Antonio Castronuovo, originariamente edito in Charta, 176, pp. 56-61.
Francesco Meriano nasce a Torino nel 1896 e la sua vicenda rammenta quella di D’Annunzio. Seguì la famiglia a Napoli e a diciotto anni esordì con i versi di gusto crepuscolare Gli Epicedi ed altre poesie (Teramo, Casa Editrice “La Fiorita”, 1914). E da Napoli, cominciò a interessarsi all’avanguardia fiorentina dei Papini, Soffici e alla poesia di Palazzeschi, che alla fine del 1914 aveva già pubblicato il manifesto Il controdolore e si esprimeva con sonorità dadaiste.
Negli anni di Napoli Francesco Meriano collaborò con parecchie riviste, scrivendo di attualità letteraria e culturale Il trasferimento del padre a Bologna nel 1916 lo strappò da questi contatti, ma gli donò altre strade: fondò con Bino Binazzi la rivista La Brigata che, uscita dal 1916 al 1919 per 14 numeri, si proponeva di analizzare la produzione culturale contemporanea, costituendo nel panorama delle riviste italiane un ideale raccordo tra Lacerba e La Ronda.
Di prestigio le firme dei collaboratori: Alvaro, Bontempelli, Buzzi, Moscardelli, Papini, Rebora, Saba, Savinio, Sbarbaro, Tommei; nonché gli stranieri Apollinaire e Stravinskij. Vi apparve anche la firma di Dino Campana, di cui Meriano fu convinto sostenitore: si erano conosciuti verso la fine del 1914 quando il poeta gli aveva donato una copia dei Canti orfici con la sonora dedica “All’eccellente poeta Meriano con affetto Dino Campana”.
FRANCESCO MERIANO: IN LIBERA AVANGUARDIA
Nel luglio 1916, sul secondo numero de La Brigata apparve il manifesto Dall’ideogramma al simbolo e più in là, in cui Francesco Meriano afferma che “le parole in libertà devono esprimere soltanto ciò che non è esprimibile con altri mezzi”.
Ad aprile del 1916 aveva infatti incontrato Marinetti che lo aveva convinto ad aderire al futurismo e farsi paroliberista; fu così che il nostro manipolò a fondo il proprio stile e pubblicò nello stesso anno presso le Edizioni Futuriste di Poesia la collezione Equatore Notturno. Parole in libertà. Ma sebbene fosse ammesso nell’area futurista interessa rilevare il richiamo che i suoi versi sollevarono negli ambienti del movimento dada.
Tutta l’avanguardia italiana era in quei mesi su posizioni molto vicine agli interessi dada del gruppo fondatore di Zurigo: accenti criptodadaisti si trovano nelle ricerche parolibere di Cangiullo, nella poetica dell’arte-gioco di Depero, negli assemblaggi ludici di Giacomo Balla, nell’adampetonismo di Soffici, nell’astrazione orientale-esoterica di De Pisis e nelle teorie sull’analogia poetica di Francesco Meriano.
Insomma, era lo stesso futurismo a contenere in sé quella componente primitivista che funzionò da accordo sostanziale con Tristan Tzara; tra 1916 e 1917 il dadaismo sembra addirittura un’avanguardia svizzero- italiana e molti collaboratori della rivista Dada pubblicata da Tzara a Zurigo furono italiani. L’accoglienza di Francesco Meriano in Dada si colloca nel maggio 1917.
Alberto Spaini amico di Soffici e simpatizzante del futurismo, si era recato a Zurigo ed era stato invitato da Tzara alle serate dada del cabaret Voltaire: in quella del 29 maggio 1917 Spaini declamò versi di Jacopone da Todi e Francesco d’Assisi, nonché il poema Gemma di Francesco Meriano. Composizioni di Meriano furono lette durante altre serate dada a Zurigo, ma il momento ufficiale dell’accoglienza nel movimento fu quello della pubblicazione della sua poesia Walk (abbreviazione di Walkiria) sulla rivista Dada 1 del luglio 1917.
Il nome degli altri collaboratori di quel numero di rivista è sufficiente per focalizzare a quale livello di considerazione fosse giunto Meriano: Hans Arp, Marcel Janco, Oskar Lüthy, Enrico Prampolini, Alberto Savinio, Nicola Moscardelli. Non basta: nel settore delle Notes dello stesso numero figurano recensioni alle riviste italiane La Brigata, Le Pagine, La Diana e L’Italia futurista.
Il distacco degli italiani da dada si consumò quando il nichilismo del movimento emerse nel Manifesto Dada 1918 di Tzara: la cinica professione di fede nichilista e il totale relativismo etico non potevano essere accettati a cuor leggero da chi aveva radici intellettuali nella storia post-risorgimentale. Nel marzo del 1919 Tzara disse a Meriano che non poteva più pubblicare poesie impregnate di sentimentalismo romantico; ma il segno più incisivo dell’allontanamento di Meriano dai movimenti di avanguardia fu la raccolta nel 1919 delle composizioni poetiche riferibili a quel periodo, pubblicate a Firenze da Vallecchi col titolo Croci di legno (1916-1919).
Tuttavia, in Almanacco Dada 1920 (Francesco Meriano, Maria D’Arezzo e Gino Cantarelli sono annoverati tra i “Presidenti Dada”
FRANCESCO MERIANO, RISVOLTI POLITICI
La sua rottura con le avanguardie si misura su diversi interventi. Già attorno al 1917 aveva composto una Marcia del futurismo in cui prendeva in giro non pochi futuristi. Nell’articolo Bastoni fra le ruote apparso il 2 aprile 1920 nel Popolo d’Italia prese le distanze dai “meticolosi ingranaggi del Futurismo progresso bolscevico”. Sul movimento dada tirò le somme con un articolo apparso sul Secolo XX il 1 marzo 1921.
Nel 1927 affrontò un’ultima discussione letteraria quando il 20 gennaio pubblicò sul Resto del Carlino l’articolo Bilancio del futurismo che Marinetti contestò polemicamente. Entrato nella seconda fase della vita, quella dellìimpegno politico, abbandonò ogni avanguardismo. Pur esentato dal servizio militare, alla fine del 1917 frequentò il corso ufficiali della Scuola di Fanteria di Parma, dove conobbe Eugenio Montale e Sergio Solmi.
Terminò il corso ottenendo la nomina a sottotenente fanteria: fu tuttavia definitivamente riformato per aver contratto la tubercolosi. A partire dal 1919, la sua avventura artistica si disgregò progressivamente e i suoi interessi deviarono verso la politica: abbandonò la letteratura a favore della saggistica politica e storica e pubblicò libri che ebbero all/epoca un buon successo. A parte l’edizione nel 2022 delle Lettere di Frate Guittone d’Arezzo (Bologna, Regia Commissione per i testi in lingua), pubblicò La riconquista della Tripolitania (Milano, Edizioni Imperia, 1923), La questione di Giarabub (Bologna, Zanichelli, 1925) e un’agile biografia narrativa del compagno di D’Annunzio nel volo su Vienna: L’Aviatore Locatelli (Bologna, Zanichelli, 1926).
Questa forte deviazione degli interessi letterari andò di pari passo col diretto impegno in campo politico: aderì al nascente fascismo e nell’agosto 1919 fondò a Savignano sul Rubicone il primo Fascio di Combattimento della Romagna. Frequentava quella cittadina romagnola già da 1916: mentre ancora studiava all’Università di Bologna aveva infatti ottenuto una cattedra presso la Scuola Tecnica di Savignano, e questa nomina a insegnante fu l/episodio che lo proiettò verso la Romagna, dove si trasferì stabilmente.
Poco dopo si spostò a Cesena: a luglio del 2022, in una rovente giornata di sciopero generale, fu ferito in un conflitto a fuoco scoppiato in strada con un gruppo di avversari. Da questo momento la sua vicenda politica nei ranghi del fascismo decolla: diventa segretario della Federazione del Fascio di Forlì e Cesena; tra 1921 e 1923 collabora intensamente al Popolo d’Italia di Milano firmando non di rado l’articolo di fondo;
nel 1923 è con-direttore con Dino Grandi della Casa Editrice Imperia di Milano, strumento editoriale del Partito Nazionale Fascista e realizzatrice del Giornale dei Balilla (poi Il Balilla) che fu subito – fin dall’esordio nel 1923 – un giornale legato al partito: la direzione fu affidata a Defendente De Amicis, Dino Grandi e Francesco Meriano. A luglio del 1923 diventò sindaco di Cesena, e già a settembre fu promosso vice-direttore del Resto del Carlino di Bologna.
A Cesena è ricordato per aver fatto erigere il busto bronzeo di Renato Serra collocato di fronte alla Biblioteca Malatestiana. A partire dal 1924 calò la sua presenza a Cesena: intraprese la carriera diplomatica all’inizio del 1928 diventando console generale a Odessa, Lussemburgo e Rabat. La tisi intanto lo rodeva: all’inizio del 1928 ottenne la sede consolare di Spalato e un anno dopo quella di Kabul, in Afghanistan, dove si trasferì e dove il 21 maggio 1934. spirò: non aveva ancora 38 anni. La sua tomba è oggi nel cimitero di Settignano, presso Fiesole.
FRANCESCO MERIANO, LA MEMORIA
Coinvolto in maniera diretta nella storia del fascismo, Meriano fu presto obliato nel secondo dopoguerra. Se durante la vita fu gratificato di notevole attenzione critica (concentrata soprattutto nell’arco della sua maggiore produttività, dal 1914. alla metà degli anni Venti), la bibliografia su di lui registra dopo il 1945 – e per circa trent’anni – appena citazioni contenute in interventi critici su altri autori.
Solo nel 1982 vide la luce presso Scheiwiller un’edizione moderna di sue opere: Arte e vita, edizione poi ripresa nel 2005 presso Storia e Letteratura. Imprescindibile per la conoscenza del personaggio, il volume pubblica un’ampia collezione di poesie e prose, saggi e articoli critici, pagine di viaggio e di volo: una preziosa appendice bibliografica elenca in ordine cronologico i volumi pubblicati e le centinaia di articoli giornalistici che costituiscono l’immensa attività pubblicistica.
Per la ricostruzione della biografia esiste la straordinaria raccolta di documenti e lettere custodite nel Fondo Meriano a Fiesole. Sorto nel 1981 grazie alla donazione del figlio Carlo Ernesto, il Fondo raccoglie le lettere dei corrispondenti di Meriano. È un archivio voluminoso: migliaia di pezzi tra lettere, cartoline e manoscritti; documenti che sono legati a un numero impressionante di figure dell’epoca, molte delle quali di primo piano, e che permettono di ricostruire pezzi non secondari della cultura italiana del primo Novecento.
A parte l’incredibile quantità di corrispondenti, i numerosi pezzi epistolari a lui inviati da Apollinaire, Cendrars, Tzara e Max Jacob testimoniano quanto Meriano fosse noto negli ambienti dell’avanguardia europea e costituiscono materiale di straordinario valore per lo studio di un fenomeno in parte ancora oscuro: i tragitti mediante cui il movimento dada, negli anni tra la Grande Guerra e l’immediato dopoguerra, penetrò in Italia.
L’interesse di Meriano verso la Metafisica è infine testimoniato da lettere di Giorgio De Chirico e del fratello Savinio, ma anche da significativi epistolari di Carlo Carrà, Filippo De Pisis e Corrado Govoni. Il Fondo procura anche preziose testimonianze sulla breve ma intensa vita delle tante riviste letterarie dell’epoca e permette di cogliere quanto frastagliata fosse la distribuzione geografica dei centri dove si faceva cultura.
Se infatti molte missive a Meriano provengono dai grandi centri di Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Napoli e Roma è pur vero che altrettante sono spedite da città che in quegli anni giudichiamo erroneamente assopite in una sorta di torpore culturale – Bari, Catania, L’Aquila, Teramo – e che invece rappresentano un’eloquente immagine dell’Italia “delle cento città”, di un’epoca in cui si pubblicava una rivista di cultura in ogni grande comune, di una nazione insomma assai movimentata sul piano della cultura.
SCOPRI TUTTO SUL PROGETTO CHARTA, SPONSORED BY BUONVECCHIO!











