La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Leopoldo Armaroli, La ‘Memoria Storica’.

A Firma di Giovanni Biancardi e Gigi Belli, originariamente edito in Charta, 100, pp. 60-63.

All’inizio del 1815, presso il libraio Giegler, giunsero in Milano cinquecento copie d’un volumetto anonimo, stampato a Parigi nel novembre dell’anno precedente. Si trattava della cosiddetta Memoria storica, fedele resoconto del clima di tensione che si venne a produrre, nel capoluogo lombardo alla notizia della caduta di Napoleone, e che sfociò in un’aperta, feroce rivolta nei confronti degli ultimi difensori del Regno d’Italia. La rivoluzione, invero, si spense ben presto, ingloriosamente, e amara era la denuncia che l’anonimo patriota intendeva compiere narrando l’intera vicenda.

Più che di genuina matrice indipendentistica, lo spirito di quel moto era stato ciecamente antifrancese e aveva solo facilitato, reso più rapido, il ritorno di altri stranieri, gli antichi padroni austriaci. La Memoria storica non si limitava, dunque, a illustrare le tappe di un drammatico evento rivoluzionario. Rivolgeva soprattutto un severo monito agli italiani, ricordando loro che in quel frangente ebbero, e malamente sprecarono, la concreta possibilità di dar vita a un vero e libero regno.

Dimostrava, infatti, che i rappresentanti della nazione, scomparso di scena Buonaparte, avrebbero dovuto procedere all’immediata scelta di un nuovo sovrano, un re autorevole, gradito al popolo come alle strutture politico amministrative preesistenti, ma soprattutto capace di tener strette in pugno le redini dell’esercito. E in effetti un’azione tempestiva in tal senso era stata invocata a gran voce da Francesco Melzi, gran cancelliere del regno, il quale indicò nel viceré il miglior candidato alla successione e in via ufficiale ne avanzò il nome al senato milanese.

Ma i membri del massimo organo collegiale non approvarono una simile proposta: i più consideravano Eugenio Beauharnais, figliastro di Napoleone, una figura troppo legata al passato regime. Ancor più ostili, poi, furono le reazioni dei circoli politici e dei salotti nobili della capitale. E proprio da questi ultimi, animati da istanze politiche confuse, perlopiù espressione di velleitario ribellismo, partì la scintilla che fece scoppiare la rivolta.

LA TESTIMONIANZA

Il 20 aprile 1814 – giornata piovosa – molti giovani rampolli delle più illustri casate milanesi si dettero appuntamento presso il palazzo in cui il senato si accingeva a riunirsi. Si distinguevano tra la folla per i loro eleganti ombrelli di seta, mentre chi ne era privo faceva comunque parte di una nutrita pattuglia di popolani facinorosi, assoldati dai ribelli blasonati al preciso scopo di suscitare il maggior disordine possibile. Al loro arrivo, i senatori più vicini a Beauharnais furono oggetto di fischi e fin dalle prime battute la riunione venne disturbata dalle grida e dalle minacce che provenivano dall’esterno.

La situazione, poi, precipitò rapidamente. I tumultuanti iniziarono a premere alle porte, i senatori, intimoriti, accettarono tutte le loro richieste e se ne tornarono in gran fretta alle loro case. Il palazzo venne allora invaso dalla folla che finì per devastarlo sottoponendolo a un furioso saccheggio. La rivoluzione era avviata. Ma era necessario, a quel punto, un gesto forte e simbolico che ne dimostrasse apertamente tutto il potenziale distruttivo: l’assalto a una nuova Bastiglia.

La Memoria storica di Leopoldo Armaroli riferisce come prese allora a circolare una sola parola d’ordine: ci si doveva dirigere al palazzo del ministro delle Finanze. L’algido e temuto Giuseppe Prina era il perfetto capro espiatorio. Per sopperire alle spropositate esigenze della macchina da guerra napoleonica, aveva esacerbato gli animi escogitando a getto continuo strumenti fiscali odiosi e ineludibili, né era affatto immune dal sospetto di aver accumulato, nel frattempo, ingenti ricchezze personali.

Caduto il tiranno che lo rendeva intoccabile, il ministro era perduto. La folla si portò dunque al suo palazzo di piazza San Fedele, vi irruppe e si abbandonò alla più cieca rapina di arredi e suppellettili. I più facinorosi, nel frattempo, si aggiravano alla frenetica ricerca di Prina e del suo tesoro. E se il secondo non fu trovato, perché di fatto non esisteva, il primo, dopo lunghe ricerche, fu scovato in un nascondiglio, spogliato e gettato nudo sulla strada, alla mercé di un folla resa ebbra dal trionfo della più totale licenza.

Fu linciato, ma non con selvaggia rapidità. Lo coprirono di sputi e di ingiurie, lo tormentarono attraverso continue ombrellate, pesanti percosse, e questo badando, con attenzione, a mantenerlo in vita e cosciente per diverse ore.

La Memoria storica di Leopoldo Armaroli ci offre un agghiacciante ragguaglio di cosa rimanesse, alla fine, del suo misero corpo: “È fama che il giudice di pace, nell’ispezione fatta del suo cadavere, non trovasse chi lo riconoscesse, come non trovassero i professori tra le tante contusioni una ferita, una offesa veramente mortale: egli è morto di angoscia e di spasimo”. Lucido, puntuale, il volumetto parigino narra in seguito gli sviluppi caotici e l’inglorioso, rapido tramonto del moto insurrezionale. Gli austriaci rientrarono ben presto in possesso della Lombardia e sulle tragiche vicende d’aprile venne imposto un rigoroso silenzio.

Né le autorità trovarono particolari difficoltà nel farlo rispettare. Ben presto, infatti, i milanesi si accorsero di aver compiuto delle vere e proprie barbarie e nessuno, né allora né poi, volle assumersi la responsabilità materiale o morale della miserabile fine del ministro Prina. Ma rimaneva il libello anonimo a denunciare la tragica verità dei fatti. E su questo si concentrò, inesorabile, l’ira delle nuove autorità di polizia. Fatte salve alcune poche copie già vendute, l’intera partita dei volumi giunti da Parigi fu fatta sequestrare e distruggere.

ORIGINALE E CONTRAFFAZIONE

Ma le persecuzioni spesso falliscono nei loro intenti e anzi favoriscono una ancor più larga fortuna editoriale alle opere su cui si accaniscono. Se infatti era vietato vendere la Memoria storica in Italia, restava la possibilità di imprimerla in Svizzera e farla giungere clandestinamente nella penisola. E fu così che un intraprendente tipografo di Lugano, Luigi Veladini, decise di ristampare lo scritto proibito, senza alcun indugio



[L1 = SULLA RIVOLUZIONE | DI MILANO | Seguita nel giorno 20 aprile 1814 | SUL PRIMO SUO GOVERNO PROVVISORIO | E SULLE QUIVI TENUTE ADUNANZE | DE’ COLLEGJ ELETTORALI | MEMORIA STORICA | CON DOCUMENTI. || [fregio tipografico] || PARIGI | NOVEMBRE 1814. In-8° ant., pp. 57, (1).

Il testo dell’Avvertimento è a p. 3, quello della Memoria storica e dei documenti, senza alcuna soluzione di continuità alle pp. 5-57; bianche le pp. 2, 4 e l’ultima n.n.]. Il momento era propizio, la curiosità grande, e l’operazione ebbe successo. L’edizione andò ben presto esaurita, tanto che lo stampatore si affrettò ad allestirne una seconda (L2) in tutto simile.

Usò infatti gli identici caratteri, una medesima modesta qualità di carta. Assai prossima a quella di L1 era persino l’impostazione tipografica: nei primi due fascicoli il testo venne anzi distribuito senza mutamento alcuno, linea per linea, il che consentì allo stampatore di usare, per L2, dei fogli originariamente impressi per L1. A partire da p. 35, comunque, l’allestimento di L2 venne condotto con maggior parsimonia nell’uso degli spazi bianchi fra i titoli dei documenti e il loro testo.

Il compositore, in tal modo, riuscì ad anticipare, pagina dopo pagina, un numero di linee sufficiente a contenere la parte finale del testo in un quarto e ultimo fascicolo di 4 carte e a offrire, quindi, un volume disole 56 pagine, tutte numerate.

Da allora in poi, in Italia, il testo della Memoria storica prese a circolare ampiamente, ma solo in casi eccezionali attraverso copie della princeps, tanto che nei decenni successivi, in assenza di adeguate informazioni bibliografiche, si iniziò persino a dubitare dell’effettiva esistenza di una edizione originale parigina. Ancor oggi, peraltro, può capitare che venga fatta confusione in merito alle caratteristiche della prima, genuina stampa. Val qui la pena ricordare, pertanto, che le rarissime copie superstiti del volume sono impresse su carta di buona qualità e con caratteri assai nitidi ed eleganti.

Esse sole, inoltre, recano al frontespizio il nome dell’editore e possiedono, rispetto alle contraffazioni elvetiche, un numero ben maggiore di pagine. Un esemplare della princeps, quindi, dovrà corrispondere alla seguente descrizione:

P = SULLA RIVOLUZIONE | DI MILANO | SEGUITA | NEL GIORNO VENTI APRILE 1814, | SUL PRIMO SUO GOVERNO PROVISORIO, E SULLE QUIVI | TENUTE ADUNANZE DE’ COLLEGJ ELETTORALI, | MEMORIA STORICA, | CON DOCUMENTI. || [fuso tipografico] || PARIGI, | Presso BARROIS L’AINÉ, Librajo, nella strada de Savoje, n° 13. | – | | NOVEMBRE 1814. – [a p. 78, in fine:] DELLA STAMPERIA A. ÉGRON, | strada des Noyers, n° 37. In-8° ant. (il nostro esemplare, lievemente smarginato, misura mm 196 x 124), pp. IV, 5-78, (2). Il testo dell’Avvertimento è alle pp. III-IV; la Memoria storica e i documenti occupano le pp. 5- 78; bianca la sola p. II.

CACCIA ALL’AUTORE: LEOPOLDO ARMAROLI

S’è detto, a più riprese, che la Memoria storica venne pubblicata anonima, e per quasi un decennio si diffusero le voci più diverse sulla sua paternità. Appena prese a circolare, vi fu chi giunse ad attribuirla a Melchiorre Gioia, ma senza il benché minimo fondamento. Altri e più attenti lettori, invece, compresero da subito che lo scritto doveva esser opera di un senatore: netta era la condanna dei principali ispiratori dei moti d’aprile, ma soprattutto continua e rancorosa – e per questo assai sospetta – la sua difesa del corretto agire di tutti i membri del massimo organo collegiale del Regno d’Italia. Si fecero, allora, i nomi di Tullio Dandolo e di Federico Cavriani.

Ma i sospetti dei più si appuntarono attorno alla figura di uno dei più potenti e autorevoli politici dell’epoca, Diego Guicciardi, e per molti si tramutarono in certezza quando la Memoria storica, nella sua prima edizione in lingua francese, fu esplicitamente attribuita al senatore valtellinese dal Saint-Edme. Leopoldo Armaroli, riservato e saggio politico marchigiano, ma soprattutto vero autore del volumetto, finì pertanto con l’essere chiamato in causa solo attorno al 1823.

Anche in seguito, però, non mancarono studiosi – del calibro di Cesare Cantù – che ad altri continuarono ad attribuire lo scritto, e principalmente a Guicciardi. Ogni residuo dubbio intorno all’autore della Memoria storica venne perciò dissipato, solo all’altezza del 1897, da Tommaso Casini. Tornando infatti a pubblicare lo scritto per la Biblioteca Storica del Risorgimento Italiano, lo studioso rese nota una missiva del 1830, in cui apertamente l’Armaroli si dichiarava autore dell’opera e annunciava di volerla ripubblicare dopo averla rivista, corretta e «corredata di abbondanti commenti».

Una seconda edizione, tuttavia, non fu mai portata a compimento. Resta dunque la sola redazione del 1814 a darci la misura dell’acume politico del senatore maceratese, della sua notevole capacità di esaminare gli sparsi fatti di cronaca, operandone una sintesi lucida e coraggiosa. Con il trascorrere degli anni, peraltro, si poterono raccogliere ulteriori testimonianze sui fatti accaduti nell’aprile del 1814, precisare la posizione di singoli attori della rivolta e descrivere con maggior puntualità i momenti più drammatici della vicenda, compreso quello dell’assassinio del ministro Prina.

Nessuno, tuttavia, riuscì mai a incrinare in modo convincente la struttura complessiva del quadro storico tracciato da Leopoldo Armaroli. Per questo lo si può tornare a leggere ancor oggi, riscoprendone intatta quell’efficacia che seppe ispirare, per lungo tratto nell’Ottocento, pagine indimenticabili ai nostri poeti e romanzieri. Alle parole di denuncia dell’Armaroli, infatti, fecero eco immediato i versi della Prineide e seppero aggiungere colori intensi, in seguito, le pagine dei Cent’anni di Giuseppe Rovani. Lo stesso Manzoni, peraltro, non seppe sottrarsi al fascino severo della Memoria storica.

Anch’egli visse, in Milano, le tragiche vicende di quell’aprile, ma con animo assai turbato, incapace di resistere ai confusi impulsi di rancorosa vendetta che serpeggiavano tra gli abitanti della capitale. Dall’Armaroli, tuttavia, ricavò una lezione di superiore capacità d’analisi, un insegnamento di cui non si dimenticò, alcuni anni dopo, nei Promessi sposi. La descrizione dell’assalto al forno delle Grucce ricorda infatti assai da vicino quella che l’Armaroli fece degli scempi del Senato e della residenza del Prina.

E non tanto perché ne ricalca immagini o ne fa rivivere qualche isolato personaggio. È allieva fedele, soprattutto, perché ne richiama il tono di ferma condanna morale, l’ironia dolente nell’osservare ora l’ingenuità, ora l’umana pochezza dei rivoltosi improvvisati, di ogni epoca e paese.

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