Francesco Rapazzini, originariamente edito in Charta, 130, pp. 66-71.
Jules Grün aveva un mento a punta ancor più evidenziato dalla barbetta nera nera, a punta anche lei e rivolta verso l’alto. Il suo gran naso, appuntito pure lui, cadeva inesorabilmente verso la bocca. Era magrissimo con due spallucce strette strette. Ecco, non era certo quello che si può definire un bell’uomo. Ma, mioddio, quanto era simpatico! Gli piaceva far baldoria, gli piaceva ridere e far scherzi agli amici.
Inventava dei calembour e scriveva divertentissime lettere salaci a parenti e compagni di bisbocce nella Parigi di fine Ottocento, quella che oggi tutti consideriamo come la Belle Époque e che per Jules Grün è stata veramente un’epoca fantastica. Con quel cognome tedesco, non era facile farsi amare in terra di Francia – la sconfitta di Napoleone III da parte dell’esercito prussiano bruciava ancora – ma bastava che Jules aprisse bocca per far capire a tutti che di teutonico, lui, non aveva nulla.
Suo padre, di professione meccanico, era originario del gran ducato del Lussemburgo; sua madre, sarta, era alsaziana e lui, Jules, era venuto al mondo il 26 maggio 1868 a Parigi. Lo smacco della vittoria di Bismarck avrà luogo solamente due anni dopo. Rimasto orfano di padre a nove anni – la madre si era messa a fare l’antiquaria brocanteuse – Jules manifestò subito una grande predisposizione per il disegno e, nono stante la famiglia non vedesse di buon occhio il fatto che il ragazzino diventasse un artista, lo mise a fare l’apprendista prima da Adam, il più famoso decoratore di Parigi celebre per aver imbellito i soffitti delle ricche case della capitale, poi da Jean-Baptiste Lavastre, decoratore dell’Opéra Garnier.
Il giovane si annoiava da morire dai due, ma apprese un mestiere. Apprese ancor di più ad andare quasi tutte le sere, a soli quattordici anni – i tempi sono veramente cambiati –, nel cabaret Le Chat Noir tenuto da Rodolphe Salis che aveva aperto le sue porte al numero 84 del boulevard Rochechouart. Jules e sua madre abitavano all’82 della stessa strada. Allo Chat Noir si dava appuntamento una gran parte dell’avanguardia artistica di questi ultimi vent’anni dell’Ottocento: poeti, illustratori, romanzieri, chansonnier che rifacevano il mondo a parole e canzoni seduti davanti a un bicchiere d’assenzio in una sarabanda di idee e progetti uno più folle e più fantastico dell’altro.
Fu questa la vera scuola di vita di Jules Grün, non fu alcun’altra accademia di belle arti, che Jules Grün non frequentò mai come non fece alcuno studio di pittura. Eppure nel 1886, a diciassette anni, mandò un suo quadro, una natura morta, al Salon, l’appuntamento autunnale artistico più in voga di quegli anni, che, fatto straordinario, lo accettò. “Perché era piccolo e non dava fastidio a nessuno”, scherzerà l’artista qualche tempo dopo per spiegare la sua ammissione nell’olimpo dei grandi pittori.
Jules Grün, le prime affiche
Comunque sia, i suoi primi lavori già mostrano una mano sicura, un’intelligenza di come riempire lo spazio, una capacità fuor dal comune di rappresentare cose e persone. Eccezionale soprattutto, era il suo tratto da disegnatore. È del 1890 la sua prima affiche. E non poteva essere che per un artista di casa allo Chat Noir, tal Polin, canzonettista satirico oggi passato, forse un po’ ingiustamente, nel dimenticatoio collettivo, ma che allora era una vera e propria star.
A forma di una lunga lettera, sgrammaticatissima, scritta dal marmittone Polin che annuncia la sua lunga tournée in tutta la Francia e in bianco e nero – o piuttosto in beige e nero – il cartellone mostra tre caricature del cantante e qualche faccetta che ride. È descrittivo quel tanto che basta per far capire immediatamente che si tratta di uno spettacolo nel quale ci si diverte.
È la prima di 135 affiche che il nostro realizzerà fino al 1931: “Amo fare dei cartelloni pubblicitari – dirà Grün più tardi – ma lascio venire le commesse. Ci si sposserebbe a fare solo delle affiche e si finirebbe per copiare se stessi”. Per evitare di copiarsi, Jules si mise a scrivere delle pièce per il teatro delle ombre, in voga in quei tempi e acclamato allo Chat Noir.
Nel 1891 realizzò il cartellone Heureusement que je suis assuré!!!, per fortuna che sono assicurato, dove la sua vis comica è già tutta presente: basta vedere la G della sua firma che non è altro se non la lunga lingua attorcigliata del povero cane investito dal ciclista. Nello sfondo, i tre personaggi sono degli amici di Jules Grün: la cantante- ballerina del Moulin Rouge Jane Avril, lo scrittore Alphonse Allais e il grasso critico teatrale Francisque Sarcey. Di due anni successiva è un’altra affiche che mette in scena Jane Avril, quella per uno spettacolo al Decadent’s Concert, Le Lever de Madame.
Tra la folla vi appare pure la brutta facciaccia di Jules Grün stesso, proprio dietro alla diva del Moulin Rouge. Il disegnatore, d’ora in poi, lo farà spessissimo. Un po’ come Alfred Hitchcock quando faceva capolino per un secondo e non più nei suoi film, Jules Grün si rappresenterà confuso tra altri personaggi dei suoi lavori.
Questo per il Decadent’s Concert è un disegno che racchiude in sé tutti i crismi del lavoro che accompagnerà il nostro durante tutta la sua carriera quarantennale: è sobrio, è giocato tutto sui contrasti del nero, rivoluzionario per l’epoca, su un po’ di bianco e sul rosso papavero che arriva a sottolineare un effetto o una parola. Di dichiarata ispirazione del teatro delle ombre, questa affiche è tra le più belle prodotte in questi anni in Francia. Jules Grün voleva trovarsi un vocabolario specifico e inconfondibile: con questo lavoro lo trovò e lo mantenne per gli anni a venire.
GRÜNETTES
Sempre più noceur e nottambulo, Jules Grün iniziò a introdurre nei propri manifesti delle allegre donnine più o meno scollacciate, forse delle sue conquiste cabarettistiche, che presto presero il nome di grünettes e che lo caratterizzarono agli occhi degli estimatori, dei critici e dei colleghi. Eccole nella Vachalcade 1897, nel Bal du Déficit – dove lui stesso si è rappresentato dietro al famoso cartellonista Chéret che suona il piffero in uniforme russa e dove il povero Sarcey si ritrova in mutande – nel Grand Guignol, nella pubblicità delle biciclette Kymris, in quella dell’osteria Tabarin, in quella della rivista “Le Sourire” e così via.
Sollecitatissimo, Jules Grün dava alle stampe disegno su disegno, donnina su donnina, nero e rosso su nero e rosso. Nel 1898 realizzò undici affiches, nel 1900 arrivarono a quindici. Tutte ormai ben pagate anche se Grün, considerato ormai dalla critica alla stregua di un Mucha o di un Toulouse-Lautrec, viveva e vivrà sempre ben al di sopra delle sue possibilità economiche, tanto da farsi aiutare per quasi tutta la sua vita da una generosa zia, sorella di sua madre, tal Aline Leidenfrost, vedova giovanissima di un ricco farmacista e amante di un altrettanto ricco marchese, che gli mandava dei dispacci gonfi di franchi.
Jules Grün scriverà fino alla morte della donna, avvenuta nel 1928, delle spiritose e affettuose lettere, talvolta indirizzate allo stesso aristocratico che amava l’arte venatoria (“Vi auguro una buona cacc(i)a (scusate per la i di meno alla parola caccia)”, gli vergò nel novembre del 1904); si caricaturizzava, si prendeva in giro: partito in vacanza e a letto ammalato “per il momento siamo obbligati di privarci d’incidenti automobilistici”, fece sapere a sua zia il 22 agosto 1904.
Grün parlava ormai al plurale semplicemente perché in questo stesso 1904 si era sposato con Juliette Toutain, compositrice e pianista di grande talento, allieva di Gabriel Fauré: fu lei a suscitare un dibattito alla Camera dei deputati nel 1903 quando la sua candidatura alla Villa Medici con l’istituzionale Prix de Rome fu respinta in quanto donna. Il loro matrimonio – lei figlia di gran borghesi, lui di proletari – fu riuscitissimo, allegro e basato su un costante buon umore.
Lei lo spalleggiava e lui non le impedì in alcuna maniera di continuare la sua carriera musicale. Anzi, i due avanzarono assieme nelle rispettive arti. Ma, soprattutto, Juliette divenne la sola e unica musa ispiratrice di Jules. Basta grünettes, dal 1904 tutti i manifesti – che fossero per il noleggio di pianoforti, per il concorso di motoscafi o di aerei a Montecarlo, per il Bal Tabarin (dove sullo sparato del grasso gaudente è inaspettatamente proiettata un’ombra di un coniglio formata dalle dita e dal sigaro che il signore sta fumando), per il quotidiano Excelsior, la sola donna rappresentata è sempre la bionda, sorridente e bella Juliette.
J.J.J. E ANCORA CARTELLONI
Juliette, detta Yette, divenne anche la sua quasi unica modella per i quadri che Grün non aveva certo smesso di dipingere. Lui, moderno e avanguardista nella cartellonistica pubblicitaria, era invece un pittore estremamente accademico quando si trattava di olii e tele. Un connubio che non lo fece comunque mai dubitare di se stesso e anzi, nel 1905, gli fece avere un successo strepitoso al solito Salon con un ritratto di sua moglie. “Yette vorrebbe vedermi al suo posto e io guadagnerei dei milioni”, scrisse tra la fine del 1910 e gli inizi del 1911 a sua zia Aline disegnandosi con un gran pancione, un’aureola e una colomba bianca dello Spirito Santo sulla sua testa: la coppia aspettava un figlio.
“Speriamo che avrà il naso di suo padre”, reiterò poco dopo raffigurandosi in veste di balia barbuta col pargolo in braccio: Jean, il loro unico bimbo, nacque il 6 maggio 1911. I tre, ormai, formarono agli occhi di amici e parenti l’indissolubile combriccola J.J.J. – Jules, Juliette e Jean. Il 1911 fu anche l’anno nel quale Jules Grün ricevette l’unica commissione da parte dello Stato, un enorme quadro di quasi quattro metri per sei, Un vendredi au Salon des Artistes Français, nel quale Jules ritrasse 141 personalità del mondo della cultura parigina all’interno del Grand Palais proprio durante l’inaugurazione del Salon.
Essere rappresentato da Grün fu un po’ come dire di essere famosi e chi non si vide dipinto se ne adombrò. Ovviamente sia lui sia Juliette erano ben presenti sulla tela così come la pittrice Louise Abbéma, intima di Sarah Bernhardt, Gabriel Fauré, Yvette Guilbert, la diva della canzonetta parigina, l’affiscista Jules Chéret, il giornalista Pierre Lafitte, il caricaturista Sem… A quarantatré anni Jules Grün fu fatto cavaliere della Legion d’honneur grazie a questo dipinto considerato allora un capolavoro e oggi, invece, relegato in quel movimento pittorico disdegnosamente additato come pompier, pompieristico.
Vabbe’, intanto si trova in un museo, quello di Belle Arti di Rouen, poi racconta un momento della vita artisticomondana di quell’inizio secolo che oggi storici e documentaristi stanno ampiamente rivalutando e, infine, fece piovere su Grün una serie di commissioni da parte delle signore della buona società parigina che volevano essere ritratte da lui, solo da lui, sempre da lui!
Benché ormai pittore di grido, Grün non smise di fare il cartellonista e alla sua mano si devono altre belle prove – sempre con Juliette come modella, che agli occhi dell’artista non invecchierà mai e incarnerà il suo ideale di bellezza – quali la réclame dell’École Pigier per giovani fanciulle future steno-dattilografe o cassiere o commesse, quella del sapone Glycya, quella del bal masqué all’Opéra.
Allo scoppio della guerra, Grün come altri pittori e scrittori fu invitato dal governo a raccontare l’eroico conflitto dei militari sul fronte e Jules partì nel 1916 per l’Alsazia. Ritornò a casa qualche mese dopo, dipinse una tela patriottica – ma non troppo perché sembra rappresentare piuttosto una ritirata che una vittoria – e si rimise a dipingere soggetti più consoni al suo carattere: sua moglie, evidentemente, suo figlio cresciuto, che non gli strappava più i peli della barba – soprattutto quelli neri lasciandogli quelli bianchi, come si era lamentato in una lettera a sua zia Aline –, le belle signore della high society.
Il conflitto lo cambiò artisticamente e una volta tornata la pace, si concentrò quasi esclusivamente sui quadri trascurando in maniera voluta e ferma i cartelloni. Non si sentiva più in sintonia con i tempi e con i nuovi stili grafici. L’Art Déco non lo faceva affatto sognare: troppo asciutta, troppo spigolosa, troppo austera per lui che amava le curve e l’allegria. Dipingeva quindi tele con fiori, qualche paesaggio, qualche interno, diversi ritratti. Nel 1931 tornò inaspettato alla cartellonistica per le commemorazioni a Rouen del quinto centenario della morte di Giovanna d’Arco.
Giovanna, manco a farlo apposta, è Juliette stavolta coi capelli neri e a caschetto. Il tratto grafico è limpido, assai moderno, e il colore predominante è, guarda caso, il rosso. Questo di Giovanna d’Arco fu l’ultimo manifesto firmato da Jules Grün. Non ne fece più. Dipinse ancora un po’ e poi nel 1934 fu colpito dal morbo di Parkinson che ben presto gli impedì di tenere il pennello tra le dita.
Morirà il 24 gennaio 1938, quattro mesi dopo avrebbe compiuto settant’anni. Nel 1986 ciò che restava del suo atelier fu battuto all’asta – questa vendita fu preceduta da un’altra nel 1982 – e tutto fu disperso ai quattro venti: Juliette era morta nel 1948 e il figlio Jean nel 1985. Nel 2010 Jules Grün ispirerà Colette Deschamps per il suo romanzo La belle aux coquelicots, la bella dei papaveri, una storia inventata tra Jules e una sua musa. Che per l’autrice non era Juliette. Strano, vero?
PER SAPERNE DI PIÙ
F. Camard, Vente de l’Atelier Jules-Alexandre Grün par Maître Francis Dupuy et Jean-Pierre Camard, Hôtel des Ventes d’Honfleur, le dimanche 31 octobre 1982
J. Bureau, Vente de la Succession Grün à la requête des héritiers, Manoir des Girouettes – Le Breuil-en-Auge par Maîtres Guy David, Francis Dupuy et Scheyvaerts, le samedi 7 et le dimanche 8 juin 1986
A. Weill – I. Perry, Les affiches de Grün, New York, Queen Art Publishers, 2005
B. Noël – V. Herbaut, Jules Grün. Trublion de Montmartre, seigneur du Breuil-en-Auge, Sainte-Marguerite-des-Loges, Éditions BVR, 2012
SCOPRI TUTTO SUL PROGETTO CHARTA, SPONSORED BY BUONVECCHIO!






