La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Emil Cioran. Il Tormento dell’Abisso

Antonio Castronuovo, originariamente edito in Charta, 179, pp. 48-53.

Era ancora adolescente quando Emil Cioran cominciò a leggere, divorando avidamente pagine, ghiotto di letterati e di filosofi. Un crudo elenco delle sue letture, a partire dagli anni liceali nella transilvana Sibiu (era nato nei pressi nel 1911), comprende Diderot, Balzac, Flaubert, Dostoevskij. Nel 1928 s’iscrisse a Bucarest a Lettere e Filosofia; colpito dall’insonnia, trascorreva ore sui filosofi: Kant, Fichte, Hegel, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Simmel, Weininger, Husserl.

Fu a Bucarest, al seguito di vivaci discussioni con altri giovani intellettuali alla Birreria Capsa, che cominciò a scrivere per Gândirea, la principale testata letteraria dell’epoca: i suoi articoli avevano l’impronta della Lebensphilosophie, una forte carica critica nei confronti della Ragione a vantaggio della Vita, il solo principio assunto come base di una possibile rigenerazione del mondo.

Nel 1932 si laureò con una tesi su Bergson e intanto leggeva i moralisti francesi, Baudelaire, Proust e Shakespeare, cui restò legato da sconfinata ammirazione. Fece anche letture gnostiche: Šestov, Berdjaev, come pure Leopardi, i mistici spagnoli, i cinici, gli scettici antichi e, tra i libri biblici, l’Ecclesiaste e Giobbe. Quando nel 1934 uscì il suo primo lavoro, Al culmine della disperazione, aveva già letto tutto, era un’intelligenza matura e al contempo lacerata da un’indefinibile sofferenza: il libro ottenne il primo premio dell’Accademia Reale per i giovani autori.

La strada era tracciata: la percorse in compagnia di tutti coloro – da Teognide a Beckett – che formulavano riserve sulla legittimità dell’esistenza.

Emil Cioran: dall’illusione alla decomposizione

In poco tempo la sua produzione si fece intensa: nel 1936 uscì Il libro delle illusioni e nel 1937 La trasfigurazione della Romania, opera politica in cui tentò di fornire i mezzi dottrinali per far rinascere una cultura minore. Ma prima ancora, fu Al culmine della disperazione l’opera che svelò d’un tratto l’orizzonte tematico su cui Emil Cioran preferiva stagliarsi: l’irreparabilità del dolore, la vita e le sue angosce, la morte e il nulla, il silenzio e l’insonnia, l’esilio e la musica, l’estasi e la malinconia.

Ma non era solo una questione di temi: il libro manifestava un timbro che di colpo trasformava un autore poco più che ventenne in uno scrittore dotato di stile limpido e originale, qualcosa che rendeva la sua prosa tesa ma non convulsa, un’impronta che cancellava ogni aroma libresco. Ancora: i paragrafi del volume preludono a quel genere aforistico da cui l’autore non si staccò più. Dire tutto in poche righe, ecco una vocazione che, quando sconfinò nel genere del saggio, si affidò alla medesima norma. Ora, l’espressione aforistica fa supporre una lucidità calma, incompatibile con le forme sistematiche che in fondo sminuiscono il significato: è l’antica questione dell’espressione breve, estranea alla convinzione che le idee possano essere articolate.

E nel mescolare laconicità e densità, Emil Cioran testimoniava di appartenere alla famiglia di Chamfort e di Lichtenberg. Nel 1937 vinse una borsa di studio dell’Istituto Francese di Bucarest e si recò a Parigi, dove si stabilì per sempre, e non fu il solo rumeno a fare questa scelta: altri esempi illustri sono Eugène Ionesco e Mircea Eliade. Quel che caratterizza Cioran è però la scelta dell’esilio linguistico, quel cambio della lingua madre che equivale a far sparire un’epoca della vita e, con essa, una parte di sé stessi.

Quando già era lontano dalla patria, corresse per corrispondenza in un piccolo albergo parigino le bozze di Lacrime e santi, libro che, uscito a Bucarest, enunciava una teoria drammatica: i mistici, non i filosofi, sono i migliori compagni di un viaggio – la vita – che oscilla tra l’estasi e l’orrore.

Molte le reazioni negative all’opera, ma Emil Cioran era già nell’aria irrinunciabile di Parigi: s’iscrisse alla Facoltà di Lettere della Sorbona, non per seguirne i corsi ma per usufruire della mensa dello studente e tenersi libero, intento che gli riuscì fin sotto i quarant’anni. Scrisse altri due libri in rumeno: Il crepuscolo dei pensieri uscì nel 1940 a Bucarest, mentre Breviario dei vinti, faticosamente redatto tra il 1940 e il 1945, restò inedito.

Fu a partire da quest’epoca che avviò l’operazione di sradicamento cominciando a scrivere in francese: furono gli anni della faticosa stesura del Sommario di decomposizione, pubblicato da Gallimard nel 1949. Da questo momento fu saldamente calato nella scena letteraria francese, anche se il libro fu ben accolto dalla critica ma non dal pubblico, che comincerà a coglierne la bellezza solo con un’edizione tascabile del 1965. Con questo libro il rumeno Emil Cioran, esule in Francia, rivelò d’un tratto la propria natura negativa e la maestria nell’impiego della nuova lingua.

La forma del Sommario è quella di una collezione di petits poèmes en prose che mescolano vitalismo e annullamento, ribellione e scetticismo; gli stessi che la modernità ha imparato a leggere nel Nietzsche della Gaia Scienza e di Aurora. E comunque, l’adozione del francese fu per lui un supplizio; ricordandosi della sensazione di quei tempi disse una volta che cambiare lingua è come scrivere una lettera d’amore con un dizionario.

Emil Cioran Riuscì a padroneggiare il nuovo idioma solo dopo immani sforzi; la prima versione del libro, intitolata Esercizi negativi, era stata scritta nel 1947 in un francese imperfetto: un amico gli disse senza mezzi termini che il libro non funzionava, e fu la fortuna di Emil Cioran riscriverlo quattro volte prima di approdare a Gallimard.

Lo stile che assunse una volta entrato nel francese fu quello che dà voce alla lucidità. Il suo testo è perspicuo, non reclama sforzo, non impone erudizione; è evangelico, non esoterico; è sereno, non patetico o sperimentale. Ed è il sereno, l’assenza del patetico, a spiegare l’abisso, meglio di quanto possa fare la scrittura che solleva il delirio. Il linguaggio di Cioran unisce nitore cartesiano a distruzione dei luoghi comuni, diffonde una sensazione di “nuovo” nonostante il francese sia lingua estenuata dal tempo.

Forse è la presenza di un fuoco transilvano, di una vitalità che risente del calore dei Carpazi, a fare del suo francese una miscela di barbarie e pallore, di vitalità e preziosismo.

Emil Cioran: il massacro della storia

La vita parigina di Emil Cioran si adagiò in alcune abitudini: la solitudine, l’ora pomeridiana al parco del Lussemburgo, la musica di Bach sull’organo di Saint-Séverin. Una biografia con pochi eventi e parecchia flânerie della scrittura.

Assunse ben presto la vita come qualcosa che gli era stato concesso “per cortesia” e rinunciò al possesso: i libri di cui si attorniò erano spesso presi in prestito da biblioteche. Restò nella convinzione che Parigi era la sola città al mondo dove si poteva essere poveri senza vergogna, la città ideale per essere un fallito. Abitò negli alberghetti economici del Quartiere Latino, per trasferirsi infine in una mansarda al quinto piano di Rue de l’Odéon 21, a due passi dall’omonimo teatro. Le sue pubblicazioni furono scandite da tempi abbastanza regolari: un libro ogni cinque anni, e quasi tutti da Gallimard.

Nel 1952 uscirono i Sillogismi dell’amarezza, raccolta di aforismi talmente corrosivi da preludere al macero nel quale poco dopo finirono invenduti. La tentazione di esistere uscì nel 1956 e presto diventò il libro preferito dall’autore; anche in questo caso la reazione pubblica fu alquanto tiepida, rovente invece quella della critica. Nel 1960 vide la luce Storia e utopia, bellissimo libro che svelava quanta inarrestabile forza liberticida possa scatenarsi da un sogno utopico da età dell’oro, sia esso collocato nel passato o nel futuro: un messaggio che esplose in un’epoca in cui il pensiero era totalmente rivolto al cosiddetto “impegno” e al flusso del “cambiamento reale” che stava avvenendo nella società.

La storia era per Emil Cioran un enorme massacro; grandi teorie e poi, quando si vanno a sfogliare le memorie di chi ha vissuto in prima persona gli eventi, emerge quanto crudo sia l’orrore, si coglie come quel che è bene per la storia è male per gli individui. Salutata favorevolmente dalla critica apparve nel 1964 La caduta nel tempo: l’autore dichiarò in un’intervista che le ultime sette pagine erano la cosa più seria che avesse mai scritto.

Era l’ultima perla di una collana di opere che finalmente destò un’autorevole attenzione critica, quella della scrittrice americana Susan Sontag, che nel 1967 pubblicò su una rivista il pionieristico saggio sullo scrittore francese: Pensare contro di sé: riflessioni su Emil Cioran. Nel 1969 Il funesto demiurgo chiarì il vincolo dell’autore con la tradizione del pensiero gnostico e non sembra un caso che pochi anni dopo il libro fosse censurato in Spagna con l’accusa di essere blasfemo e anticristiano.

Nel 1973 uscì L’inconveniente di essere nati e nel 1979 Squartamento, nel quale sono ribaditi i legami con il pensiero gnostico e orientale. Il libro fu accolto con entusiasmo e presto tradotto in italiano: sebbene non fosse la prima volta che Cioran veniva tradotto, fu questo il libro che fece deflagrare in Italia il suo caso. Grande clamore accolse nel 1986 gli Esercizi di ammirazione, una serie di ritratti di amate figure: Mircea Eliade, Guido Ceronetti, Jorge Luis Borges, Maria Zambrano, Roger Caillois, Henri Michaux.

Il successo era ormai stabile, quando nell’87 ecco Confessioni e anatemi, che in poche settimane vendette migliaia di copie. Da quel momento Cioran decise di non scrivere più e autorizzò solo la traduzione francese dei saggi giovanili in rumeno. Ricominciò a leggere seguendo il puro piacere, a partire dai libri che si erano accumulati: un saggio su Pascal, volumi di filosofia della storia e tante biografie. Da tempo era affetto dal morbo di Alzheimer e provato dall’insostenibile insonnia. Nel 1995 il morbo si fece improvvisamente più grave e lo demolì in poco tempo: morì a giugno in ospedale. Oggi, in Italia, è uno degli scrittori più letti.

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