La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Eleonora Olivetti, Fotografia!

Corrado Farina, originariamente edito in Charta, 126, pp. 78-81.

Le feste in casa sua non saranno state proprio come i ricevimenti del grande Gatsby a Long Island, ma se si pensa che quella era la Torino del 1960 e non l’America del 1920 il paragone diventa subito meno azzardato. Stiamo parlando di Eleonora Olivetti, nipote di Adriano e figlia di suo fratello Massimo (il quale Massimo fu una singolare figura di imprenditore e di studioso, presidente dell’azienda di Ivrea nel 1945-46 e morto prematuramente nel 1949, lasciando numerosi brevetti, progetti tecnici, scritti sul federalismo e un saggio di riforma dello Stato che suscitò un certo scalpore nei primi anni del dopoguerra).

Nata a Merano nel 1939, Eleonora Olivetti crebbe in un contesto familiare aperto a tutti gli stimoli politici e culturali della fine degli anni Quaranta, e mise a fuoco una sua visione laica e progressista del mondo sugli storici banchi del liceo Massimo D’Azeglio, dove non c’erano più professori come Augusto Monti e allievi come Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Massimo Mila e Giulio Einaudi ma altri compagni che si sarebbero comunque distinti in varî ambiti negli anni a venire.

Poi fu la volta della maturità, degli studi in scienze biologiche e delle feste di cui si diceva all’inizio, entrate nella storia degli annali torinesi per la dovizia dei liquori a disposizione e il variegato, occasionale parterre degli invitati (in una città in cui il “come nasce” era più importante del “che cosa fa”).

Alle feste e agli esami dell’università la ventenne Eleonora Olivetti inframmezzò alcuni comportamenti che rapportati all’epoca e al contesto sociale erano decisamente anticonformisti, per non dire provocatori: come quando accettò di fare un peraltro castissimo spogliarello in una sgangherata versione a passo ridotto del Ti ucciderò di Mickey Spillane; o quando partecipò a un ballo in maschera per il centenario dell’unità d’Italia in divisa da garibaldino, unica ragazza vestita da uomo in un tripudio di décolletés e di crinoline.

Per non parlare del suo incipiente amore per la fotografia, che è poi quello che legittima la sua presenza in queste pagine.

ELEONORA OLIVETTI, GLI OGGETTI VOLANTI

Proprietaria di una Nikon e di una Hasselblad professionali quando la maggior parte dei suoi coetanei possedevano tutt’al più delle oscure marche del formato Leica, la giovane Olivetti, pur non rifuggendo dall’utilizzare tali “potenti mezzi” per tradizionali foto ricordo, preferì anche in questo campo dedicarsi a iniziative anomale.

Per gli amici passoridottisti realizzò per esempio foto di scena e di lavorazione dei loro film, alcune delle quali arrivarono sulle copertine delle riviste specializzate, e incominciò poi a sperimentare le tecniche del fotomontaggio “alla Max Ernst”: una citazione legittima sia dal punto di vista tecnico (cioè con forbici e colla, poiché Photoshop era ancora per qualche decennio di là da venire) che da quello espressivo (con riferimento alla nota frase sull’incontro fra un ombrello e una macchina da cucire su un tavolo operatorio).

Ecco dunque i suoi bimbi su sfondi di stampe giapponesi, amici sdraiati su conchiglie o bottiglie di liquori giganti e così via. Sembrava poco più che un gioco, ma erano invece i primi passi lungo una strada che percorse anni dopo con occhio più maturo. Un’altra strada esplorata all’epoca fu quella degli “oggetti volanti”: che non erano, questa volta, frutto di fotomontaggi ma di infiniti tentativi di cogliere un oggetto al volo nell’istante preciso in cui, buttandolo in aria, la forza di gravità ne arrestava l’ascesa prima di riportarlo in basso.

Ecco dunque oggetti banali come un fiore, un bicchiere, un cavatappi, uno specchio, che volteggiavano nell’aria orbati della loro materialità e spiazzati dal loro contesto come la pipa di Magritte era spiazzata da una didascalia contraddittoria. E a questo punto diventa chiaro che il grande amore per Giotto o per Michelangelo non impediva a Eleonora Olivetti di sentirsi profondamente attratta dall’anarchica fantasia dei surrealisti.

Tutti questi esperimenti (o giochi?) l’accompagnarono sottotraccia per due decenni dedicati ad altro, un lavoro di ricercatrice in ambito universitario, un marito, una quadruplice maternità, una militanza attiva nella lotta contro la droga: fino alla fine degli anni Settanta, quando, cresciuti i figli e giunti a conclusione sia il lavoro che il matrimonio, Eleonora Olivetti poté disporre della sua vita a tempo pieno e decise di dedicarne alla fotografia più di quanto non avesse fatto fino allora.

ELEONORA OLIVETTI, MONTAGGI DI FANTASIA

Cedendo al fascino che esercitavano su di lei le culture diverse da quella occidentale fece numerosi viaggi in Medio ed Estremo Oriente, Israele, Siria, Iran, Nepal, Cambogia; li fece per lo più “in solitaria”, spingendosi fuori dalle rotte turistiche e con un bagaglio composto quasi esclusivamente di corpi-macchina e di obiettivi, oltre che di un vistoso paio di occhiali da sole e di un cappello a tesa larga da cui fuoriusciva una lunga treccia di capelli biondi.

In questi viaggi realizzò dei reportages bellissimi, che raccontavano a chi non era mai stato in quei paesi non solo la geografia dei luoghi ma anche i colori, i sapori, la musicalità e l’anima dei loro abitanti. Tale risultato le bastò per qualche anno, ma poi dovette sembrarle inadeguato: mèmore degli esperimenti che aveva fatto venti o trent’anni prima, diede nuovamente di piglio alle forbici e incominciò a ritagliare le sue fotografie per ricomporle secondo la logica dei surrealisti. Si limitò dapprima a costruire paesaggi fantastici che sfidavano le leggi dello spazio, della prospettiva e del buon senso.

Dei Fantastic Landscapes, per usare il titolo di una sua mostra al Museum of Photography di Tel Hai, nel nord della Galilea, il cui curatore, parlando di Eleonora Olivetti, scrisse: “Il suo mondo è un luogo colorato, eccitante e misterioso. Lei non fa nessuna distinzione fra i suoi panorami interiori e quelli che sono davanti all’obiettivo della sua macchina fotografica; il suo lavoro è frutto di questa fusione”.

Ecco allora che le rovine di Palmira proiettano sul cielo un’ombra impossibile; la scala di un santuario di Jaipur sale verso il firmamento; vestigia di un antico insediamento tunisino si annidano nella sabbia del deserto come in un buco di talpa; le scalinate e i parapetti dei palazzi di Persepolis violentano le prospettive come in un’incisione di Escher; e via ritagliando, sovrapponendo, cercando ciò che può esistere solo in un mondo dominato dalle leggi dell’estetica e della fantasia e non da quelle della ragione.

Poi, quando neppure questo le fu più sufficiente, fu la volta del rimontaggio di stampe antiche (tanto per ritornare a Ernst, avete presente Une semaine de bonté?) con o senza la presenza di fotografie di esseri umani scattate in Oriente. Dall’abbinamento dei colori fotografici e del bianconero delle stampe ricavò contrasti di grande suggestione, come nei collages di una moltitudine di donne orientali e velate (ma tutte girate di schiena, quindi ridotte a macchie di colori squillanti) che guardano in distanza una Torre di Babele: un edificio simbolo della difficoltà di comunicare fra popoli diversi, tema che le stava a cuore fin dai tempi della sua attività di ricercatrice all’Istituto di Genetica Medica.

La Torre di Babele fu protagonista di un vero e proprio ciclo fotografico dal titolo “(Con)fusione”, come lo furono, anni dopo, i “Labirinti” (nuovi collages di antiche stampe) e i “Telegiornali”: fotografie dedicate alla guerra e alla violenza, scattate allo schermo televisivo e poi rielaborate al computer, divise in capitoli i cui titoli sono altrettante grida di indignazione e di ribellione (Come morire, La tortura, Verso la distruzione, Come per gioco). Un’operazione eccentrica e personalissima, ammirevole nelle intenzioni anche se discontinua nei risultati.

ELEONORA OLIVETTI, ETICA ED IRONIA

Contemporaneamente, Eleonora Olivetti andava esplorando un continente molto più vicino ma anche più insidioso: quello dei fotografi italiani ed europei, dove incontrò professionisti seri, appassionati sinceri e saprofiti bravi soprattutto a sfruttare il lavoro degli altri. Come spesso succede, le regole del gioco erano spesso in mano a quest’ultima categoria di persone, e poiché non era tipo da accettare compromessi e da tacere le sue opinioni, fece sì alcune mostre, ottenendo critiche lusinghiere, ma non decollò mai verso l’empireo dei fotografi di grande fama, come dimostra anche la scarsità di notizie che si possono trovare su di lei.

La sua lucidità di giudizio, il senso dell’ironia e un rigore vagamente calvinista che la rendevano sempre più aliena rispetto al mondo in cui viveva, fecero sì che i suoi rapporti professionali, oltre a quelli personali e affettivi, restassero circoscritti alla cerchia sempre più ristretta di coloro che sentiva vicini ai suoi malesseri esistenziali e ai suoi codici etici.

Possiamo anche aggiungere alle sue opinioni politiche, poiché non nascose mai la sua avversione a personaggi come Silvio Berlusconi, che giudicava estremamente perniciosi per il nostro Paese: tanto da impegnarsi a raccogliere nel 1994, tra gli amici fotografi, una serie di scatti dedicati alla campagna elettorale di quell’anno, confluiti poi in una mostra e in un piccolo ma significativo catalogo.

Il tono generale dell’operazione è dato proprio da un suo collage in cui il faccione del Cavaliere incombe su un circolo di case riprese dal basso, come un minaccioso Grande Fratello orwelliano. Com’è noto, questa sua convinzione non fu condivisa dalla maggioranza degli italiani, e la cosa amareggiò non poco i suoi ultimi anni. La morte la colse all’improvviso nella primavera del 2010, impedendole di portare a termine un nuovo ciclo fotografico dedicato alle “Isole immaginarie”.

Questo articolo è probabilmente il primo che venga dedicato alla sua vita e alla sua opera complessiva: valga come minuscola pietra d’angolo di un piccolo o grande edificio che consenta di darle tardivamente il posto che le spetta nella storia della fotografia della seconda metà del Novecento. L’autore e CHARTA ringraziano Lorenzo Avico e Carolina, Gregorio, Corinna e Jessica Cappa per la collaborazione.

ELEONORA OLIVETTI, PER SAPERNE DI PIÙ

Eleonora Olivetti, Per un collezionista di libri antichi, cartella, Torino 1991

Eleonora Olivetti, Fantastic Landscapes, The Museum of Photography, Tel-Hai (Israele), sd (anni Novanta)

Massimo Olivetti, Per vivere meglio – Proposta per un sistema economico-sociale (a cura di Carlo Ossola), Bollati Boringhieri, Torino 1994

E. Olivetti e G. Scimé (a cura di), Immagini per una campagna elettorale, Edizioni del Museo Ken Damy, Brescia 1995

Eleonora Olivetti, 1991-2006 (I Telegiornali), stampato privatamente in otto copie numerate e firmate, Torino 2007 81

SCOPRI TUTTO SUL PROGETTO CHARTA, SPONSORED BY BUONVECCHIO!

I TAG DELL'ARTICOLO:

SPONSORED BY

Il Progetto Charta intende mantenere viva quella che è stata la più importante rivista italiana dedicata al Collezionismo e al Libro Antico e Raro, digitalizzando e mettendo a disposizione gratuitamente tutto il pubblicato della splendida avventura editoriale di Vittoria de Buzzacarinis.

I materiali sono stati messi a nostra disposizione dagli eredi di Vittoria ed il Progetto Charta è curato a spese di BUONVECCHIO.
Il sito è in fase di costruzione per cui perdonateci eventuali bug, errori e malfunzionamenti!

AMICI DI CHARTA