Francesco Rapazzini, originariamente edito in Charta, 116, pp. 78-83.
Una litania d’ingiurie apre e c’immerge immediatamente in un’opera incredibile per la sua forza evocatrice e per la sua crudezza: “Puttana, carogna, letame, porcheria…”. Un’opera che l’autore ha scritto alla Liberazione francese durante i sanguinosi regolamenti di conti che seguirono un’Occupazione nazista delle più opprimenti e spaventose. La Femme tondue, la donna rapata, è il suo titolo e si riferisce a tutte quelle donne che, ree d’aver avuto delle relazioni con i tedeschi, vennero punite sulle piazze pubbliche dove rasoi e forbici in azione le resero prima calve e poi esposte al ludibrio se non alla violenza della folla.
ANTON PRINNER O ANNA PRINNER
Scritto nel febbraio del 1945, questo corto testo a forma di dialogo, si trasforma, pagina dopo pagina, in un atto d’acccusa non della donna rapata, ma di tutto il genere umano: “Ricordati, Umanità, che sono la tua opera, sei tu che mi hai forgiata alla tua immagine. – dice la donna tosata ai suoi aguzzini – Che la mia vista faccia gemere coloro che mi incontreranno”. La Femme tondue è firmato Prinner, Anton Prinner. Uno scrittore, quindi.
Dettaglio: si faceva passare per uno scrittore, per un uomo, ma Anton Prinner, venuto al mondo a Budapest il 31 dicembre 1902, nacque in realtà come Anna. Anna Prinner. Sua madre fu un’allieva di Franz Liszt, suo padre, un esperto contabile e gran giocatore alla roulette, si dannò tutta la vita alla ricerca di un sistema scientifico per vincere milioni sul tappeto verde. Vi perse invece tutta la fortuna familiare. Anna aveva tre fratelli, William, detto Vili, che diventerà un pittore, Stéphane, un compositore e Zoltan.
Bella ragazza dai lunghi capelli biondi e un sorriso radioso, Anna Prinner si era iscritta alle Belle Arti di Budapest attorno al 1920 – la sua prima tela, La piccola cieca, porta come data 1919. All’Accademia frequenta i corsi di János Vaszary, un artista impregnato dal movimento modernista – aveva studiato a Parigi – e di Gyula Rudnay, lui, invece, piuttosto ancorato all’arte classica. I suoi compagni di studi la chiamano di già “La Strana” e Anna diventa amica di un giovane artista dalla faccia tagliata con l’accetta: Arpad Szenes.
Budapest vive allora degli anni bui. Alla tetra rivoluzione di Béla Kun, che aveva instaurato nel 1919 una repubblica dei Soviet ispirata a Lenin, aveva succeduto l’ammiraglio Miklós Horthy de Nagybánya alla testa di un regime autoritario profascista. Al terrore rosso si era così sostituito il terrore bianco. Nel 1926 il Museo delle Belle Arti di Budapest organizza un’importante esposizione, I grandi maestri contemporanei e per un errore inspiegabile due tele di Anna, non ancora Anton Prinner, si ritrovano appese ai suoi muri.
Un successo. Lei si inebria di gloria ma Rudnay, il suo professore, taglia corto alla sua euforia: “Solo quando sarai un uomo – le dice infatti – potrai considerarti un artista. Non prima”. All’epoca i corsi alle Belle Arti di Budapest separano ancora i ragazzi dalle ragazze e solo ai primi si presta del talento.
DOVE COMINCIA LA LEGGENDA
“Parto per Parigi”, annuncia Anna alla sua famiglia una sera a tavola. Suo padre non si stupisce più di tanto e decide di insegnarle qualche parola in francese. “Avez vous une chambre à louer?”, avete una camera in affitto?, e “S’il vous plaît”, per favore, sono i suoi primi rudimenti nella lingua di Molière. “E soprattutto – la previene ancora papà Prinner – non tirare la catena dei gabinetti prima di essere pronta a saltar fuori, altrimenti una cascata del Niagara si abbatterà suoi tuoi piedi”.
Qualche giorno più tardi Anna può ritirare il suo passaporto nuovo fiammante alla Prefettura e vedere scritto sotto alla sua foto che il suo naso, la sua bocca e le sue orecchie sono normali. “Per una volta, vengo dichiarata normale”, si compiace Anna la Strana. Poi salta sul treno e, munita dei necessari lasciapassare, attraversa l’Austria, la Svizzera e infine sbarca a Parigi, alla Gare de l’Est. Sono le sei di sera di un giorno della fine 1927. Piove.
Lei non lo sa ancora, ma non vedrà mai più né il suo paese natale, né suo padre, né sua madre e neppure i suoi fratelli. La sua vera vita d’artista, in questo giorno uggioso può infine cominciare per davvero. La sua vita o la sua leggenda?
Mistificatrice lo è sempre stata. A chi la conosceva bene, raccontava infatti che era partita da Budapest come Anna e che era scesa dal treno a Parigi come Anton. Non è vero. I primi tempi nella capitale francese, quando abita in un alberghetto da quattro soldi accanto al Pont Neuf, quando gira per la città morta di fame domandandosi perché ci sia venuta, è ancora una ragazza. E da ragazza è assunta in una fabbrica di statue religiose che fornisce le boutique della place Saint Sulpice.
La sua mansione consiste nel disegnare ciglia e sopracciglia ai santi e alle madonne. Si annoia da morire. Arpas Szenes, l’amico dell’Accademia, abita a Parigi dal 1924 e i due compagni che si sono ritrovati in terra straniera decidono di mettersi in società per diventare caricaturisti. E realizzare così ritratti agli americani nei locali di Montmartre. Per due anni Prinner frequenta così i cabaret notturni alla ricerca di ricchi signori in vena d’umorismo.
Con una grande cartelletta sottobraccio e una buona dose di faccia tosta, Anna arriva a imporsi all’agguerrita concorrenza di tutti quegli altri illustratori e disegnatori che invadono ogni sera, e fino a notte fonda, i posti più o meno alla moda della capitale proponendo il loro tratto e i loro colori.
Di giorno, invece, diventa disciplinata e segue i corsi di disegno alla celebre scuola della Grande Chaumière a Montparnasse, dove si avvvicendano maestri quali Bourdelle e Zadkine. È soltanto a partire dai primi anni Trenta che Anna assume un’identità maschile: a far scattare la molla è stato forse il fatto che Arpad si sia sposato con la pittrice portoghese Maria Elena Vieira da Silva mettendo così fine alla loro collaborazione notturna? Comunque sia, Anna smette di truccarsi, si taglia i capelli corti, si piazza in testa un baschetto, indossa una camicia bianca, dei larghi pantaloni marinari e una giacca senza collo.
Fuma sigaretta su sigaretta se non addirittura la pipa, bestemmia come un pescivendolo e si azzuffa appena l’occasione si presenta. Diventa, insomma, Anton Prinner. Certo, non è la prima donna ad aver cambiato identità, citiamo solo due sue contemporanee, la fotografa surrealista Claude Cahun e la scultrice olandese Fano Messan, nata anche lei nel 1902.
Se Colette e la sua amante, prima di loro, adoravano travestirsi da uomo, le loro forme femminili non ingannavano però nessuno: Anton Prinner, invece, non ha seno, non ha fianchi e il suo viso angoloso pare quello di un brutto uomo. La sua arte si è evoluta sensibilmente da quando è arrivata a Parigi. Le avanguardie montparnassiane l’hanno evidentemente influenzata. Le opere suprematiste dei suoi debutti hanno lasciato il posto a un’estetica costruttivista.
ANTON PRINNER: L’ESPERIENZA NAZISTA
È a quest’epoca che Anton Prinner varca la soglia dell’Accademia di Stanley William Hayter, il celebre “Atelier 17” della rue Campagne-Première. Hayter, un giovane londinese, aveva fondato il suo atelier nel 1928 con lo scopo preciso di ricercare tutte le forme innovatrici nel campo dell’incisione. Da lui si lavora, ci si scambiano le idee e le esperienze, senza alcuna gerarchia: debuttanti e professionisti, maestri e allievi, sono tutti quanti considerati allo stesso livello. Nell’Atelier 17 ci si imbatte in Giacometti e in Ernst, in Miró, in Tanguy, in Szenes e in tutta la banda dei surrealisti.
“Nulla è più caro dell’incisione. – dirà Anton Prinner trent’anni più tardi in una prefazione a una sua mostra – Non potevo più comperare le mie lastre di rame. È allora che spinto dal bisogno d’espri – mermi in linee in bianco e nero, inventai una tecnica d’incisone gratuita”. Tecnica che lei stessa battezza papyrogravure: su un foglio di carta Anton incolla la matrice in rilievo formata con del cartone tagliato, dello spago, dei piccoli oggetti in metallo; ricopre poi il tutto con della vernice prima del passaggio sotto al rullo. Il risultato è a dir poco stupefacente. Prinner ne esegue diversi a fondo nero che ricordano in maniera inequivocabile le foto solarizzate di Man Ray e Lee Miller.
Éclaires del 1934, Étoiles, cercles, Étoiles fibrilles, Anneaux et Squelette, tutti datati 1935, presentano forme geometriche e astratte come fossero le sculture in equilibrio di Alexander Calder. Nel 1937 una ragazza diciottenne si unisce alla diaspora ungherese a Parigi frequentata abitualmente da Anton Prinner. Il suo nome è Mária Peterdi: tra Prinner, allora trentaquattrenne e la giovane Mária scocca il colpo di fulmine.
Le due donne si installano immediatamente insieme e mentre Mária segue i corsi alla scuola di egittologia del Louvre, Anton si avvicina all’universo dell’Antico Egitto, un mondo, per lei, ancora inesplorato. E se da un lato la sua arte – nel frattempo Prinner si era data anche alla scultura – s’impregna dell’immaginario faraonico, dall’altro la sua ricerca personale si permea di esoterismo.
Il tutto culminerà negli anni a venire in quattro opere metafisiche, stampate in pochi esemplari, nelle quali coniugherà insieme scrittura e illustrazione: Le Livre des morts des anciens Égyptiens (1948), La Bible ésotérique et poétique (1949), Signes (1949) e Le Tarot ésotérique et poétique selon Prinner (1971-1976). Agli amici di sempre, si è aggiunto nel frattempo anche Robert Capa – pure lui ungherese – che utilizza addirittura la sala da bagno di Anton e di Mária per sviluppare le sue famose foto prese durante la guerra di Spagna.
Tra una serata innaffiata di buon vino attorno a un piatto di gulasch e una festa dove la musica la fa da padrone, scoppia la seconda guerra mondiale. Mentre il gruppo di magiari si sparpaglia per i cinque continenti, Anton si rifugia nel suo atelier e lavora a tutto spiano.
Quando però il giogo nazista si fa ancor più duro, Mária che è ebrea, scappa a Budapest. Anton Prinner, dal suo canto suo, rimane invece a Parigi e nasconde nel suo studio il pittore Alexandre Heimovits, ebreo pure lui. Lo tiene lì fino ad aprile 1943, quando Heimovits deciderà inopinatamente di tornare in Ungheria, dove verrà poi arrestato dalla Gestapo, deportato e ucciso a Mauthausen.
Proprio alla luce di tutti questi avvenimenti, la sola opera romanzesca di Prinner, La Femme tondue, scritta appunto nel 1945, prende un’allure ancora più sorprendente. Difendere delle donne che hanno collaborato con coloro che hanno ucciso diversi suoi amici e che le hanno addirittura fatto perdere la sola e unica compagna di vita dopo una relazione durata cinque anni, è un atto per lo più inatteso. Davvero generoso.
PURO COME UN DIO
Con il suo aspetto di livido Pierrot senza tempo e dallo sguardo sempre rivolto altrove, Prinner ritrova alla Liberazione attorno ai tavoli della Coupole o del Select, dove tiene banco, gli amici che hanno abbandonato di nuovo l’Ungheria e il neo-regime comunista. È qui che le piace affabulare, stupire, raccontare la sua vita immaginaria. Quando parla di se stessa, utilizza ormai sempre e solo la forma maschile e confonde Anna con Anton, la realtà con i suoi deliri.
Prinner che tutti considerano un androgino o un ermafrodita, scriverà a proposito nella sua autobiografia tuttora inedita: “non sono che un creatore. La creazione parte da una mancanza. È la creazione della vita non vissuta, non bruciata. Il creatore vive la sua vita nella sua opera. È un bisessuale mentale che si moltiplica con l’autofecondazione”.
Robert Godet è un giovane editore che ama con la stessa passione i libri d’artista e lo judo: incontra Prinner alla fine della guerra e le pubblica immediatamente due libri, uno nel 1948, Le Livre des morts des anciens Égyptiens, l’altro nel 1949, Signes. Se nel primo affida alle sessantasei tavole la sua interpretazione del passaggio dalla vita alla morte attraverso una riflessione che tocca la cosmogonia e la genesi, in Signes Anton spiega le figure geometriche da un punto di vista puramente esoterico: per lei i cerchi rappresentano l’evocazione astrale dei due sessi, quando i triangoli capovolti designano invece i princìpi complementari dell’acqua e del fuoco.
“Sono puro come un dio”, dice Anton in testa alla sua opera. Un dio, tuttavia, che si ritrova nella miseria più totale. Godet, con il quale Prinner aveva litigato all’uscita del Livre des morts – l’aveva infatti accusato di svendere delle prove d’artista con la sua firma contraffatta – l’incita allora ad andare al Tapis Vert, il grande atelier che i suoi genitori, René Batigne e Claire Voight, avevano aperto a Vallauris. Prinner accetta e, nel 1950, lascia Parigi per stabilirsi nel Sud della Francia.
Ci vivrà per quindici anni, abitando nell’atelier stesso e diventandone la sua guardiana e la sua prigioniera. Una grande stufa, un’orda di gatti e una bottiglia di vino come sola compagnia. Qui si mette a lavorare la terracotta – piatti, bugie, steli – e realizza delle sculture gigantesche in legno, tra le quali L’Homme, che misura 4,40 metri d’altezza. A Vallauris, Prinner riceve Picasso – che aveva conosciuto nel 1942 – il pittore Victor Brauner e l’abate Thomasson, che gli commissionerà cinque grandi pannelli destinati alla chiesa di Notre-Dame de Canlache a Roquefort-les-Pins.
VIZI E TAROCCHI
D’una magrezza spaventosa, quando non scolpisce o disegna, Anton si dà anima e corpo alla sua nuova passione: i tarocchi. Sicura di possedere un dono divinatorio, Prinner legge le carte a Nicolas de Staël, a Brauner, al pittore Oscar Dominguez, a Godet e a Picasso. “Oggi le carte non dicono nulla”, assicura Nicolas de Staël tre settimane prima del suo suicidio quando, in realtà, vi aveva letto la sua tragica fine. Così come i tarocchi le avevano indicato il suicidio di Dominguez. “È duro e qualche volta triste essere un visionario. – scriverà Prinner nel suo libro dei tarocchi – È un dono che investe una responsabilità… terribile”.
Per Picasso solo, non vede altro che gloria e grandezza quando lo spagnolo sceglie dal mazzo la Papessa, il Giudizio e il Diavolo : “Dio gli ha dato la capacità, la facoltà, il potere e il diritto di giudicare”, dirà Anton nel 1956 nel piccolo libro, Picasso, che dedicherà all’artista. Pubblicato da Jean Subervie, in questo opuscolo la scrittura diventa febbricitante e le parole sono utilizzate come fossero pallottole. Prinner vuole essere il solo, l’unico cantore di Picasso: “Disgrazia a coloro che cercano di definirlo con tre o quattro aggettivi.
Per definirlo bisogna esaurire il Larousse dall’A alla Z. Ignorare l’opera di Picasso è perdonabile. Non è alla portata di tutti capire il presente. Mal comprenderlo e mal tradurlo è imperdonabile”. Il suo soggiorno a Vallauris finisce nel 1965. Rotta l’amicizia con i Batigne – Godet nel frattempo è morto in un incidente autostradale – Prinner rientra a Parigi con la sue sculture monumentali, i suoi piatti, le sue tele, i suoi disegni e s’installa in un sottosuolo in rue Pernety, vicino a Montparnasse. Lo stesso anno l’importante galleria d’Yvon Lambert organizza una retrospettiva del suo lavoro: un successo che però non lo fa stare meglio.
Nel suo antro della rue Pernety, nel quale si mischiano puzzo d’aglio, di pipì di gatto, di fumo e di vino a basso prezzo, Prinner si lancia nell’ultima sua grande fatica, Le Tarot selon Prinner. Tra il 1971 e il 1976 realizza le ventitré grandi incisioni (i ventidue arcani maggiori e una carta supplementare, l’Abracadabra) più un testo che le precede a mo’ d’introduzione: “L’autentico artista deve essere più o meno un visionario, e in ogni caso ultra-sensibile”. Sulle carte stesse sono riportate alcune massime di Anton Prinner e così sull’incisione del Mondo si può leggere: “Tutto ciò che non è ‘me’ è per l’uomo il desiderabile ed eterno femmineo”.
Il libro uscirà a conto d’autore nel 1976. Nel quartiere di Plaisance, dove ha il suo atelier-stamberga, tutti ormai conoscono questa strana creatura che diventa sempre più simile a una barbona, che si annega nell’alcool, che caccia urla stridenti in strada. Diventa vieppiù aggressiva, si pensa addirittura di internarla in manicomio, ma il dottor Gaston Ferdière, quello che aveva scaricato tonnellate di elettrochoc ad Antonin Artaud e che cura pure Hans Bellmer e Unica Zürn, si oppone.
Anna Anton Prinner resta libera, libera di svegliarsi alle prime ore del pomeriggio, libera di disegnare qualsiasi cosa su qualsiasi supporto si trovi sotto mano, anche la carta da parati che strappa dal muro. Libera di far rosicchiare dai topi i suoi libri d’incisioni che diventano così rarissimi e carissimi sul mercato libraio d’antiquariato. Libera di cadere da una finestra e scassarsi una gamba. Libera, infine, di camminare per le vie con un bastone che le serve sia per appoggiarsi sia per scacciare, mulinandolo in aria, coloro che la infastidiscono.
La sua salute peggiora a vista d’occhio. E mentre alcune gallerie si interessano al suo lavoro, lei perde un po’ la testa e si fa rubare sculture e disegni, terracotte e ceramiche da chi vuol ben varcare la soglia del suo antro da strega con una bottiglia in mano. Che lei beve immediatamente a garganella. E quando si fa ricoverare allo stremo delle forze e della vita, in molti si stupiscono che il suo letto d’ospedale si trovi nel reparto femminile. “Quando le chiesi perché avesse rivendicato per tutta la sua esistenza il nome di Anton Prinner – ricorderà il critico d’arte Guy Dulon – mi rispose semplicemente: “Perché in francese non esiste l’equivalente femminile di scultore”.
Anna / Anton Prinner muore infine a ottant’anni il 6 aprile 1983 e viene seppellita nel cimitero di Montparnasse. Dopo una vendita del suo atelier all’incanto e dopo una mostra nel 1990, il suo nome era sparito dalla circolazione. Ora, per fortuna, un museo si è occupato di lei: il musée de l’Abbaye Sainte-Croix a Sables d’Olonne in Vandea le ha dedicato una parte della sua collezione permanente. E questo nonostante Anton Prinner avesse dichiarato forte e chiaro che “i capolavori, devono essere presentati o nelle cattedrali o nei gabinetti”.
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