La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Edizioni introvabili del ‘900

Pasquale Di Palmo, originariamente edito in Cucina di Charta, 161 e 162.

Da qualche anno a questa parte, nonostante la crisi economica, il settore dell’antiquariato librario sta conoscendo un notevole incremento di interesse, palesandosi attraverso una serie di iniziative (aste, mostre, mercati, cataloghi di librerie) tese a mettere in luce come il libro costituisca non solo un oggetto che va giudicato in virtù di diversi fattori (oltre al contenuto non si può prescindere da grafica, tiratura, rarità di un singolo titolo che sono, per il collezionista, elementi fondamentali della sua ricerca) ma può diventare perfino un investimento.

EDIZIONI INTROVABILI MODERNE

È il caso di opere particolarmente rare e ricercate, vere edizioni introvabili, si pensi ad alcuni volumi dei futuristi quali le due celebri litolatte o il “libro imbullonato” di Depero. Si tratta di libri-oggetto che anticipano le sperimentazioni che verranno approntate, dagli anni Sessanta in poi, da alcuni esponenti della neo-avanguardia o della poesia visiva (si pensi, ad esempio, ai casi di Adriano Spatola o di quello straordinario outsider delle nostre lettere che era Emilio Villa, la cui bibliografia è di una complessità disarmante a causa dell’esiguità delle tirature delle sue opere).

Si propone per i lettori di Charta un piccolo campionario di quindici testi esemplari – che sarà pubblicato in due parti in questo e nel prossimo numero della rivista – di prime edizioni che sono particolarmente richieste sul mercato antiquario. Spesso si tratta di opere che hanno segnato la storia letteraria del nostro passato come Gli indifferenti di Moravia o i Canti Orfici di Campana, ma la scelta ha privilegiato anche testi minori, se non addirittura sconfessati dai loro autori, come nei casi riguardanti Resine di Sbarbaro e Vita di Pisto di Bilenchi, di cui parleremo nel prossimo numero.

Il criterio dunque non riguarda soltanto la qualità di certe opere o il loro valore in ambito storiografico, bensì l’assoluta rarità di titoli che sembrano idealmente contrapporsi alla serialità con la quale l’industria di stampo tecnologico allestisce prodotti sempre più anonimi e artefatti. Cominciamo a prenderne in esame qualcuna di queste edizioni introvabili del Novecento:

Edizioni Introvabili 1. Camillo Sbarbaro, Resine, Genova, Stabilimento d’Arti Grafiche Caimo & C., 1911
È paradossale che uno dei titoli più ricercati dai collezionisti sia un volumetto sconfessato da Camillo Sbarbaro, uno dei più appartati e, al tempo stesso, significativi poeti italiani del Novecento. Si tratta di Resine, esordio poetico dell’autore ligure, stampato nel 1911 dallo Stabilimento d’Arti Grafiche Caimo & C. di Genova.

In realtà la figura schiva di Sbarbaro, autore di varie raccolte tra cui Pianissimo e Trucioli, edite rispettivamente dalla Libreria della Voce nel 1914 e da Vallecchi nel 1920, non è adeguatamente rappresentata da questo esile libriccino di 48 pagine, contenente una manciata di poesie dal tono adolescenziale e ancora acerbo. Il libro, il cui titolo originario era Bolle di sapone, venne stampato grazie ad una sottoscrizione dei compagni di liceo dell’autore, tra cui Angelo Barile.

In copertina campeggia un’incisione di Giuseppe Giglioli, tesa a descrivere la poesia inaugurale della raccolta, intitolata Il pino (“Si torce il pin rachitico” si legge nell’incipit). La tiratura non è indicata ma deve essere stata estremamente bassa se già nel 1920 Eugenio Montale, recensendo Trucioli, definiva il libretto d’esordio di Sbarbaro praticamente introvabile. L’uscita della plaquette procurò al poeta “l’ebbrezza, passando per il Corso, di sbirciare il suo nome bene in vista nella vetrina del maggior libraio”.

Si tratta di uno dei libri più rari e ricercati di tutto il Novecento, con valutazioni superiori ai 10 mila euro. E pensare che la fattura del tipografo fu di 140 lire mentre il ricavo di Sbarbaro ammontò a 16 lire!

Edizioni Introvabili 2. Fortunato Depero, Depero futurista, Milano, Edizione Italiana Dinamo Azari [Rovereto, Tipografia della Dinamo: “Mercurio”], 1927
Fortunato Depero era un singolare artista che riuscì ad applicare le rivoluzionarie teorie futuriste al mondo della pubblicità, del design, della grafica. Progettò oggetti e manifesti, mobili e tessuti, tra cui un coloratissimo panciotto per Marinetti. Il “libro imbullonato”, uno dei titoli più rappresentativi del movimento futurista, non poteva che essere realizzato da questo artista poliedrico e imprevedibile.

Il volume, tirato in 1000 copie, ha la particolarità di essere tenuto insieme da due grossi bulloni. Precisano Gambetti e Vezzosi, nel loro indispensabile manuale Rarità bibliografiche del Novecento italiano (Edizioni Sylvestre Bonnard, 2007) che è “probabilmente il prodotto tipografico più prezioso del Novecento italiano, le cui rare copie disponibili sul mercato sono abitualmente battute dalle maggiori case d’aste mondiali, spesso tra le opere d’arte più che tra i libri”, con valutazioni intorno ai 20 mila euro.

L’impaginazione è altrettanto eclettica, con lettere di vari formati e frasi che scorrono in molteplici direzioni. Il testo è impresso su diversi tipi di carta dagli svariati colori. La sovraccopertina esiste in quattro tonalità di colore differente, con la quarta che presenta una dicitura diversa: “Omaggio della Ditta Davide Campari Milano” o “lire 85 nette sconto decr. 1927”. Il “libro imbullonato” è un compendio dei progetti e degli esperimenti di Depero, con molte illustrazioni e fotografie, oltre a testi e manifesti risalenti al periodo 1913-1927.

Scrive Ralph Jentsch: “Depero futurista viene considerato uno dei capolavori dell’avanguardia nel campo dei libri-oggetto. Esso utilizza tutte le innovazioni futuriste: effetti tipografici, l’uso di inchiostri colorati e carte decorate, e la geniale idea della rilegatura ‘della dinamo’, che assimila il libro alla macchina”.

Edizioni Introvabili 3. Dino Campana, Canti Orfici, Marradi, Tipografia F. Ravagli, 1914
Dino Campana si può considerare autore di un unico libro, quei Canti Orfici stampati presso un oscuro tipografo di Marradi, paesino sperduto dell’Appennino tosco-romagnolo, nel luglio del 1914, dopo che Papini e Soffici persero il manoscritto originale dell’opera, intitolata Il più lungo giorno, ritrovato casualmente nel 1971 dalla figlia di Soffici tra le carte appartenute al padre.

Campana riscrisse il testo in base a una serie di appunti approntati per la stesura primitiva, cambiando sia il titolo sia la forma. Fu una fortuna perché adesso che possediamo entrambe le versioni ci accorgiamo che la definitiva è di gran lunga la migliore. Tutto sembra ruotare in funzione di quella pubblicazione dal tono dimesso, senza alcun vezzo tipografico, “modesta, umile, francescana” come ebbe a definirla Federico Ravagli, messa in vendita al prezzo di lire 2,50 e che adesso vale una piccola fortuna sul mercato antiquario: un buon esemplare si aggira intorno ai 10.000 euro.

Definiti dallo stesso Campana in una lettera indirizzata a Emilio Cecchi “la giustificazione della mia vita”, i Canti Orfici uscirono presso la tipografia di Bruno Ravagli in una tiratura che, come da contratto, doveva essere di mille copie, anche se, con ogni probabilità, gli esemplari stampati si aggirano intorno ai cinquecento.

Con l’entrata in guerra dell’Italia, Campana cercò con ogni mezzo di cancellare la dedica a Guglielmo II e il sottotitolo Die Tragödie des letzen Germanen in Italien (che figura anche in quarta di copertina) arrivando a strappare le pagine compromettenti o incollando apposite striscioline di carta nei punti critici, in quanto la polizia si stava interessando al suo caso.

Vassalli annota al riguardo: “È così che, con ogni probabilità, è nata la più stupida e la più insistita tra le molte leggende relative ai Canti Orfici: quella della vendita selettiva del libro, senza le pagine di cui l’acquirente non veniva ritenuto degno”.

Edizioni Introvabili 4. Ardengo Soffici, Bïf§Zf + 18 Simultaneità Chimismi lirici, Firenze, Libreria della Voce, 1915
Il 1915 è un anno particolarmente fecondo per Ardengo Soffici. Oltre al Giornale di bordo esce, sempre per la Libreria della Voce, una raccolta di poesie in cui le sperimentazioni dei futuristi trovano l’ideale terreno in cui manifestarsi: Bïf§Zf + 18 Simultaneità e Chimismi lirici.

Il libro, con quell’apertura di titolo impronunciabile, deformata in seguito in Bizzeffe, si presenta con il formato di un album e denota la profonda attenzione riservata da Soffici, come d’altronde da tutti i futuristi, alle potenzialità che il lavoro di stampa presuppone, tanto che Carlo Martini rileva come i “tipografi impazziscono per comporre certe pagine discole di Soffici”. Il libro, che presenta in copertina un collage dello stesso autore, non di rado impreziosito da interventi manuali acquarellati, è stampato in 300 esemplari nella tipografia fiorentina di Attilio Vallecchi che, di lì a qualche anno, diverrà a tutti gli effetti editore.

La raccolta è divisa in due lunghe sezioni, intitolate rispettivamente Simultaneità e Chimismi lirici. Entrambe risentono di uno stile sperimentale, anche se la seconda presenta una maggiore aderenza al modello futurista rappresentato da tavole parolibere e da parole in libertà. Claudia Salaris afferma che, con questo libro, “Soffici offre uno dei più alti saggi di poesia futurista tra versi liberi ispirati al simultaneismo e un paroliberismo dato come alchimia lirica che giunge alla distruzione del senso logico, con interessantissimi interventi tipografici, quasi dadaisti, e calligrammi”.

Gran parte della tiratura rimase invenduta nei magazzini di Vallecchi e venne distrutta dall’alluvione fiorentina del 1966. Secondo Gambetti e Vezzosi “le copie rimaste sono poco più di una decina”, con valutazioni superiori ai 20 mila euro.

Edizioni Introvabili 5. Giuseppe Ungaretti, Il Porto Sepolto, Udine, Stabilimento Tipografico Friulano, 1916
Dopo aver pubblicato alcune poesie sulle riviste “Lacerba”, “La Voce” e “Diana”, il giovane Giuseppe Ungaretti licenzia la raccolta Il Porto Sepolto, come si evince da questa sua nota: “Il Porto Sepolto fu stampato a Udine nel 1916, in edizione di 80 esemplari a cura di Ettore Serra. La colpa fu tutta sua.

A dire il vero, quei foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute… – sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico”.

Com’è risaputo, i versicoli del Porto Sepolto raccolgono il diario della dolorosa esperienza di Ungaretti come soldato semplice del 19° fanteria sul Carso, con esiti tra i più rappresentativi della stessa lirica novecentesca. Serra, tenente appassionato di poesia, pubblica la raccolta dopo aver fatto la conoscenza a Versa di quel fante dal “fare trasandato e disattento” che si godeva un “po’ di sole, come una lucertola”.

Lo stesso Serra aggiunge: “Quando Ungaretti vide il primo esemplare del libro, nitido e parco, esultò di gioia: né più lo vidi poi contento come quel giorno”. Il Porto Sepolto è un volumetto scarno e disadorno, privo di alcun vezzo tipografico, che fa pendant con l’altra plaquette di Ungaretti, La Guerre, contenente versi scritti in francese, stampata nel 1919 dagli Établissements Lux di Parigi in 80 copie firmate dall’autore. Nonostante l’aspetto dimesso, entrambe le raccolte, rarissime, hanno una quotazione che si aggira intorno ai 25 mila euro.

Edizioni Introvabili 6. Ottone Rosai, Il libro di un teppista, Firenze, Vallecchi, 1919
Arruolato nel reparto dei granatieri, il pittore Ottone Rosai racconta nel Libro di un teppista le vicissitudini che hanno contrassegnato la sua esperienza al fronte, le sue inquietudini derivate da una guerra dai risvolti imprevedibili, la sua rabbia per i cosiddetti “imboscati” che si permettono di fare la morale a chi va a morire in trincea senza una parola di conforto.

Il volume, pubblicato dall’amico Attilio Vallecchi nel 1919, presenta una copertina che può risultare fuorviante rispetto al contenuto del libro e che per il suo indiscutibile fascino si può considerare, a tutti gli effetti, come una delle più riuscite (se non in assoluto la più bella) del Novecento. Basterebbe confrontare questo disegno “sbilenco”, tipico dell’autodidatta, con le rese grafiche delle copertine dei libri futuristi per rendersi conto della profonda differenza che caratterizza l’opera di Rosai rispetto alle sperimentazioni dei sodali di Marinetti.

Nonostante avesse aderito al movimento futurista, sotto l’influsso degli amici fiorentini che facevano capo a “Lacerba” (in particolare Soffici), il pittore toscano non si può considerare un esponente “ortodosso” dello stesso movimento. I disegni di quel periodo, ispirati al mondo della guerra, testimoniano una sensibilità lontana anni luce rispetto a ciò che affascina i futuristi, al mito della velocità e delle macchine. Sembrano le opere di un idiota, di uno sprovveduto, molto distanti dalla retorica nazionalista che domina le composizioni dei futuristi.

Non è un caso che Sandro Dorna parlasse, a proposito del disegno di copertina del Libro di un teppista, di “una tecnica che oggi definiremmo graffitista”. Volume abbastanza raro, che ha quotazioni superiori ai 1000 euro.

Edizioni Introvabili 7. Alberto Moravia, Gli indifferenti, Milano, Edizioni Alpes, 1929 (CFR. anche l’articolo di Lucio Gambetti in CHARTA, 118)
Gli indifferenti è il libro d’esordio di Alberto Moravia (pseudonimo di Alberto Pincherle), romanzo destinato ad avere una fortuna critica non comune, influenzando persino la narrativa di Sartre e degli esistenzialisti francesi. Eppure il giovane Moravia per pubblicarlo dovette pagarsi le spese di stampa.

Dopo essere stato rifiutato dalle edizioni “900”, il romanzo, composto tra il 1925 e il 1928, venne accettato dall’allora direttore della casa editrice Alpes, Cesare Giardini. Dopo la correzione delle bozze, all’autore arrivò una lettera dello stesso Giardini in cui si faceva presente che la casa editrice non era più in grado di sobbarcarsi le spese di stampa. Fu il padre a prestare al giovane narratore le 5000 lire necessarie per la pubblicazione. Il libro uscì in una tiratura di 1000 copie, con un’illustrazione in copertina di Ubaldo Cosimo Veneziani.

Esistono anche 26 esemplari contrassegnati con le lettere dell’alfabeto e con una diversa copertina, contenente un fregio. Gli indifferenti conobbe subito un inaspettato successo, tanto da essere ristampato a più riprese: nel 1929 furono allestite infatti una seconda e una terza edizione (senza più la copertina illustrata ma con l’indicazione del titolo in rosso), nel 1930 una quarta. Le prime 1000 copie del romanzo hanno quotazioni superiori ai 1000 euro. Ah, dimenticavo! Il romanziere restituì al padre le 5000 lire ricevute in prestito.

Procediamo con la nostra esplorazione tra le edizioni rare del Novecento iniziata nel numero 161 di Charta. Qualche studioso ha rilevato l’aspetto feticistico insito in questo spirito di ricerca, dimenticando che solo grazie a un manipolo di avveduti collezionisti sono state tramandate copie di libri che sembravano definitivamente perduti.

Per quanto tempo si è dato per scontato che il manoscritto originale della Saison en enfer di Rimbaud fosse irrimediabilmente scomparso, salvo accorgersi che un arzillo collezionista di 97 anni, Jacques Guérin, aveva deciso di metterlo all’asta nel 1998, per motivi meramente anagrafici? Ancora oggi ci si interroga se certe edizioni originali siano davvero esistite o siano frutto della fantasia di qualche buontempone.

Valga per tutti l’esempio del romanzo La vita agra di Luciano Bianciardi, pubblicato da Rizzoli nel 1962, ma di cui si favoleggia che esista una coeva edizione-fantasma stampata in piccola tiratura da Bompiani e mandata al macero a causa di una vertenza legale. Per molto tempo si dubitò dell’esistenza anche del Vade-mecum del perfetto fascista di Leo Longanesi, dato alle stampe nel 1926 dall’editore Vallecchi che, dopo la caduta del regime, si premurò di distruggere i relativi fondi di magazzino.

Vi sono poi autori che, per una sorta di snobistica civetteria, pubblicarono libri in pochissime copie, anche se nessuno uguaglierà il caso di Giuseppe Vannicola che fece tirare la plaquette intitolata La redenzione di Kundry in un unico esemplare. L’anno? Probabilmente il 1907. È stato necessario, unicamente per motivi di spazio, escludere dalla nostra lista di 15 testi esemplari, una serie di titoli universalmente conosciuti e molto ricercati dai collezionisti.

Come i due libri d’esordio di Italo Svevo, Una vita e Senilità, pubblicati dalla Libreria Editrice Ettore Vram rispettivamente nel 1892 e nel 1898, o Se questo è un uomo di Primo Levi, originariamente apparso per l’editore Da Silva nel 1947, dopo che Einaudi per ben due volte lo aveva rifiutato (il libro diventerà in seguito uno dei titoli più prestigiosi della casa editrice torinese). Concludiamo la nostra ricerca con i seguenti otto titoli:

Edizioni Introvabili 8. Eugenio Montale, Ossi di seppia, Torino, Gobetti Editore, 1925
I collezionisti si contendono, a suon di quattrini, non solo le prime edizioni di Eugenio Montale, ma anche le successive ristampe, spesso apparse in tiratura limitata e con caratteristiche diverse rispetto alla lezione precedente. Appare sintomatica la pubblicazione degli Ossi di seppia, usciti originariamente per l’editore Gobetti di Torino nel 1925.

Si tratta di una ricercatissima brochure, con una copertina in cui è presente un marchio editoriale realizzato da Felice Casorati. Inutilmente Montale cercò di far modificare la grafica del libro. L’edizione fu stampata in 1000 esemplari circa, oltre ad una tiratura, non indicata, su carta pregiata. Il libro costava 6 lire e l’autore provvide alle spese di stampa prenotando 240 copie.

Molto si è favoleggiato da parte degli addetti ai lavori intorno ai rapporti instauratisi tra il poeta e Piero Gobetti ma una delle versioni più attendibili l’ha forse data Giulio Nascimbeni: “Fu quasi certamente Sergio Solmi a parlare per primo a Gobetti della possibilità di stampare gli Ossi. Ma il dattiloscritto fu portato a Torino, alla sede del ‘Baretti’ in via XX Settembre, da Cesare Vico Lodovici. […] La passione intensa e bruciante di Gobetti per la politica non gli lasciava molto tempo per essere un lettore aggiornato di poesia.

Aveva, anzi, limitando il discorso alla sola letteratura, un gusto ancora confuso. Per lui la letteratura acquistava un senso solo nel rapporto con la politica, per far da rinforzo a un disegno politico. Sarebbe quindi cedere a una inutile agiografia se si dicesse che fu ‘folgorato’ dalla rivelazione della poesia di Montale. Da buon editore, accettò di pubblicare gli Ossi perché si fidava del giudizio di un lettore acuto come Solmi”.

Il titolo originario della raccolta doveva essere Rottami. La tiratura di 1000 copie ha quotazioni superiori ai 10 mila euro.

Edizioni Introvabili 9. Romano Bilenchi, Vita di Pisto, Torino, Edizioni del Selvaggio, 1931.
Spesso i libri più ricercati dai collezionisti riguardano testi che sono stati rifiutati, dopo la pubblicazione, dai loro stessi autori. È il caso di Vita di Pisto e Cronache dell’Italia meschina ovvero Storia dei socialisti di Colle (Vallecchi, 1933), i due libri d’esordio dello scrittore toscano Romano Bilenchi. Si trattava, in questo caso, di scelte operate da opportunità di matrice politica, in quanto il futuro autore di Il gelo faceva parte di quella frangia di intellettuali che avevano incautamente creduto di ravvisare nel fascismo una qualche analogia con il bolscevismo.

Questi sedicenti “fascisti di sinistra” non disdegnavano una dialettica suffragata da scazzottate e manganellate varie. Tra questi intellettuali figura anche Mino Maccari, a cui si debbono le illustrazioni di alcuni tra i più bei libri novecenteschi, come ad esempio Artemisia di Anna Banti (Sansoni, 1947) e Bestie del 900 di Aldo Palazzeschi (Vallecchi, 1951). Maccari era il factotum della rivista “Il Selvaggio”, dalla cui costola nacquero alcuni libriccini, tra cui Vita di Pisto, in cui Bilenchi ricostruisce da par suo la vicenda del nonno garibaldino.

Al libro, stampato in sole 200 copie, era allegata una fascetta editoriale, realizzata dallo stesso Maccari, in cui si attribuivano allo stesso vendite mirabolanti negli Stati Uniti: “Questo libro è andato a ruba nel Massachussets: trenta edizioni in poche settimane, crisi di gabinetto e sommosse”. Peccato non esistesse nemmeno una traduzione per un simile exploit! Passato alla sponda politica opposta, Bilenchi si premurò di distruggere le copie restanti, facendo diventare quel volumetto di cui si vergognava uno dei più rari del Novecento, con quotazioni superiori ai 1500 euro.

Edizioni Introvabili 10. Filippo Tommaso Marinetti, Parole in libertà futuriste tattili termiche olfattive, Roma, Edizioni Futuriste di Poesia, 1932.
Esistono due litolatte del periodo futurista, libri che, anziché essere stampati su carta, vennero impressi su fogli metallici. Si tratta dell’Anguria lirica (lungo poema passionale) di Tullio D’Albisola, con illustrazioni di Bruno Munari, pubblicata nel 1934 dalle Edizioni Futuriste di Poesia in 101 copie, di cui 50 fuori commercio ed una riservata a Benito Mussolini, e di Parole in libertà futuriste tattili termiche olfattive dell’indiscusso capostipite del futurismo: Filippo Tommaso Marinetti.

L’impaginazione e la grafica del volume furono affidate allo stesso D’Albisola. Il libro, contenente nove poesie di Marinetti, è composto da 15 fogli di latta (compresa la copertina) che ruotano sul tamburo che costituisce il dorso. Il libro è stampato in 100 copie non numerate, oltre ad una riservata all’autore stampata su carta, con copertina in pelle e legata con cinque bulloni

Giampiero Mughini, nel suo volume intitolato La collezione (Einaudi, 2009), osserva: “Ero senza fiato. Eccolo nelle mie mani il libro che reputavo irraggiungibile. Finalmente lo sfoglio e lo tasto, ed è la prima volta in vita mia. Un esemplare non perfetto, ma è pressoché impossibile trovare un esemplare perfetto della litolatta. È un materiale che nel tempo si piega, scolora, si arrugginisce. Le pagine di latta premono l’una sull’altra a fare danni reciproci”.

Se qualcuno ne trovasse copia in casa, magari ereditata da qualche avo che in gioventù simpatizzava con i futuristi, sappia che un esemplare della litolatta ha valutazioni che si aggirano tra i 40 mila e i 50 mila euro. Auguri!


Edizioni Introvabili 11. Leonardo Sinisgalli, 18 poesie, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1936
L’esordio poetico di Leonardo Sinisgalli viene fatto coincidere con la pubblicazione delle 18 poesie che rappresentano il primo volumetto edito da Giovanni Scheiwiller nella celebre collana “All’insegna del Pesce d’Oro”. Il nome di questa collana deriva da quello di una trattoria toscana che si trovava a Milano in via Pattari, presso il Verziere, come indicato da Vanni Scheiwiller, figlio di Giovanni e continuatore dell’attività editoriale dello stesso dal 1952 al 1999, anno della sua prematura scomparsa:

“La celebre insegna del ‘Pesce d’Oro’ ha un’origine conviviale: nel 1925 Giovanni Scheiwiller insieme a un gruppo di amici, tra cui Sinisgalli, Cantatore, Quasimodo, Solmi, Carrieri, Melotti, decise di iniziare una nuova collana minuscola, che prese il nome dalla trattoria toscana ‘All’insegna del Pesce d’Oro’ presso la quale si riunivano”.
Il libriccino, dalla copertina rossa, fu stampato in 227 esemplari numerati.

Il formato minuscolo (9,5 × 7,5 cm), che diventerà uno dei tratti distintivi della collana, era dovuto al fatto che la carta era razionata e si doveva fare economia. Non è un caso che Eugenio Montale, in un’intervista concessa a Mario Minuscoli – il cui cognome sembra attagliarsi perfettamente all’argomento trattato – paragonasse i libretti scheiwilleriani, per il loro formato lillipuziano, ai “francobolli”, alle “farfalle”.

Le 18 poesie, nonostante la loro esiguità, conobbero una fortuna critica davvero considerevole, tanto da interessare poeti e critici del calibro di Ungaretti e Giuseppe De Robertis. Valutazioni dai 350 ai 500 euro.

Edizioni Introvabili 12. Umberto Saba, Uccelli, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1950
Il collezionista più incallito non ha vita facile con Umberto Saba. Soprattutto nei primi decenni della sua attività il poeta triestino pubblicò infatti titoli con tirature così basse da arrivare a stampare le plaquette L’uomo (1926) e Tre poesie alla mia balia (1929) rispettivamente in 25 e 30 esemplari fuori commercio.

La raccolta Uccelli, prima di essere accolta nella prestigiosa collana mondadoriana “Lo Specchio”, venne originariamente pubblicata dalle Edizioni dello Zibaldone che facevano capo a una singolare figura di scrittrice e operatrice culturale triestina: Anita Pittoni. L’edizione di Uccelli, impreziosita da un ritratto a matita dell’autore eseguito da Vittorio Bolaffio, ha una tiratura di 350 copie numerate, tutte firmate dal poeta, con quotazioni che vanno dai 350 ai 500 euro.

La stessa Pittoni riporta, in Caro Saba (Biblioteca Civica di Trieste, 1983), divertenti aneddoti intorno alla genesi e alla pubblicazione di questo volumetto. Saba infatti, dopo aver “ingolosito” la Pittoni proponendole di includere qualche suo scritto inedito, dapprima si ritirò, poi pretese come compenso 35 mila lire per undici poesie, peraltro già pubblicate in un numero della rivista “Botteghe Oscure”.

La testimonianza della Pittoni termina in questo modo: “Quando venne a firmare i 350 esemplari, seduto davanti al mio lungo tavolo di lavoro, lo guardavo con tenerezza. Stavo accanto a lui in piedi per preparargli di volta in volta il libro aperto da firmare. A un dato punto Saba si volge, alza il viso verso di me, mi guarda con quei suoi occhi di cielo e mi chiede con voce dolorosa:

‘Ti sa cossa che significa questa riga soto la firma?’ Per le mie modeste cognizioni di grafologia quella riga dritta, ferma, significava sicurezza di sé, ma risposi: ‘No, Saba, no so. Cossa vol dir…?’ Rispose, ed era il lamento di un fanciullo: ‘Vol dir… bisògno de apògio…’, e continuò paziente a firmare. Caro Saba! come non volergli bene!”.

Edizioni Introvabili 13. Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, Venezia, Neri Pozza, 1951
Se qualcuno ha intenzione di cercare l’edizione originale del primo libro di Goffredo Parise si armi di molta pazienza, soprattutto se aspira a trovarla corredata dalla fragile sovraccoperta, riproducente al verso e al recto due spaccati di ville palladiane, e il dépliant allegato, in cui l’editore prende le distanze da “storture ed errori” presenti nell’opera.

L’autore, che quando iniziò a lavorare al romanzo era poco più di un coetaneo del protagonista, “ha rifiutato di farlo con l’ostinazione spavalda di chi ha davanti una vita e si ripromette di trarre da questa nuove esperienze ed opere. Così il romanzo è rimasto tale e quale era nato e oggi si pubblica: frutto dolorosamente di un grande talento”, vi si legge. È paradossale considerare come il primo romanzo di Parise, stampato in mille copie, pur non avendo all’epoca nessun riscontro sul piano commerciale, sia considerato adesso uno dei titoli più contesi del Novecento, con valutazioni che si aggirano intorno ai cinquecento euro.

Lo stesso Neri Pozza ricordava il totale insuccesso di vendite del volume: “Non ci fu un lettore, al di sopra della giovinezza, che dicesse una parola di consenso. Pari29 se era, per i suoi venticinque lettori, ‘matto da legare’”. Ma, sul versante critico, bisogna segnalare i lusinghieri apprezzamenti rivolti al romanzo da critici d’eccezione come Geno Pampaloni, Enrico Falqui e, soprattutto, Giuseppe Prezzolini che dal suo esilio statunitense si adoperò per farlo tradurre presso il prestigioso editore Farrar, Straus & Young di New York nel 1953.

Parise probabilmente rivide in seguito la sua posizione se, nelle successive ristampe del romanzo effettuate da Feltrinelli ed Einaudi, lo rimaneggiò a più riprese, dando credito, anche se tardivamente, ai suggerimenti del suo lungimirante primo editore.

Edizioni Introvabili 14. Silvio D’Arzo, Casa d’altri, Firenze, Sansoni, 1953
Se avete fortuna potete trovare il capolavoro di D’Arzo, definito da Eugenio Montale “un racconto perfetto”, a poco più di duecento euro. Ne vale la pena, è uno dei libri più belli del “secolo breve”. Casa d’altri ebbe una travagliata vicenda editoriale.

Il suo autore, Ezio Comparoni, nato a Reggio Emilia nel 1920 da padre ignoto, adoperò vari pseudonimi per firmare i suoi scritti, il più celebre dei quali è Silvio D’Arzo. Lo scrittore lavorò assiduamente a questo testo, allestendone diverse stesure, tese a descrivere, in maniera asciutta ed essenziale, le vicissitudini di Zelinda e del prete che dovrebbe dissuaderla dai suoi propositi di suicidio, manifestando in cuor suo una sorta di inspiegabile rapporto di attrazione e repulsione nei confronti di quella vecchia e della sua “vita da capra”.

Considerato uno dei capolavori del nostro Novecento, fu rifiutato da alcuni degli editori più importanti dell’epoca (Einaudi, Bompiani, Vallecchi), con motivazioni a dir poco sconcertanti, come quella inviata dalla redazione einaudiana al narratore: “[…] è un’esile novella, di gracile respiro, di vitalità molto tenue”.

Lo stesso Enrico Vallecchi, che aveva pubblicato nel 1942 il romanzo All’insegna del Buon Corsiero, non se la sentì di ricavarne un libro che sarebbe andato “incontro alla indifferenza del pubblico, ed all’insuccesso”. Giudizi miopi e imbarazzanti, tesi a svilire un’opera adamantina, senza sbavature, dove i personaggi si muovono in un ambiente arido, ostile, in una sorta di paesaggio rarefatto e sospeso, dominato da un cielo che pesa come una metafisica cappa d’inquietudine.

Nonostante la sollecitudine dimostrata da Emilio Cecchi nel considerare il racconto con “un tono, una serietà, una delicata asperità, che vanno benissimo” e la pervicacia con la quale il medesimo autore lo propose per la pubblicazione, Casa d’altri uscì in volume soltanto nel 1953, per i tipi di Sansoni, sesto titolo della collana “Biblioteca di Paragone”, con una splendida linoleografia in sovraccoperta di Mino Maccari. Lo scrittore non fu in grado di apprezzarlo: era stato stroncato da una leucemia qualche mese prima.

Edizioni Introvabili 14. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1958
Nel secondo dopoguerra, con l’avvento dell’alfabetizzazione di massa, le tirature dei libri conobbero un notevole incremento. I più importanti editori (Mondadori, Rizzoli, Bompiani) si contendevano gli scrittori a suon di contratti a più zeri. Diversa sorte ebbe l’autore del romanzo Il gattopardo, pubblicato da Feltrinelli dopo essere stato rifiutato da Vittorini per la collana “I gettoni” di Einaudi.

Per il nobile Tomasi di Lampedusa quel rifiuto divenne una sorta di ulteriore accanimento contro le sue ambizioni letterarie, visto che anche la Mondadori aveva declinato la sua proposta di pubblicazione. Il manoscritto del romanzo, dopo la morte dell’autore siciliano, fu inviato da Elena Croce a Giorgio Bassani che lo pubblicò nella collana da lui diretta per Feltrinelli “I contemporanei”, anteponendo al testo una sua prefazione.

La prima edizione, stampata in 2000 esemplari il 25 ottobre 1958 (rara da trovarsi, con quotazioni che oscillano dai 1500 ai 2500 euro), ma messa in commercio a dicembre dello stesso anno, si esaurì nel giro di qualche giorno, tanto che Feltrinelli fu costretto ad approntare subito una ristampa di 4000 copie. Nei primi tre anni il libro vendette complessivamente 400 mila copie, diventando uno dei primi best-seller italiani.

L’anno precedente Feltrinelli era riuscito nell’intento di dare alle stampe, dopo una complessa vicenda editoriale, anche la prima edizione mondiale del romanzo che consentì a Pasternak di vincere il Premio Nobel, poi non ritirato:Il dottor Živago. Ma questa è un’altra storia…

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