Giancarlo Petrella, originariamente edito in Charta, 116, pp. 26-31.
Presso la Biblioteca comunale di Trento si conserva l’unico esemplare noto di un’edizione tardo quattrocentesca che tramanda un cantare finora inedito sulla morte di Polissena (segnatura G 1 e 35/10). L’edizioncina, un in quarto di appena quattro carte, si rivela dunque di particolare interesse sia dal punto di vista filologico che bibliografico. Dal punto di vista testuale è infatti il testimone di un cantare adespota in ottanta ottave sulla morte di Polissena di cui gli studi e le sillogi di poemi in ottave di materia troiana non serbano traccia.
GIULIANO PASQUALI E IL CANTARE DI POLISSENA: I TERMINI DELL’INDAGINE
Mi riferisco soprattutto ai lavori pionieristici, ma ancora insostituibili, di Egidio Gorra (Testi inediti di storia troiana, Torino, Loescher, 1887), Alessandro D’Ancona (Poemetti popolari italiani, Bologna, Zanichelli, 1889), Giorgio Barini (Cantari cavallereschi dei secoli XV e XVI, Bologna, Romagnoli dall’Acqua, 1905), Francesco Ugolini (I cantari d’argomento classico, Genève-Firenze, Leo S. Olschki, 1933), giù fino al più recente Bodo Guthmüller (Cantari cinquecenteschi di argomento mitologico, in Mito, poesia, arte. Saggi sulla tradizione ovidiana nel Rinascimento, Roma, Bulzoni, 1997, pp. 187-212).
Unica labile traccia quella fornita da Egidio Gorra in conclusione della sua antologia di testi di storia troiana. Gorra, quasi incidentalmente, riporta infatti tre stanze vergate in calce a un manoscritto trecentesco ora presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze (Riccardiano 2268) che tramanda l’Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne volgarizzata dal pistoiese Mazzeo Bellebuoni. Le tre ottave furono trascritte due volte (non è chiaro perché) al f. 89v da due mani diverse (la prima ancora trecentesca, la seconda tardoquattrocentesca) su due colonne affiancate e rimandano con assoluta certezza al cantare tramandato nella sua interezza dall’edizione a stampa.
Le tre ottave del codice Riccardiano corrispondono alle ottave 45-47 del cantare a stampa. È Polissena che parla prima di essere immolata sulla tomba di Achille, interrotta dal lamento della madre Ecuba:
“XLV. Gratia mi fate di farmi morire, / ché se vivendo forsi piglierei / nel dolore de’ miei morti tanto ardire, / che me di me micidiale farei, / vegendo l’alegreza e il martire / sì tosto risoluto a li ochi miei; / però mi piace volendo la morte / seguire. Se non ch’Ecuba gridò forte: /
XLVI. O signori Greci, non vi basta avere / somersa Troia infino a’ fondamenti? / Priamo co’ figliuoli e l’altre ischiere / de’ cavalieri di Tracia avere ispenti, / e ’l nobile Elion fatto cadere? / Né sì gran dano pare che vi contenti / se non muore Polisena ch’è rimasa / figliuola sola di sì alta casa? /
XLVII. Che può aver comesso il sangue puro, / che meriti la vergine inocente / morire con ferro sì crudele e duro / per amenda d’Achille o d’altra gente, / o signori Greci, a ciò ch’ognuno sicuro / torni a’ suoi liti sì come vincente? / Rendete a me i’ dico Polissena, / conforto solo d’ognia mia noia e pena”.
Il primo copista del Riccardiano non continuò oltre, forse vergando a memoria un frammento di un più ampio cantare. Una seconda mano, probabilmente un lettore nel Quattrocento, ricopiò di fianco le stesse ottave forse perché già faceva fatica a decifrare la scrittura del secolo precedente. Le stanze potrebbero appartenere a uno dei cantari perduti, ma promessi nella seconda ottava del V cantare, del poema trecentesco Troiano la cui narrazione si interrompe bruscamente all’altezza del cantare decimo con la morte di Achille.
Se fosse vera questa ipotesi allora l’edizione a stampa ci consegnerebbe non solo un nuovo lacerto, ma addirittura un intero cantare originariamente parte del corpus dei Cantari della guerra di Troia dal quale finì poi per distaccarsi. L’anonimo canterino espone all’uditorio il lacrimevole soggetto della propria recita all’ultimo verso della prima ottava, dopo l’invocazione di rito alla Vergine:
“Vergine genitrice alma Maria, / madre e figlia del to padre e filio / sacrato fonte istella et elia / celeste umanità d’ogni consiglio, / o Regina del ciel, madre alma e pia / da cui in ogni mio dir principio piglio / concedi a me, Donna di gratia plena, / la morte e ’l pianto dir de Polissena”.
Segue l’antefatto (ottave 4-15): da tre giorni una tempesta impedisce alla flotta greca di salpare per fare ritorno in Grecia dopo aver conquistato Troia grazie al tradimento di Enea e Antenore; durante la notte Achille compare in sogno ad Agamennone e a molti soldati greci lamentando di attendere ancora che Polissena sia sacrificata per vendicare la sua morte. Al risveglio Agamennone, consigliato da Pirro, ordina a Enea e Antenore di partire alla ricerca di Polissena che si nasconde, all’insaputa di tutti, in un palazzo diroccato. La fortuna conduce i due troiani sulle tracce della fanciulla che si consegna loro spontaneamente, consapevole della sorte che l’attende, nonostante la madre Ecuba la inviti a non seguire i due traditori (ottave 26-37):
«XXVIII. Non regni in voi pietà de la mia morte / Poi che Priamo coi suoi figli e Troia / Non vi fece pietosi ma sì forte / Di tanta crudeltà face che io moia / La nostra Polisena date in sorte / A Pyrho che li sia dilecto e gioia / Di lavarsi le mani nel mio sangue / Per gloria di colui che morto langue”.
Di fronte ad Agamennone Polissena non chiede di avere salva la vita, ma solo che sia rispettata la sua castità e che venga restituito il cadavere alla madre Ecuba, la quale a sua volta supplica i Greci di non sottrarle anche l’ultima figlia rimastale (ottave 42-50). Condotta sulla tomba di Achille, Polissena offre il petto e il collo alla spada di Pirro (“sbergo né scudo / la spada non trovò già in costei / ma solo il pecto suo candido e nudo / el qual col ferro ruppe insino al core”).
Il cantare si chiude con il lungo lamento di Ecuba sul corpo della figlia senza vita (ottave 67-79), alla quale promette una più regale sepoltura quando tornerà per portarla nel regno di Polimnestore cui Priamo ha affidato Polidoro. A questo punto il canterino interrompe bruscamente le parole di Ecuba: dapprima anticipa all’uditorio che il desiderio della regina non si sarebbe mai realizzato (“cossì se mosse e prese per partito / de la tornata la qual non dissegno / perché mai non tornò sì ch’io vi lasso”), poi si accomiata con la consueta apostrofe agli ascoltatori: “piangete amanti e piangete la morte / de sì legiadra e bella gioveneta / e pregarite Idio che di tal sorte / ve guardi […] e difenda dal profundo inferno”.
LE FONTI DEL CANTARE DI POLISSENA
Quanto alle fonti che fornirono al verseggiatore la materia di cui è intessuta la tela del racconto, il poema amplifica, in maniera apparentemente autonoma rispetto alla tradizione manoscritta e a stampa nota, un episodio piuttosto circoscritto del ciclo troiano, vale a dire il sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille, staccandolo dal contesto originale e facendone un poema a sé. Né il Roman de Troie di Benoit de Sainte-Maure (vv. 26241-26590) né l’Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne (XXX) dovettero essere la sua fonte diretta. Si riscontrano infatti fin dall’inizio alcune evidenti divergenze.
Tra cui: in Benoit e in Guido la flotta greca è ferma da un mese, mentre nel nostro cantare solo da tre giorni; il cantare di Polissena non serba traccia dell’indovino Calcante e introduce ex novo il particolare dell’apparizione di Achille in sogno ad Agamennone e a molti guerrieri greci. Benoit e Guido addossano la responsabilità della consegna di Polissena, che si nascondeva nei sotterranei di una vecchia torre, al solo Antenore, mentre nel cantare sono sia Antenore sia Enea a tradire la fanciulla.
Anche nell’unico antecedente a stampa di materia troiana, il cosiddetto Troiano a stampa, del quale non risultano versioni manoscritte e la cui princeps (Venezia, Luca Dominici, 14 agosto 1483: IGI 9724) è tràdita da un unicum della Biblioteca Trivulziana, la vicenda si esaurisce nel breve giro di poche ottave (XII 23-30). Il confronto fra i due testi mostra ancora una volta considerevoli dissonanze. L’anonimo cantare di Polissena a stampa, sia nella descrizione della morte di Polissena sia nel lamento di Ecuba, tradisce invece un’evidente matrice letteraria.
Forti affinità rimandano al testo ovidiano (Met. XIII 450- 532), attinto probabilmente tramite i volgarizzamenti di Arrigo Simintendi o di Giovanni di Bonsignori piuttosto che nell’originale latino, e poi generosamente ampliato. Per fare qui solo un esempio, si confronti il passo della morte di Polissena nella versione delle Metamorfosi volgarizzate da Arrigo Simintendi:
“Quella, cadente in terra colle ginocchia che le vennono meno, tenne lo volto non pauroso infino agli ultimi fati. Alora fu lo studio di celare le parti da coprire, cadendo lei, e di guardare l’onore della casta vergogna») con il testo del cantare a stampa (LX Tenendo el volto ma non già spauroso / fino a l’ultimi fati del morire / alora fu lo studio forioso / de cellar ben le parte da coprire / e di guadar l’onor tanto famoso / de la casta vergogna nel partire / de la sua vita e mostra quanto cara / li fu virginità cum morte amara”.
SULLE TRACCE DEL TORCHIO
Veniamo ora agli aspetti bibliografici e alla stampa che trasmette il cantare. L’edizione si rivela infatti piuttosto intrigante. Seppur incompleto, il colophon conserva però il nome dell’artefice (c. π4v: “[…] e ioue prego che da mor gouerno / guardi edifenda dal profundo i(n)ferno / FINIS / Impresso per zulia(n) pasqual bologna”). Si potrebbe persino essere portati fuori strada e lasciarsi ingannare dall’indicazione “bologna” in coda.
Non si tratta affatto dell’indicazione del luogo di stampa, bensì della città di provenienza del tipografo, tale Giuliano Pasquali da Bologna, della cui identità e attività tipografica sono rimasti all’oscuro molti bibliografi. Quanto alla sua produzione, IGI e ISTC non registrano che il cantare di Polissena, mentre ai principali repertori bibliografici, sia cartacei sia on-line, delle edizioni impresse nel XVI secolo non è nota alcuna edizione a firma Giuliano Pasquali.
Un tipografo all’apparenza dunque assai modesto, se non fosse per il cognome, che suggerisce più illustri parentele con quel Pellegrino Pasquali, di cui si conoscono invece circa quaranta edizioni stampate, nell’arco di una quindicina d’anni, fra Treviso (ove esordì nel 1482 in società con il conterraneo Dionisio Bertocchi), Venezia (dapprima con Dionisio e Domenico Bertocchi, poi da solo) e infine Scandiano, dove, nel 1495, licenziò l’edizione definitiva (oggi del tutto perduta) dell’Orlando innamorato (N. Harris, Bibliografia dell’“Orlando innamorato”, I, Modena, Panini, 1988, pp. 26-28).
La pista boiardesca si rivela decisiva per fornire un’identità anche al tipografo della Morte di Polissena. La soluzione viene dallo stesso documento, un rogito datato 15 settembre 1495, già impiegato anni fa da Neil Harris per confermare l’esistenza dell’edizione 1495 dell’Innamorato.
Nell’atto, che definisce le spese sostenute nella stampa di 1250 esemplari dell’edizione boiardesca, si fa esplicita menzione, col titolo di impressores, di “Iuliano fratri ipsius magistri Peregrini” e di un secondo lavorante, un certo Giovanni Battista Capponi, entrambi ancora in attesa dello stipendio per il lavoro svolto. È in definitiva la prova che cercavamo: Giuliano Pasquali è il fratello di Pellegrino, titolare della tipografia scandianese nella quale Giuliano svolge invece il mestiere di impressore.
Al fugace ma decisivo accenno tràdito dal rogito scandianese si aggiungono quindi le tracce lasciate da Giuliano durante un successivo trasferimento a Perugia (A. Capaccioni, Lineamenti di storia dell’editoria umbra: il Quattrocento ed il Cinquecento, Perugia, Volumnia, 1996, p. 37). È lecito supporre che avesse qui ripreso l’attività di impressore già esercitata a fianco del fratello, come lascia intendere il pagamento ricevuto nel 1509 dal libraioeditore Francesco Cartolari che si rivolse probabilmente a Giuliano dopo la rapida uscita di scena di Damiano Gorgonzola. Un secondo documento assicura la presenza in città di “Giuliano de Baptista di Pasquali da Bologna” (da identificarsi perciò col nostro Giuliano, come conferma il patronimico de Baptista comune anche a Pellegrino) almeno ancora nel 1512.
Attesta che Giuliano è bene inserito nell’ambiente tipografico cittadino, tanto da essere chiamato a fare da intermediario, per un debito di venti ducati, fra lo stampatore Bernardino Stagnino e il noto incisore di caratteri Francesco Griffo. A Perugia, forse nei primi anni del suo soggiorno, Giuliano Pasquali dovette però tentare, a dire il vero senza troppa fortuna, anche l’attività in proprio.
Così suggerisce l’unica edizione conosciuta (un tempo nella biblioteca del conte Giacomo Manzoni, ma di cui si è poi persa traccia) con firma esplicita al colophon: Giovanni de la Franca, Del tempo e della fortuna, Perugia, Giuliano de Baptista di Pasquali da Bologna, 24 dicembre 1501. È probabile che, fallita l’esperienza in proprio, tornasse a svolgere prevalentemente l’attività di impressore per l’officina dei Cartolari. Rimane dunque aperta la questione dell’edizione di Polissena, purtroppo priva, a differenza di Giovanni de la Franca, Del tempo e della fortuna, di luogo e anno di stampa.
Se è plausibile l’iter tipografico di Giuliano Pasquali quale emerge dai dati fin qui raccolti, Giuliano lavorò infatti nell’officina del fratello fino alla sua scomparsa (l’ultima edizione nota firmata da Pellegrino è datata 12 febbraio 1500), per poi cercare fortuna altrove, forte dell’esperienza accumulata nella bottega di famiglia. I conti tornano, se già nel dicembre 1501 può apporre la propria firma a un’edizione perugina. Rimarrebbero perciò aperte due possibili soluzioni. La prima è che anche la Morte di Polissena vada ascritta alla fugace esperienza come tipografo in proprio svolta a Perugia all’alba del Cinquecento (e quindi, dal punto di vista bibliografico, non si tratterebbe più di un’edizione incunabola).
Oppure fu impressa precedentemente, approfittando magari di qualche giorno di inattività del fratello. Resta da appurare se a Venezia o a Scandiano. Il carattere gotico G79 impiegato nel cantare di Polissena riconduce più facilmente alla cassa veneziana di Pellegrino (nella quale compaiono infatti diverse serie di gotico) che a quella del periodo scandianese, ristretta a tre sole serie di romano. L’analisi dei prodotti tipografici usciti dall’officina veneziana fornisce la risposta pressoché definitiva a quanto si stava fin qui cercando.
Si identifica infatti il carattere gotico G79 di Giuliano Pasquali proprio con uno dei gotici a disposizione di Pellegrino, da questi impiegato principalmente per testi giuridici o di argomento scientifico in edizioni impresse nel triennio 1489-1491: fra le altre, Lanfrancus de Oriano, Repetitiones (23 giugno 1489); Felinus Sandeus, Super titulo De rescriptis et nonnullis aliis (29 settembre 1489); Sigismundus de Porcastris, Quaestio de restauratione humidi (25 ottobre 1490); Johannes Mesue, Opera medicinalia (1489- 1491).
L’ipotesi finale è piuttosto affascinante, vale a dire che l’edizione del cantare di Polissena sia stata progettata e impressa da un torcoliere, Giuliano Pasquali, che, mentre i torchi riposavano dalla produzione del titolare Pellegrino (il fratello), si improvvisa editore-tipografo stampando a suo nome (ma anche a sue spese?) un’esile edizioncina di sole quattro carte che, per argomento e pubblico cui era rivolta, si discostava palesemente dalle scelte editoriali del fratello.
Questi infatti si distinse, fin dagli esordi trevigiani nel 1482, come tipografo prevalentemente di testi latini e giuridici, con uniche significative eccezioni, prima dell’Orlando innamorato scandianese, il Filocolo di Boccaccio e il Petrarca volgare. Probabilmente non sarebbe mai stato interessato a stampare il modesto cantare popolareggiante di Polissena. Ma chiuse un occhio e per un paio di giorni lasciò campo libero al fratello Giuliano Pasquali.
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