A Firma di Francesco Rapazzini, originariamente edito in Charta, 107, pp. 82-85.
Il suo atelier è piccolo e i suoi muri sono ricoperti di libri. Fino al soffitto. Dalla finestra si vede scorrere l’Adda e, più lontano, i tetti di un paese che sembra della bergamasca ma che si trova ora nel lecchese. Per terra, scatolotti, scatoloni e scatole riempiti di burattini, di fondali, di quinte. Di carta. Nel senso che tutto – burattini, fondali e quinte – è realizzato con carta bristol. Ma non solo bristol.
Albert Bagno (con l’accento sulla o, per favore) vive a Calolziocorte ed è qui, in questo piccolo atelier – “per un uomo piccolo, con mani piccole che fa un teatro piccolo”, come dice lui con un piccolo accento francese – che nascono prima nella mente e si sviluppano poi nella creazione, spettacoli premiati in tutti i Paesi del mappamondo.
Albert Bagno – Più reale del reale
Con Albert Bagno (sempre con l’accento sulla o) c’incontrammo alla fine del 1992 e l’intervista che ne seguì uscì proprio sulle pagine di CHARTA. Ci raccontò di come lui, nato a Parigi nel 1953, abbandonò la terra di Francia per la nostra, di terra, e che nel 1976, solo due anni dopo aver valicato le Alpi, si mise a fare il burattinaio. L’artista. Quella strana specie, o forse categoria di persone che in Italia è tuttora, anzi sempre più, malvista. Considerata come inutile o, peggio, parassita.
“Vorrei essere più cretino, ma non ci riesco”, dice. “In Italia la cultura non interessa più ed è pericoloso essere intelligente: certo, potrei fare un altro mestiere, ma so fare solo questo. Non piaccio, in fondo, perché non ho mai accettato compromessi. Ecco perché sono richiesto e lavoro tanto, tantissimo all’estero. E pensare che in trentacinque anni anni ho ricevuto trenta premi…” Albert dopo alcuni incontri folgoranti – con burattinai, con pupari, con antropologi – ha inventato un suo linguaggio, una sua forma di poesia, una sua maniera di raccontarla.
Sono passati quasi diciotto anni da quella prima volta quando andai in Brianza: oltre ad aver cambiato casa, cosa c’è di diverso nell’Albert Bagno rispetto ad allora? “Tutto”, dice e poi ride. “Niente”, dice e si fa serio.
A CIASCUNO LA SUA CARTA
La carta resta il suo unico mezzo d’espressione – oltre alla parola e alla musica – una carta che lui può anche sciupare, sminuzzare o al contrario lasciare aperta, come fosse un libro. Come fosse la nostra storia. “Distruggo la realtà e la ricompongo più reale del reale, più irreale dell’irreale.” Sì, perché diventa sogno. Un sogno da incubo come nello spettacolo La piccola stella, del 2008, nel quale racconta la deportazione di quel bimbo ebreo che amava le stelle, che credeva che quella stella gialla di David che gli venne appiccicata fosse la sua stella, che quando gli facevano male vedeva le stelle e che quando infine si salvò, ringraziò la sua buona stella.
Un sogno-incubo, sì, ma che triste non è. Perché Albert Bagno non è mai triste. Anche quando piange. Ma poi, Albert, piange? “Non voglio mai pilotare il pubblico: lo lascio in apparenza libero perché non sa dove voglio portarlo”, spiega ancora il burattinaio di carta. E allora lo fa viaggiare attraverso le musiche di Mozart in Ama: una nota di passione spettacolo creato per i duecentocinquant’anni dalla nascita del compositore austriaco. E sicuramente lo spettatore lo ignora, ma ogni personaggio è vestito con carta del suo Paese, carta che Bagno porta a casa da ogni dove: “L’esterno del clavicembalo è in carta tedesca, l’interno, in carta francese”.
Alla fine forse è solo lui a saperlo, ma come Luchino Visconti quando nei suoi film riempiva i cassetti e gli armadi con lingerie e abiti d’epoca che nessuno vedeva perché restavano chiusi (era convinto – e a ragione – che gli attori e lui stesso avrebbero creato con più intensità i loro ruoli con gli armadi pieni), così anche Bagno ha i suoi segreti. Come fossero ferri del mestiere. “Non dirmi che sono strano, lo so già, però so anche che ti dimostrerò che sono più normale di te”, dice. Appunto.
Perché nei suoi spettacoli racconta sempre l’uomo, vuoi con le sue paure, vuoi con le sue aspirazioni e le sue ingenuità. Con le sue rabbie in un melting pot che frulla insieme le sue tre culture: da quelle ataviche francese ed ebraica alla più recente italiana.
Lo fa dalla prima volta che calcò una scena – successe con La fabbrica nel 1976 – e così poi pure con tutte le sue successive 19 “produzioni”, tra le quali vanno almeno citate la celeberrima Una volta un uccello (1977) con la quale ha girato il mondo e si è fatto conoscere, Avroum (1988), storia di un ebreo nella Polonia del Quattrocento, La leggenda di san Francesco (1999), Petit pavé (2003) nella quale un porfido narra il suo lungo viaggio nella Francia dal primo Novecento fino al maggio del ’68 e Bestiale (2004), dove l’ecologia prende spunto dalle tradizioni popolari alpine.
ALBERT BAGNO UNA LUNGA GESTAZIONE
“Nel mio essere ebreo, il libro ha un’estrema importanza. Trasmette tutto: la memoria, la conoscenza, la Parola, le idee. Il libro è la prima cosa che ogni dittatore distrugge. Lo brucia o ne interdice la pubblicazione”. E il libro è carta. A volte la copertina è di cartone. Come è di cartone il mondo dei barboni che in lui trovano rifugio.
Ed è con il cartone che Albert Bagno ha creato il suo nuovo spettacolo attorno a un clochard parigino scappato dalla sua biblioteca che venne data alle fiamme chi sa dove e che ha come missione quella di salvare i libri, tutti i libri del mondo. “Quando, bimbo, vivevo in rue du Temple a Parigi c’erano molti, moltissimi clodo che bivaccavano attorno a casa. È a loro che mi sono ispirato perché ognuno di essi porta in sé una storia incredibile”. I suoi spettacoli sono diventati vieppiù curati, geometrici, coreografici, con l’attenzione sempre più focalizzata sulla linguistica.
Insomma, più studiati rispetto a prima, a vent’anni fa. Ma la Poesia, con la P maiuscola, li permea sempre. Tutti. “Mio padre, consulente del Partito Comunista per tutto ciò che aveva a che fare con la cultura, era un appassionato di musica francese. Da noi venivano spesso i suoi amici che si chiamavano Léo Ferré, Barbara, Jean Ferrat, Guy Béart…Mamma amava il jazz e l’opera. Ecco: la musica mi ha accompagnato da sempre e quindi è ovvio che sia presente nelle mie creazioni. Non compongo, perché non so leggere le note, ma un mio amico mette su carta le mie idee, le mie romanze, le mie strofe.”
Musica tutta che lega i movimenti e le azioni dei suoi burattini. Che lui muove come fossero pupi. “Il mio è un teatro che deve far pensare e divertire, non un teatro gratuito, banale e ripetitivo. Contaminato, sì, e che contamini. Sembra un teatro improvvisato. Ma non è così.” Ogni spettacolo ci mette dai tre ai cinque anni per vedere la luce. Anni che Albert passa tra i suoi libri di ricerca (ne possiede più di trentacinquemila), tra i fogli di carta che lui ritaglia (sempre e solo con forbici italiane, le più leggere) e strappa con forza ma senza fatica e contorna con i taglierini.
E incolla poi a caldo. Ogni volta si domanda se la storia che sta per raccontare potrebbe essere detta anche con altri mezzi. Con altre forme. Se la risposta è sì, allora lascia perdere tutto. Il suo teatro è forse diventato più intimista, lui che sogna grandi spazi, scene gigantesche. Recentemente aveva proposto a una fabbrica che ricicla la carta di potersi esprimere tra le sue balle, grandi forse più di quelle di fieno che si trovano nei campi, e piene zeppe di colori straordinari: “Ti immagini cosa si possa ricavare e raccontare con queste enormi masse cartacee?”. Gli risposero che no, non si poteva. Piuttosto: che non si voleva. Peccato.
BURATTINAIO ANTROPOLOGO
“Ai bambini viene spiegato di non buttare la carta per strada. Io invece dico loro: fatelo, ci penso poi io a raccoglierla e a farla rivivere”. Oggi, oltre a lavorare nel settore terapeutico e pedagogico – l’Unicef lo ha più volte invitato a presentare i suoi spettacoli ai bimbi – Albert Bagno si è lanciato anche nel campo umanitario. Forma i volontari della Croce Rossa prima che questi partano in missione (è il primo burattinaio in Europa a farlo), affinché vedano e possano a loro volta trasmettere ai loro assistiti il mondo incantato della carta.
“Burattinaio militante” ama dire di sé: e se il suo maestro è stato in primis Jacques Félix (1923- 2006) fondatore del Festival Mondiale dei teatri di Marionette e dell’Istituto Internazionale della Marionetta a Charleville-Mézières, che per primo credette nelle potenzialità del suo allievo, un incontro fondamentale fu quello con l’etno-antropologa OlenkaDarkowska. Gli disse: “Albert, ricordati che i burattini non sono solo del mondo dello spettacolo”. Lì per lì non comprese. “Non era colpa del suo forte accento polacco – ricorda Bagno – ma perché io di etnoantropologia non sapevo niente.
Mi ritrovai in un corridoio del Musée de l’Homme a Parigi, non siamo mai arrivati al suo ufficio, a prendere appunti che hanno riempito tre quaderni. Mi ci sono voluti diversi anni di studio per cercare di capire tutto quello che mi aveva comunicato.” Direttore artistico a Palazzolo sull’Oglio di un minifestival di artisti su carta – la manifestazione, arrivata quest’anno al suo quarto anno di vita, si tiene la prima domenica di giugno – Albert Bagno fa tutto da solo.
Sua figlia , che quand’era bimba gli faceva da assistente, ha preso un’altra strada, studia lingue all’università, ma a lui non importa. Perché sa che la passione per questo materiale effimero, ma che durerà, e lui ne è certo, più a lungo dei video e della telematica, lui la trasmette, anche se solo per il tempo di uno spettacolo, a chiunque la parola cultura – nel senso più lato della sua espressione – evochi ancora un fremito o un battito. Fosse anche unicamente di ciglia.
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