Duccio Dogheria, originariamente edito in Charta, 123, pp. 54-59.
Nelle ricche collezioni della Biblioteca Civica di Rovereto si conserva un raro incunabolo illustrato, appartenuto all’archeologo Paolo Orsi. Si tratta di una raccolta di scritti d’argomento sacro, nota col nome di Opuscola, riferibili a vari autori ma raccolti da Filippo Barbieri come appendice alle sue Discordantiae Sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini, libello in difesa della scuola tomistica. Il volumetto, stampato nel 1481 a Roma da Giovanni Filippo De Lignamine, è composto da ottantadue carte non numerate ed è impreziosito da ventinove xilografie al tratto.
FILIPPO BARBIERI E GIOVANNI FILIPPO DE LIGNAMINE
Il De Lignamine (a volte citato come La Legname o semplicemente Legname) fu probabilmente il primo tipografo italiano attivo a Roma, ove già da alcuni anni operavano stampatori stranieri, come Konrad Sweynheim e Arnold Pannartz. Oltre che tipografo, il De Lignamine fu editore, e scrisse personalmente – come nel caso degli Opuscola – numerose prefazioni alle proprie edizioni.
Interessante notare come questo proto-editore, per venire incontro a esigenze di mercato, cambiò più volte il formato delle proprie edizioni, passando dall’iniziale in-folio all’in-quarto, fino a raggiungere il più maneggevole in-ottavo degli Opuscola, anticipando di fatto un trend poi normalizzato da Aldo Manuzio.
E veniamo ora al vario contenuto della raccolta, che si apre con le Discordantiae Sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini, unica opera interamente di Filippo Barbieri contenuta negli Opuscola. Procedendo secondo l’ordine di comparizione, incontriamo poi i Sybillarum et prophetarum de Christo vaticinia, come vedremo i testi in più stretto rappotto con l’apparato illustrativo, riferendosi a questi ben ventiquattro delle ventinove xilografie presenti; segue il Cento Vergilianus di Proba Falconia, centone di versi virgiliani composto da 694 esametri.
Chiudono l’opera una serie di brevi scritti tratti dallo pseudo Tommaso d’Aquino, ai quali non si riferisce nessuna delle xilografie presenti.
FILIPPO BARBIERI, PROFEZIE, L’APPARATO ILLUSTRATIVO DELL’INCUNABOLO
Lasciando ai filologi l’analisi del contenuto dell’opera, a interessare gli storici dell’illustrazione è naturalmente il ricco apparato grafico cli questa singolare opera, il cui giudizio non può prescindere dall’architettura della pagina e dal dialogo più o meno stretto tra parola e immagine.
Come gran parte degli incunaboli, gli Opuscola sono privi di un vero e proprio frontespizio. La parte testuale inizia sul verso della prima carta con una Prefatio dell’editore dedicata a Papa Sisto IV. L’apparato illustrativo prevedeva un’iniziale miniata su sei linee (la “S” di Semper ego, ovvero l’incipit della prefatio), poi non fatta realizzare dall’acquirente dell’esemplare, ma testimoniata da una lettera-guida di fattura goticheggiante che ritroviamo pure in altri punti del testo.
A proposito di scrittura, il testo è vergato in una buona littera antiqua forse un po’ appesantita dalle numerose abbreviazioni, del resto ancora molto comuni in questi anni, specialmente in testi di argomento sacro. La lettura risulta comunque facilitata dall’ariosità della pagina, che presenta linee di testo separate da un ampio interlinea.
Per quanto riguarda l’apparato illustrativo vero e proprio, gli Opuscola presentano ventinove xilografie all’incirca delle stesse dimensioni, che si aprono sui 4/5 del corpo della pagina, inserite tutte assieme pressappoco a metà del volume, a eccezione della figura di Proba, che compare rispetto alle altre illustrazioni dopo una ventina di carte. I soggetti sono i dodici Profeti, le dodici Sibille, Cristo con i simboli della Passione, san Giovanni Battista, la Natività, Platone, Proba.
Prima di addentrarci nell’inconsueta iconografia che affianca Profeti e Sibille è doveroso spendere qualche parola sulla fortuna editoriale degli Opuscola, e soprattutto sulle differenti soluzioni stilistiche adottate nell’apparato illustrativo delle varie edizioni. La prima fu impressa a Roma dal De Lignamine il 1′ dicembre 1481, come specificato nel colophon. Questa prima versione presenta in prima tiratura solamente le dodici Sibille, affiancate dalla figura di Proba; il loro tratto è molto incerto e, come ha affermato Samek Ludovici nella sua Arte del libro (Milano, Ares, 1974), sono disegnate e incise assai sommariamente, per non dire rozzamente, con un ductus assai spigoloso, quasi certamente nordico.
La qui trattata seconda tiratura degli Opuscola – la data al colophon è sempre quella del 1′ dicembre 1481 – presenta un apparato illustrativo arricchito e aggiornato rispetto al precedente. Le xilografie passano infatti da tredici a ben ventinove, e presentano dodici Sibille in nuova veste, dodici Profeti, Proba (unica illustrazione realizzata utilizzando il legno della tiratura precedente), Platone, san Giovanni Battista, Cristo con i simboli della Passione e la Natività. Queste due ultime xilografie, come vedremo tra breve, sono da considerarsi imitazioni del Maestro ES, testimonianza dell’ampia circolazione di modelli tedeschi in Italia.
Se per la figura di Platone il rimando è al testo del Barbieri, mentre al Centone virigiliano di Proba si riferiscono la Natività, san Giovanni Battista, Cristo con i simboli della Passione e naturalmente la figura della stessa Proba, le ventiquattro figure di Sibille e Profeti concernono tutte i Sybillarum et prophetarum de Christo vaticinia. L’accostamento di Sibille e Profeti ben si confà alla dottrina del tempo, impegnata ad armonizzare il cristianesimo con il pensiero ebraico e quello pagano. Ovvero, sia i Profeti che le Sibille annunciano la venuta del Cristo (cfr. anche Giordano Berti, Divine veggenti, in CHARTA n. 53, luglio-agosto 2001).
Una certa modernità è data però dal numero di Sibille, ben dodici, finora mai così numerose. Una copiosità probabilmente dovuta, come suggeriscono Fritz Saxl e Émile Male, all’esigenza di creare un parallelo numerico tra Sibille e Profeti. Quasi tutte le figure, incorniciate entro archi rinascimentali, sono raffigurate in piedi a tre quarti, statuarie; solo Re David – assiso in trono – e la Sibilla Cumana – inginocchiata davanti a un leggio, come in preghiera – hanno altre posture.
Quasi costanti gli accenni paesaggistici sullo sfondo, ma più che di paesaggio sarebbe meglio parlare di schegge di paesaggio, essendo questo sintetizzato per rapide quanto scarne linee, che formano ora spoglie colline, ora onde marine, ora accenni di vegetazione.
Caratterizzate da un buon disegno modestamente inciso, queste ventiquattro figure si discostano dalle altre per un carattere meno nordico, che sembra ricalcare, come ha giustamente notato Paola Guerrini, da esemplari donatelliani e mantegneschi, mentre Lorena dal Poz ipotizza modelli castagneschi, e in effetti, specie per quanto riguarda i panneggi delle Sibille, sembra esserci qualche rimando al ciclo di Andrea del Castagno realizzato a Villa Carducci a Legnaia (Firenze), nel quale compare tra l’altro una Sibilla Cumana.
Rispetto al secco tratto delle xilografie della prima tiratura, queste illustrazioni presentano inoltre dei tentativi di ombreggiatura a tratteggio, con risultati di talvolta accentuata plasticità, come nel caso della Sibilla Emeria, a tratti affine a esempi donatelliani. Tutte considerazioni che, nella loro opinabilità, spingono comunque a suggerire una quasi sicura origine italiana del loro autore. Discorso diverso per la figura di Proba, desunta come detto dalla prima tiratura, nonché per le scene della Natività e del Cristo con i simboli della Passione.
I modelli sono qui sicuramente nordici e, per quanto riguarda i due ultimi soggetti, essi sono con buona probabilità ispirati ad alcune xilografie del cosiddetto Maestro ES, orafo e incisore tedesco attivo nel 1420-1468 circa, autore di almeno 314 stampe, fra cui la celebre serie delle Grandi Carte da Gioco (1463). Il fatto che le raffigurazioni delle Sibille siano accompagnate da brevi descrizioni – vera novità rispetto ad autori che in precedenza si sono occupati di Sibille, come Lattanzio – del loro aspetto e dei loro attributi, ha spinto Émile Male a ipotizzare un utilizzo degli Opuscola da parte dei pittori, secondo un uso didascalico che troverà poi ampia fortuna nell’Iconologia di Cesare Ripa (1593).
La Sibilla Persia è ad esempio vestita veste aurea cum velo albo in capite [ … ], mentre la Sibilla Delfica è vestita veste nigra et capillis circumligatis capiti, in manu cornu tenens [ … ]. Alcuni esemplari della seconda tiratura degli Opuscola sono poi impreziositi da alcuni interventi che li rendono di fatto unici. Il caso più singolare è la copia ora alla Biblioteca Apostolica Vaticana (lnc. membr. IV. 29), in precedenza appartenuto a Francesco Gonzaga e poi al suo segretario Giovanni Pietro Arrivabene, del tutto identica alle altre, se non per il supporto utilizzato, la pergamena, e per l’apparato illustrativo, completamente miniato.
Le ragioni sono presto dette: da una parte il gusto di un pubblico che, per tradizione e non da ultimo elitarismo, preferiva ancora l’illustrazione miniata; dall’altra le tecniche di stampa che prevedevano ancora due distinte fasi, l’impressione del testo e l’impressione delle tavole. Una variante più a buon mercato di tali interventi è quella di far miniare la sola incipitaria iniziale e, nel bas-de-page della prima carta, il proprio stemma araldico; è questo il caso dell’esemplare degli Opuscola conservato al British Museum (segnatura IA 19262).
LA FORTUNA ICONOGRAFICA DEGLI OPUSCOLA DI FILIPPO BARBIERI
Come detto, gli Opuscola ebbero un buon successo editoriale e nel 1482 vennero riediti da Giorgio Herolt e Sisto Riessinger in un’edizione nuovamente illustrata, il cui corpus xilografico è stato interamente riprodotto da Margherita Giacalone e Mariarosa Mercadante (Gli incunaboli della Biblioteca Fardelliana, Trapani, Corrao 1998, tavv. I-XIII).
Sebbene il numero di xilografie sia in quest’ultima edizione minore – la decorazione è infatti limitata a dodici Sibille e alla figura di Proba – la loro qualità è indubbiamente superiore alle versioni precedenti: le figure hanno una plasticità molto più accentuata, quasi monumentale, e sia lo sfondo che la cornice ad arco rinascimentale che le inquadra sono elementi assai ricercati e studiati.
La fortuna degli Opuscola di Filippo Barbieri pubblicati dal De Lignamine non si esaurì solo in successive edizioni, che si protrassero anche nel corso del Cinquecento. Secondo Fritz Saxl dalle xilografie degli Opuscola derivano ad esempio gli affreschi dell’Appartamento Borgia. E come non dargli ragione, essendo i testi dei cartigli delle Sibille affrescate gli stessi che accompagnano le xilografie degli Opuscola?
Émile Male si spinge perfino oltre, attribuendo agli Opuscola il merito di aver diffuso il tema delle Sibille nell’arte rinascimentale italiana e francese: “le livre de Filippo Barbieri eut en ltalie un succès surprenant. Il fut publié en 1481; or, c’est précisément à partir de cette date que l’on voit les artistes italiens adopter le motif des douze Sibylles. On ne les rencontre nulle part avant 1481: à partir de 1481, elles se voient partout” (L’art religieux, cfr. bibliografia in fine).
E a ben vedere le principali raffigurazioni pittoriche dedicate a quest’iconografia sono tutte posteriori al 1481, anno in cui fu edito l’incunabolo di Filippo Barbieri; inoltre molte di esse sembrano seguire le indicazioni iconografiche contenute nel testo, oltre che riportare frammenti del testo stesso. Così le Sibille del Ghirlandaio a Santa Trinita (1485), quelle miniate da Attavante nel breviario di Mattia Corvino (1492), quelle in bronzo del Pollaiolo poste sulla tomba di Sisto IV (1493), quelle infine già nominate del Pinturicchio nell’appartamento Borgia, per citare solo gli esempi più noti.
L’autore ringrazia il personale della Biblioteca Civica di Rovereto, in particolar modo Fabio Bertolissi, Walter Manica e il direttore Gianmario Baldi.
BIBLIOGRAFIA SU FILIPPO BARBIERI E I TEMI TRATTATI
É. Male, L’art religieux de la fin du Moyen Àge en France, Paris, Colin 1922.
F. Saxl, L’appartamento Borgia, in La storia delle immagini, Bari, Laterza 1965, pp. 85-104.
L. Dal Poz, Decorazione miniata e xilografica negli incunaboli roveretani, in A. Gonzo e W. Manica, Gli incunaboli della Biblioteca Civica e dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, Trento, PAT 1996, pp. 31-44.
P. Guerrini, Le illustrazioni degli incunaboli romani, in S. Rossi e S. Valeri (a cura di), Le due Rome del Quattrocento. Melozzo, Antoniazzo e la cultura artistica del’400 romano, Roma, Lithos 1997, pp.193-202.
SCOPRI TUTTO SUL PROGETTO CHARTA, SPONSORED BY BUONVECCHIO!



