel pomeriggio gli alunni tornavano a scuola, liberamente, per comporre i pezzi e stampare. Le pagine inchiostrate venivano stese ad asciugare sui fili e poi rilegate. I ragazzi facevano a gara nel ritrovarsi al pomeriggio per aiutare il nostro maestro; lavoravano a gruppi, attenti a non sciupare qualcosa, seri e responsabili sotto il suo occhio vigile. Tutti ricordano quel periodo come il più bello fra gli anni di scuola”.
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