La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Il Piccolo Principe, Autografi di Saint-Exupéry.

Anna Rita Guaitoli, originariamente edito in Charta, 144, pp. 36-41.

Èil libro più venduto del mondo, tradotto in almeno duecento lingue. Lui, l’autore, due metri di altezza, si è fatto piccolo, per lasciare il posto a quel Piccolo Principe cui ha donato tanta parte di sé. Con il rischio di rimanerne schiacciato. La fama troppo alterna non aiuta a fissare l’immagine né dello scrittore né dell’uomo: tra mitizzazione e giudizi critici trancianti, pesa la sua posizione politica non sempre chiara: piace ai nazisti Lettre au Général; viene messo all’indice dai nazisti Pilote de guerre; è nominato, nel gennaio 1941, al Consiglio Nazionale dal governo filo-nazista del Maresciallo Pétain; viene insignito della Croce di Guerra per le sue missioni nell’aviazione militare.

Peraltro, le missioni pericolose (e spericolate), le molteplici passioni, gli alti ideali, lo hanno fatto considerare un grande, forse ultimo, “eroe romantico”. Ma è così? infanzia Per provare a conoscerlo, bisogna partire dall’infanzia, visto che assicura: “mi rinchiudo con tanta gioia in un’infanzia protetta” (Pilota di guerra, 1942). La sua, nonostante la morte del padre nel 1904 quando aveva quattro anni, è stata, in effetti, infanzia bellissima: ricca di fratelli (quattro), di canti, disegni, poesie, di spazio (la grande villa a Le Mans), di un parco “carico di abeti neri e di tigli”, di animali.

Là, l’autore del Piccolo Principe, ha potuto acquisire quelle “provviste di dolcezza da cui “nascono i sogni” (Terra degli uomini, 1939). Al centro di tutto è la giovane madre vedova a 24 anni, Marie. Pittrice di un certo talento, anticonformista, si è dedicata al prossimo e ai figli, dando loro una educazione da nuovo Émile: piena di amore, povera di regole. Sembra che i felici bambini scatenati fossero il terrore di amici e conoscenti.

Il più scatenato era Antoine, che per la forte personalità, l’inventiva, il carattere tendenzialmente tirannico (svegliava tutti nel cuore della notte per eseguire le sue rappresentazioni) e per quei riccioli d’oro, veniva soprannominato “Le Roi Soleil”.La grafia di bambino dell’autore del Piccolo Principe dimostra, nel calibro grande e nell’inclinazione perentoria, quale fosse il suo bisogno di approvazione; e quanto importante fosse il bisogno di fare, con un coinvolgimento emozionale che tutto ingorga. Anche il tratto. L’infanzia, però, finisce.

Il Piccolo Principe, le prove della vita

La morte dell’unico fratello, due anni di meno, nel collegio in cui studiavano, è stato di certo il primo colpo di accetta su quella fortezza di per sé fragile. Da subito, seguono insuccessi di ogni tipo: difficoltà di relazioni con i compagni (sarà anche soprannominato Pique de lune per la forma del suo naso); insuccessi scolastici negli esclusivi collegi dei Gesuiti e dei Padri Mariani; insuccesso, per due volte, nell’esame di selezione per entrare all’Accademia navale; iscrizione all’accademia di Belle Arti per studiare architettura, ma senza laurearsi.

Si ritrova così, a vent’anni circa, a dipendere da un piccolo sussidio che la madre gli invia ogni mese. A Parigi, solo. Ce n’è abbastanza per dare colpi all’autostima. A noi, per porci almeno una domanda. Che tanti insuccessi fossero una sua “scelta” per ritardare l’entrata nella maturità? Per quanto riguarda quelli scolastici, nessun dubbio. Così Saint-Exupéry in Pilota di guerra: “Sono un curioso tipo di collegiale… che non ha tanta furia di affrontare la vita”. Sarebbe facile stigmatizzarlo come una incarnazione di puer aeternus.

E invece non basta: leggendo la sua biografia, e tutte le sue opere, si incontra un uomo quanto meno contraddittorio: uomo d’azione e sognatore impenitente, sempre sospeso tra desiderio di solitudine e di notorietà. Da piccolo, del resto l’autore del Piccolo Principe, scriveva poesie e teatro, ma, affascinato dal funzionamento dei meccanismi (e dotato di buona manualità), progettava una bicicletta volante; e realizzava una penna stilografica.

Non può che essere stimolante, allora, osservare come le scritture di Saint-Exupéry, anche da bambino, fossero diverse tra loro. In questo specimen, ancora a dieci anni, il grafismo, sempre con una dimensione grande, rimane dritto sulla verticale. Il tratto apre i bordi rivelando ricettività e capacità di affrontare (e costruire) le “cose”, qualunque fatica costasse. La presenza di due modalità grafiche si ritrova alla fine dell’adolescenza: a 17 anni, un grafismo nutrito, legato, con angoli, riferisce il bisogno di azione; a 19 anni, il tracciato più caotico, disperso nello spazio, con molte lettere separate, esprime il sognatore che cerca.

Nell’alternanza di stile, che è anche di umore, si esplicita la difficoltà di adattamento e costruzione di sé. Sarà la scrittura più frequente, quella che va a caratterizzare l’adulto Antoine, a farci capire che tipo di equilibrio lo sforzo della ricerca ha prodotto. La vitalità espressa nei primi specimen appare decantata. Ma un equilibrio, seppure su un fondo di incertezza, c’è: equilibrio dinamico, vivace sempre, come dimostra il ritmo vibrante dell’alternarsi del segno con il bianco. Il tratto che disegna la piccola grafia è fermo.

Il tracciato, leggero, quasi trasalendo sul rigo, più che andare verso il futuro, si ripiega su se stesso; e riflette. Così concentrato, senza allunghi superiori e inferiori, indica bene anche il bisogno di sempre: fare per compensare qualche fragilità. In più, il bianco che entra nelle parole rivela una intuizione fine, una sensibilità delicata. E il piccolo movimento che procede per vibrazioni interne, leggermente oscillando sulla verticale, manifesta la percezione in allerta al servizio di una curiosità insaziabile

Non c’è dubbio che la curiosità sia stata trainante a tutto questo sperimentare: Antoine, “eclettico geniale”, si interesserà di politica sociale, di tecnica e meccanica (otto brevetti, inventore di sistemi di ricognizione e di atterraggio), di economia, di prestidigitazione, di musica. E di letteratura, certo, seppure sempre fluttuando tra vari generi. Tra tanti interessi, e tra tanto fare, è facile, però, che incontri la noia: “Continuo a comprare dei biglietti della lotteria perché la vita diventi un po’ più imprevedibile…” (a C. Sales, 11 luglio 1924).

Per combatterla, in realtà, aveva a disposizione ben altri mezzi. I disegni lo sono stati sin da bambino, anche se ne elaborerà l’importanza quando incontra la noia nei collegi esigenti, o negli addestramenti ripetitivi. Continuerà poi a disegnare, ovunque. E anche quando vola (sembra).

Il Piccolo Principe: la scrittura e il volo

Il “mezzo” essenziale per portare avanti questa lotta sarà però la scrittura. Innumerevoli le lettere: dirà, a proposito, che “scrivere lettere rende abbastanza bene”. Scrittura letteraria, poi, destinata a diventare il suo vero rifugio, e la sua forza. “Di correzione in correzione cammino verso Dio” (Cittadella, postuma). La poetica si può riassumere facilmente, e con le sue parole: nell’intervista data a “La Presse” il 29 aprile 1942, afferma che “La letteratura fine a se stessa mi fa orrore. Ho potuto scrivere perché ho vissuto con passione”.

La parola, dunque, deve nascere dalla vita. La vita, per lui, si identifica con il volo: perché “con il volo la mia vita acquisisce un senso”. Lo aveva provato all’età di dodici anni: e subito (luglio 1912) scriverà al canonico professore di francese: “Il motore con il suo canto cullava l’anima addormentata…”. In realtà, è con fatica che riesce a diventare pilota. Senza il diploma, non poteva conseguire il brevetto: grazie però a notevoli spese (e qualche raccomandazione) riuscirà a ottenere quello di pilota civile, primo passo per entrare nell’aviazione militare. Nel 1921 parte per prendere servizio e il 9 luglio farà il suo primo volo solitario.

La sera, quasi come un Piccolo Principe, scrive: “Io ero solo, in confidenza con le stelle”. E il volo, con le sue conseguenze, i suoi insegnamenti, sarà il protagonista delle opere letterarie: a partire dal primo racconto L’aviatore (1926), e poi nei romanzi che subito gli daranno successo (poco, in verità, la tranquillità economica) quali Corriere del sud (1929), e quel Volo di notte (1931) per cui Gide vorrà scrivere la prefazione.

Torniamo ancora sul grafismo. Con il passare del tempo il tratto rivela, sempre più, una sensibilità esasperata: qualche critico letterario ne ha individuato l’eccesso, definendola “sensibilità quasi femminile”. Le emozioni che emergono nella variabilità dell’inchiostratura rischiano ogni momento di vanificare l’equilibrio costruito. E sempre più, quel tracciato dalle lettere piccole e isolate, con tanto bianco e tanto vuoto dentro e intorno, comunica un sentimento di solitudine. È, questa, dimensione che gli appartiene, profondamente.

Antoine, Piccolo Principe, si fa silenzioso e si isola già durante le riunioni familiari della gioventù; conduce poi, sempre, una vita “assai solitaria, da ebreo errante…” (alla sorella Marie- Maddalene, 1924). Vive la solitudine nei bar di Montparnasse nel periodo ’23-25 come a New York negli anni ’41-43: “Non sono mai stato così solo al mondo…”. Non c’è disperazione.

E non solo perché grazie al deserto in cui si riconosce (Le désert, c’est moi) della solitudine ha conquistato il gusto, ma perché la sua è piuttosto inquietudine. Malinconia, come spesso, del resto, confessa. Contemporaneamente, però, ha tanti amici, e sono importanti: tra l’altro, negli anni ’23- 24 in cui aveva cominciato a scrivere in prosa, leggeva loro (non sempre divertendoli) le sue pagine per capire se “il ritmo” era quello giusto. Lo farà sempre.

Da tutti viene descritto affascinante, allegro, pieno di idee, ironico e brillante conversatore. A loro regalerà, con generosa prodigalità, ritratti, fogli, manoscritti. Determinando, ancora oggi, una vera “caccia al tesoro” da parte di affamati collezionisti di autografi. E i suoi valgono molto: a maggio 2012 sono state battute all’asta per 385.600 euro due pagine inedite del Piccolo Principe.

Nella alternanza di stati d’animo, di umori, hanno certo pesato i diversi fallimenti professionali: lavori precari e sottopagati (inclusi il contabile e il venditore di auto), o comunque non amati, come il reporter. Ma (ancora ma), e fino alla fine, Antoine non si arrende: l’aereo, diventa prova e metafora della volontà di affrontare gli ostacoli, quali che siano.

Le donne del Piccolo Principe

Combatte anche quando si innamora: lei appartiene ad antichissima e nobile famiglia, che, ovviamente lo osteggerà. Louise de Vilmorin, bella, amante della poesia, è affascinata dalla complessità di questo goffo ragazzone. Louise deve sicuramente avere amato il “pachiderma incerto” – così il clan Vilmorin – se ha potuto definirlo con tanta precisione: “… un girovago, un cavaliere, un nobile mago, un bambino misterioso animato da un soffio di grazia”. Purtroppo il primo degli innumerevoli gravi incidenti aerei (frattura del cranio, e pilotando senza autorizzazione) la convincerà a troncare la relazione. Oltre a Louise, questo “spilungone”, timido, di donne ne ha avute davvero tante.

In qualche modo fanno parte della “noia” del Piccolo Principe: “Faccio della corte monotona a delle Colette, a delle Paulette… che sono fatte in serie e vengono a noia, dopo due ore” (alla sorella Marie-Maddalene, 1925). Ma se diventa donnaiolo per noia, vuol dire che anche il capitolo “donne” è più complesso di quanto si creda. Alcune di loro le ama. Molte rimangono il destinatario delle sue lettere. Tutte devono riempire un vuoto. In una piccola “lista”, ricordo l’intrigante principessa in esilio Natalie Paley, nipote due volte di Zar: un rapporto breve ma intenso.

Lui le scrisse lettere di fuoco: “La luce di latte e miele che versate rende dolce aprirvi il vestito, come un’alba”. Lei – 1936 – recitava nel film “Corriere del Sud”, tratto dal suo romanzo. L’aristocratica Nelly de Vogüé sarà dal 1934 amante, certo, ma soprattutto la confidente più ricercata, fino alla fine. E Nelly continuerà a parlare di lui, con lo pseudonimo Pierre Chevrier. A New York, nel 1942, conoscerà, amerà, e, ovviamente, ne farà confidente dell’anima, la giornalista Silvia Hamilton- Reinhardt.

Dal momento che riesce a corteggiare due donne nella stessa giornata, e scrivere loro due lettere, nella stessa giornata, appassionate ma diverse, è evidente che un elenco, pure così parziale, denota il bisogno di comprensione e di conferme. Troppo intenso, certo, il rapporto con la madre: “Ci si sentiva al sicuro nella tua casa, si era al sicuro nella tua casa, eravamo solo tuoi, era bello” (alla madre, 1922). Troppo presenti (ma forse è bassa psicologia) le figure femminili dell’infanzia del Piccolo Principe: “Non sono del tutto sicuro di aver vissuto dopo l’infanzia” (alla madre, 1930).

Vero è che le sue donne letterarie sono generalmente fragili e capricciose: anche nei ritratti femminili predominano le caricature, quasi mai trovandosi rappresentazioni intense come quelle degli amici. “Capricciosa” – di soprannome e di fatto – lo è la donna che sposò nel 1931: la due volte vedova Consuelo de Gòmez, scrittrice e pittrice, fascinosa e molto desiderata negli ambienti artistici che frequentava. Aveva (avevano) una vita libera: anche con due appartamenti nello stesso palazzo.

Ma Consuelo era molto gelosa, e troppo rimaneva sola. Sarà pure stata donna “grezza, esplosiva, volubile”, ma è stata forse l’unica dotata della fantasia necessaria per condividere i sogni di Antoine. Come quando va in Marocco, accettandone l’intenso invito: “Vieni, e riempi la mia casa con la tua meravigliosa confusione. Scrivi su tutti i tavoli. Sono tuoi. Metti molto disordine nel mio cuore…”.

E, come Louise, anche Consuelo ci darà una pennellata d’Antoine che non si dimentica: “era come un bambino o un angelo caduto dal cielo”. Le due donne amate, quella che voleva sposare e quella che ha sposato, oltre che ritrovarsi nei non lusinghieri giudizi degli altri (di Louise si diceva “incostante, mondana, crudele”), hanno grafie che appaiono sostenute e mature (traiettoria ferma, angoli, tratto nutrito). Evidentemente, per colmare quel vuoto aveva bisogno di donne forti.

Già nel 1924 scriveva alla madre che “Non mi dispiacerebbe sposarmi, Mammina”, ma “quello che chiedo a una donna è di calmare questa inquietudine”. Chissà se ci è riuscita l’ultima, la Sconosciuta: ventiquattro anni, probabilmente un’infermiera. In questa corrispondenza, Antoine si rivela nella sua melanconia e fa parlare la immagine: quella che da anni viveva, quasi ossessionandolo, nella sua mente e nel suo cuore. È lui, il bambino dai capelli d’oro, la sua identità più segreta. Il Piccolo Principe.

Antoine piccolo principe

La famosissima storia, pubblicata nel 1943 in America (ma con almeno quattro stesure precedenti) per volontà di un editore che voleva fare un regalo ai bambini con i padri in guerra, è forse esile ma ha la grazia delle cose semplici, quelle vere. Anche lo stile è semplice. Risponde però in pieno a una ricerca dell’autore, sempre più convinto che occorreva un nuovo stile di comunicazione per riaffermare principi etici ormai in crisi. La risposta la trova in una “scrittura visiva”, in cui i disegni sono parte integrante delle parole.

Lasciamo da parte i fiumi di definizioni scritte dai critici e guardiamoli, questi disegni. Contengono quelli che sono definibili come “schemi evocatori”: la grazia del sorriso, gli occhioni aperti, i riccioli… Tutto per allontanare dall’adulto stanchezza e difese. Per ritrovare, senza paura, il sogno, le impercettibili verità, la solidarietà. Non è solo “morale da boy-scouts”. Diceva l’autore del Piccolo Principe alla sorella di un amico, Rinette: “Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere”. Che cosa ha visto, lo scrittore-poeta, bambino dal corpo di gigante?

Ha visto un mondo che offendeva l’umanità. “Non posso sopportare quest’epoca, non posso proprio, tutto è brutto”, scriveva a Nelly, nel dicembre 1943. Saint-Exupéry è sempre stato dalla parte dell’individuo, sempre combattendo per gli ideali. Quando diceva “fratellanza”, “rispetto” (Lettera a un ostaggio, 1943), o quando incitava allo sforzo e alla lotta contro l’ostacolo per essere “se stessi e nessun altro”: lui ci credeva, e non diceva parole buone per qualche “evento”.

Nei tanti scritti dal grafismo sobrio, gli elementi minimi, separati, dal tratto mutevole, appaiono fili cangianti che cercano di unire i suoi imperativi morali: azione-rigore-responsabilità. Alla fine, però, è stanco. Da sempre la vita gli era apparsa “provvisoria” (a Louise, 1933) e si era sentito spettatore: il suo impegno etico lo aveva però spinto a “prendere l’aereo”, ad affrontare il “deserto”. Ora, si sente “troppo confuso e sottosopra per vivere in pace su questo pianeta” (a Silvia, 1944) e “il termitaio futuro mi spaventa”.

Mentre i sentimenti negativi, su di sé e sul mondo, prevalgono, la grafia del Piccolo Principe si fa più veloce (come se fosse “pressata dall’urgenza”, individua il biografo J.C. Perrier), ritrova anche un qualche legame: diventando però meno leggibile, creando difficoltà a critici ed editori. Cosa gli rimane da fare: la fuga? E se fosse morire? “Adesso dei giudizi su di me, me ne rido… Ho molta fretta. Una fretta estrema. Adesso se per me fosse meglio morire, sarei prontissimo a morire da qualche parte” (a Nelly, 8 settembre 1941).

Il 31 luglio 1944 parte per una missione di ricognizione fra la Sardegna e la Corsica. Sparisce nel nulla. Dopo sessant’anni di ricerca, il 7 aprile 2004 viene ritrovato l’aereo. Si discute ancora, e si scrive, su ciò che è accaduto. Bisognerà ormai imparare ad accogliere la storia del Piccolo Principe come un regalo che è momento di formazione per chi cresce, ma che può anche aiutare gli adulti a non dimenticare l’infanzia e la ricchezza di sogni e speranze.

Il Piccolo Principe Saint-Exupéry, uomo corpulento e goffo che arrossiva sempre, il pilota spericolato, l’artista che ha intessuto le pagine dei libri con la sua vita, è stato, semplicemente, un uomo. Complesso. Forse aveva ragione Heidegger a definirlo “il più grande esistenzialista del secolo”. Importante, è, come ebbe a dire l’amico suo più caro, quel Léon Werth cui è stata dedicata l’opera, non considerarlo “né come una statua della disperazione, né una statua della serenità.

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