La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Autografi di Giuseppe Garibaldi e Famiglia!

Anna Rita Guaitoli, originariamente edito in Charta, 129, pp. 42-47.

Giuseppe Garibaldi, di professione agricoltore. Così si definisce nella scheda del censimento del 1871 Giuseppe Garibaldi. Delle sue eroiche imprese nei “due mondi” sappiamo tutto. Del suo amore per la natura e gli animali, molto meno. “Proteggere gli animali contro la crudeltà degli uomini, dar loro da mangiare se hanno fame, da bere se hanno sete […] questa è la più bella virtù del forte”. E siccome sempre uomo di azione è, fonda nel 1871 la “Regia società protettrice degli animali”.

Poco sappiamo anche della sua ricca, ma eterogenea e disordinata, raccolta di libri: nella catalogazione dei beni sono stati inseriti 2382 titoli di libri sicuramente appartenuti a Giuseppe Garibaldi perché editi prima del giugno 1882. Nella biblioteca – da poco riaperta e riorganizzata – sono conservati testi in diverse lingue: Giuseppe Garibaldi ne parlava ben cinque perché oltre all’italiano e al francese, parlava lo spagnolo e il portoghese; i suoi biografi sostengono che parlasse anche un ottimo tedesco. Per sua ammissione non conosceva l’inglese: se ne dispiaceva, ma le grammatiche conservate nella sua libreria risultano tutte intatte.

La presenza di atlanti, libri di viaggi, testi di argomento militare, discorsi di politici, certo non sorprendono; così non meraviglia la presenza di libri di storia; o di opere di ispirazione anticlericale, per un massone quale era. Forse nemmeno la presenza di libri di matematica stupisce, dal momento che questo giramondo con vocazione marinara (lo troviamo iscritto nel registro dei mozzi già nel 1821, a soli quattordici anni) quando ebbe necessità stringenti di sopravvivenza, soprattutto in America Latina, per brevi periodi insegnò aritmetica. Nemmeno sorprende trovare il libro della celebre “infermiera” Florence Nightingale, conosciuta a Londra nel 1864.

Più curioso, già, trovare libri di astronomia: un vero hobby nell’ultima parte della sua vita, questo, per cui aveva fatto costruire un piccolo capanno quale osservatorio. Ma per un eroe considerato semplice e poco acculturato (fu lui a raccontare nelle memorie di essere stato amico più del divertimento che dello studio) già colpiscono i volumi sulle rovine di Pompei ed Ercolano (sempre nelle sue memorie ricorda che proprio, e solo, gli studi su Roma antica lo avevano interessato); ma sono i libri di filosofia, di pedagogia, e le 666 opere di diversi autori fra i quali Tasso, Foscolo, Villani, Ariosto, Alighieri, che certo non ci saremmo aspettati nella biblioteca del Generale.

Ricordiamo ancora, per rispetto dell’incipit, che nell’inventario redatto dal notaio Raimondo Altea ci sono anche libri sull’agricoltura e l’allevamento. Compresi quelli da Giuseppe Garibaldi scritti (e con tante figure) proprio per stimolare la realizzazione della nuova economia di Caprera: progetto che realizzò impiantando nell’isola vigneti, oliveti, alberi da frutto; importando nuove piante; e allevando bestiame e costruendo un apiario.

Dà così l’avvio a una vera azienda capace di assicurare autosufficienza alla piccola comunità. E Michail Bakunin, quando nel 1864 andò a trovare Giuseppe Garibaldi, trovò, stupito, persone che “lavoravano i campi in giacca di tela dal colletto aperto e camicia rossa, o macinavano il grano, o riposavano stesi sulle rocce in pose pittoresche”.

GIUSEPPE GARIBALDI RISOLUTEZZA INFLESSIBILE

Queste informazioni-curiosità come si accordano con quanto sappiamo dell’eroe, amato da donne e onorato da uomini, capito dagli umili e apprezzato dagli intellettuali? Si conferma l’icona dell’immaginario che resiste a ogni celebrazione e a ogni tentativo di appropriazione indebita? Il testimone grafico ci può aiutare a capire chi fosse veramente? Sì: almeno in parte e se ci liberiamo del ritratto più oleografico.

In quasi tutti i documenti autografi di Giuseppe Garibaldi la scrittura evidenzia (nella forza della direzione, nella flessibilità del gesto che traccia con sicurezza le verticali e che si appoggia sui tratti discendenti, nella tenuta del rigo, nella presenza costante di angoli) la forte vitalità così come la tenacia dell’uomo. Il movimento, peraltro, è sostenuto ma non eccessivo, almeno nella maggior parte delle lettere:

ovvio che nei documenti meno ufficiali il movimento si faccia più trascinante e la forma diventi più strapazzata – e talvolta più personale – senza però penalizzare la leggibilità. Proprio la scelta formale leggibile, e in genere un po’ elementare, interagendo con gli elementi grafici sopra descritti, è testimonianza della chiarezza dei progetti che saranno perseguiti con risolutezza.

Questa “semplicità” di forma, in verità, è stata associata a una semplicità di pensiero e a scarsa cultura: il che, come si evince analizzando l’inventario della biblioteca, proprio tale non doveva essere. Del resto, se, accanto alla chiarezza, si pone l’accento sulla conduzione sostenuta che tende a legare le lettere, su alcuni gesti rapidi e abili (le n, per esempio), su un tratto fino di larghezza, non pesante, ma nutrito e compatto nella trama, sulla buona organizzazione spaziale: si potranno rilevare indici importanti di capacità di logica supportate dalla capacità di analisi (frequenti anche le lettere staccate in modo dinamico, tale da non interrompere il flusso del movimento) e collegate all’efficacia sul piano della realizzazione.

In effetti, nella omogeneità sostanziale del quadro grafico appare la forza della motivazione che spinge a trovare coesione tra pensiero e azione: fosse quella militare, fosse quella dell’impresa agricola. Logica e coerenza possono diventare (angoli, aste rette, ma anche asta della t che tende a curvarsi sulla sinistra, direzione inclinata con una certa rigidità) inflessibili (di “risolutezza inflessibile”, lo giudicava George Sand), così da prendere posizioni ferme, talvolta irremovibili.

Certo questo non facilita l’ascolto degli altri. La sua affettività, nel tracciato sostanzialmente non pretenzioso, di calibro medio-piccolo, con buona larghezza tra lettere, con gesto di base curvo, con una morbida tenuta del rigo, si mostra in realtà spontanea e non prevaricante (“generoso” e “dolce” è l’altra parte del giudizio della Sand). Però esigente, questo sì (inclinata un po’ rigidamente, angoli alla base delle lettere curve). Giuseppe Garibaldi: personalità risoluta, oltre che autorevole, appare tutt’altro che umile come traspare da certa letteratura retorica (molte le lettere che si alzano sopra le altre, in particolare – quasi gesto-tipo – le s che sovrastano anche gli allunghi alti).

Sempre alla ricerca della sua coerenza, ancora sì. Con una forte etica, altrettanto. Con una salda autostima, anche. Ciò che facilmente si può constatare è quanto la grafia assertiva, sostanzialmente sobria, con qualche gesto di arricchimento, rimanga tale attraverso il tempo garantendo, nella uniformità di stile, la coerenza dell’uomo: nella sua essenzialità, e, appunto, nell’amor proprio esibito con un po’ di indulgenza.

Peraltro: forza realizzatrice, saldezza della personalità, una affettuosità che chiede, sono caratteristiche confermate dalla famosa firma: l’andamento riprende la inclinazione che va verso gli altri anche per affermare una sua volontà; diverse le g che nella firma si caratterizzano per una parte superiore molto importante e per il trattino finale che termina con brusca decisione appena sotto il rigo: tutti elementi che individuano l’uomo che sa decidere e che ha certezze da mostrare.

L’ondina è elemento rafforzativo e dimostrativo di una fiducia in sé che permette di indulgere a tenerezze senza preoccupazione di dover cedere. Nemmeno la malattia (e una malattia come l’artrite deformante già grave nel 1869 quando lo scrittore polacco Jozef Kraszewski lo vede: “Sta a letto da più di un mese, le mani sono rattrappite dalla paralisi […] le gambe gonfie”) farà perdere alla scrittura la costanza della direzione, la organizzazione delle masse grafiche sul foglio.

Ne è testimonianza importante quell’aggiunta al testamento del luglio 1881: il ductus avanza con difficoltà, la forma si fa stentata, ma il gesto risponde alla forza morale dell’uomo. La autorità del tracciato si conferma anche quando (nel telegramma da Caprera per un codicillo testamentario), la forma va dissolvendosi. Lucido e coerente sino alla fine Giuseppe Garibaldi darà indicazioni testamentarie precise, tanto da indicare anche il tipo di legna per la cremazione: “Il ginepro resinoso, il lentisco profumato, il mirto sacro…”. Ma non sarà esaudito. A opporsi, soprattutto, i figli più grandi, quelli avuti da Anita, Menotti e Ricciotti.

MENOTTI, IL FIGLIO DI GIUSEPPE GARIBALDI DOLCE E GENEROSO

Giuseppe Garibaldi di figli ne ebbe otto, complessivamente; alcuni morti presto. I più piccoli, Manlio e Clelia, ebbero come madre la giovanissima Francesca Armosino cui il generale – lei ventenne – si legò prossimo ai sessant’anni: e Clelia scriverà un libro di memorie carico di tenerezza per quel padre anziano ma tanto vitale, e dolce. Sono però i due nati da Anita i figli maschi cui più si lega il cognome Garibaldi.

Il primo nacque il 16 settembre 1840 in un campo militare nella Repubblica brasiliana di Rio Grande do Sul. Chiamato Menotti in memoria del patriota modenese giustiziato nel 1831, visse in un clima di eroiche imprese, di oggettive difficoltà, di situazioni quasi drammatiche. Quando, nel 1847, la madre andrà a Nizza precedendo il marito che voleva combattere in Italia, viene affidato prima alla nonna e poi iscritto al locale collegio nazionale. Primogenito, maschio: si possono immaginare le aspettative del padre nei confronti di questo figlio cui cercò di dare le sue regole, i suoi ideali.

E Menotti combatte, poco più che adolescente, insieme al padre: ventenne, lo troviamo nell’impresa di Aspromonte a comandare un gruppo d’Artiglieria. Fu l’artefice della vittoria nella battaglia di Bezzecca meritandosi la medaglia d’oro al Valor Militare. Incapperà poi nello scandalo della Banca romana e si indebiterà, nonostante l’aiuto di Giuseppe Garibaldi che contribuisce con parte del dono nazionale per progetti di rinnovamento agricolo.

Bello, con i tratti che ricordano la madre, lo si dice dolce nel carattere, intelligente. Ma quale autonomia ha potuto sviluppare un ragazzo con tale padre? Menotti non fa che confermare nei diversi ambiti di azione il legame suo forte con l’eroe: compreso l’amore per l’agricoltura e la campagna. Fonda la “Cantina sperimentale del vino di Velletri” e riesce a far finanziare dal governo una vasta tenuta dell’Agro Romano (come sopra accennato) divenendo un apprezzato imprenditore agricolo. Per la tenuta di Carano, quasi una “nuova Caprera”, Menotti si indebita, ma fa: vi crea scuole, presidi sanitari, persino chiese, lui che era stato scomunicato per aver acquistato la terra del Capitolato di San Pietro.

È, questo, il luogo che bonifica liberandolo dalla malaria; e di malaria morì, casualmente trovandosi a Roma, nel 1903. Dimenticato dai più, viene ricordato solo dai ladri che nell’aprile dello scorso anno ne hanno profanato la tomba (che Menotti volle in quella terra amata vicino Latina) chissà cosa sperando. E poi, il legame con la imponente figura paterna si conferma, oltre che nelle imprese militari, oltre che nell’amore per la terra, anche con la “ondina” sotto la firma. Nel complesso, la grafia inclinata di Menotti, seppure in genere più grande di calibro, sembra molto somigliare a quella del padre (anche nella p maiuscola).

In realtà ci sono diversità di cui alcune – diversità di spaziature, diversità tra la larghezza tra lettere, diversità di spessore del tratto – visibili a tutti. Sì, ci sono anche gli angoli: ma nascono spesso da difficoltà di gesto che crea piccoli spasmi. C’è una sufficiente tensione che permette la tenuta del rigo, ma la conduzione tende improvvisamente ad allentarsi per poi irrigidirsi: per esempio nelle torsioni accentuate delle aste delle t o nella pressione che risulta fortemente disomogenea. Ci sono alcuni legami più abili, ma troppe lettere hanno forme incerte. Lo hanno descritto, si diceva, dolce: e appare una natura anche generosa nella scrittura che si allarga.

Importante l’impegno: anzi, questo sembra essere il tratto della personalità con più evidenza messo in luce dal tracciato grafico. Ma è impegno vissuto da una natura fortemente emotiva e con un ingombrante senso del dovere, quale Menotti era. Tracce di questo sforzo continuo per restare in accordo con tali esigenze sono visibili nel tratto che perde di elasticità per poi irrigidirsi nello sforzo successivo di reazione.

RICCIOTTI, IL FIGLIO DI GIUSEPPE GARIBALDI SFORTUNATO E MALDESTRO

Sette anni dividono Menotti da Ricciotti. Nella loro formazione sono anni che pesano. Ricciotti (anche lui con il nome di un mazziniano, Nicola Ricciotti, fucilato con i fratelli Bandiera il 25 luglio 1844) ha pochi mesi quando inizia l’avventura italiana del padre. Si affeziona a nonna Rosa, cui viene lasciato quando Anita segue Giuseppe Garibaldi in Italia, e quella muore quando lui ha cinque anni. Un incidente lo farà restare claudicante, situazione che si aggraverà per una ferita ricevuta in Francia nel 1871.

Menotti è stato, e come, vicino al padre anche nella lotta; Ricciotti avrà piccoli incarichi militari, di secondo piano. Obbligato a studiare, lo fa malvolentieri. Parla bene l’inglese anche grazie agli anni vissuti con la grande amica del padre Emma Roberts: e in Inghilterra il padre lo invierà per missioni diplomatiche;

con lui sarà nel viaggio del 1864, rimasto famoso per il bagno di folla e il fanatismo di massa che sancì il mito di Giuseppe Garibaldi (più di mezzo milione di persone a Trafalgar Square; cameriere dell’albergo che si impadroniscono dei capelli rimasti nel pettine e li vendono; pacchettini di capelli legati da nastrini venduti dal segretario a dame che li piativano con lettere profumate: “penoso spettacolo di imbecillità”, scriverà Marx).

Sfortunato e maldestro, Ricciotti: si serve del nome che porta per farsi strada nel mondo romano degli affari e delle speculazioni, soprattutto edilizie; si invischia, così, tra il 1871 e il 1874, in pesanti situazioni debitorie; è costretto a emigrare per sette anni in Australia con il solo conforto, tenero, costante, concreto della moglie. Continuerà, poi, a progettare improbabili piani rivoluzionari internazionali, e dal 1893 sarà ancora obbligato (quasi un confino) a risiedere nella casa di campagna che aveva costruito a Riofreddo. Con molta disinvoltura partecipa a iniziative demagogiche che nell’ultima parte della vita si colorano di nazionalismo.

Nel 1907 perde la causa aperta contro Francesca Armosino e i figli; non potrà ottenere nemmeno l’ambita sepoltura nel piccolo cimitero della “Casa Bianca”, dichiarato chiuso, scomparsa Francesca, nel 1923: pochi mesi prima della sua morte. La scrittura di Ricciotti appare, rispetto a quella di Giuseppe Garibaldi e di Menotti, più originale e più articolata nel ritmo di dimensione e nell’oscillazione degli assi delle lettere. Negli scritti degli anni Sessanta- Settanta, la grafia è piccola e più curata nell’espressione formale, ancora inclinata sulla destra.

Da subito, l’accuratezza che non è monotona, il rilievo del gesto che si rafforza sui discendenti per alleggerirsi sugli ascendenti, danno espressione a una personalità che ha curiosità intellettiva e flessibilità di pensiero. Ben presto, però, mentre la direzione degli assi diventa più oscillante, il tratto si ingorga, la conduzione del gesto si fa più stentata: tutti elementi che ci parlano di come la sua curiosità sia diventata inquietudine pronta a diventare agitazione interna; che può sfociare in rabbia, o in litigiosità.

Col passare degli anni, poi, la scrittura si slabbra e perde forza, riuscendo con fatica a mantenere le larghezze e la direzione del rigo. C’è una instabilità generale che sembra rispondere alla difficoltà di organizzare con progetti concreti la sua vita. Con il solito giudizio chiaro e la sincerità rude, il padre, in una lettera a Depretis del 24 aprile 1869, aveva stigmatizzato come Ricciotti possedesse “molto genio, nessuna volontà di lavorare”.

F. Engels ne aveva colto gli aspetti contradditori definendolo “un giovanotto assai intelligente, […] dotato più di buona volontà che di chiarezza”. In effetti, a livello storico, sappiamo che inquieto com’è, non riesce a portare a compimento né studi né progetti. Con il tempo, poi, i suoi piani diventano, come si è accennato, sempre più velleitari; la disinvoltura con cui sfrutta il proprio cognome appare sempre più sfacciata. A lui, a testimoniare il legame con il padre, non rimarrà che l’ondina.

Torniamo a Giuseppe Garibaldi. In questi giorni incerti ci piace ricordarlo, quando, deformato dall’artrite, ebbe la forza di lasciare Caprera e a 72 anni (aprile 1879) partecipare a un raduno di democratici che pensavano il futuro: suffragio universale, repubblica… Viene chiamata la “Lega della democrazia”. Il manifesto così iniziava: “Oggi come mai la Democrazia è un valore di primo ordine fra i valori costituenti la nazione, è una potenza con cui quelle minorità, di buon grado o di mala voglia, hanno da fare i conti…”.

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