Michele Rapisarda, originariamente edito in Charta, 118, pp. 34-41.
In principio c’erano gli automi, una vicenda che si snoderà per millenni. Sin dall’antichità infatti sono stati costruiti simulacri di esseri con parti semoventi: in Egitto, in Grecia, a Roma compaiono idoli meccanici e anche nel Medioevo non mancano racconti di entità artificiali, fino a quando la paura del demonio non allontanerà la tecnica dalle statue.
La svolta avviene nel Trecento quando inizia la grande storia degli orologi e, su torri e campanili, appaiono anche figure in movimento, ma solo nel Settecento, con lo sviluppo della meccanica, si assisterà al fiorire dell’arte degli automi: Vaucanson, Jacquet Droz, Von Kempelen portano nei saloni delle corti europee strabilianti fantocci meccanici che suonano, scrivono, giocano a scacchi.
Il Novecento invece è il secolo del robot, dapprima pura e semplice invenzione letteraria, protagonista del teatro futurista e d’avanguardia e poi anche del cinema. Con il rapido progresso della tecnica si esibiscono improbabili mostri d’acciaio, attrazioni delle Esposizioni Internazionali, suscitando lo sviluppo della letteratura e del fumetto di fantascienza.
ANTROPOMORFI E NON
I rotocalchi diffondono negli anni Trenta le immagini dei nuovi automi, orgogliosi della loro lucentezza metallica, non più dissimulando sembianze umane. Nella seconda metà del XX secolo l’elettronica alimenterà nuove utopie e nuove paure: la tecnologia del cervello “elettronico” renderà finalmente possibile immaginare esseri meccanici dotati di pensiero, offrendo nuovi spunti agli autori, illustratori, registi e costruttori di giocattoli.
Nel XXI secolo i robot sono tra noi in gran numero: sei milioni di esseri artificiali – e si prevede che supereranno i diciotto milioni nel 2011 – utilizzati nelle industrie e negli ospedali, negli uffici, nelle attività sottomarine e militari, nei laboratori di ricerca e nelle esplorazioni spaziali, testimoniano lo straordinario progresso tecnologico della nostra epoca. I robot della vita di tutti i giorni non hanno però mai sembianze umane: sono gli elettrodomestici come la lavatrice, i distributori automatici e i computer. Abituati alle immagini della fantascienza americana e dei cartoon giapponesi, non può non meravigliare la scoperta di un vasto repertorio di uomini meccanici nell’illustrazione e nella grafica italiana della prima metà del Novecento.
ROBOT: L’INVENZIONE DI KAREL CAPEK
La storia degli automi prima e poi dei robot è scritta innanzitutto nelle opere letterarie, nelle fantasie teatrali e nelle immagini disegnate: la rappresentazione supera sempre le realizzazioni, è più veloce della tecnologia. Nel dramma R.U.R. (Rossum’s Universal Robots), messo in scena a Praga nel 1921 e che avrà grande successo anche a Londra, a Parigi e a New York, Karel Capek inventa la parola robot (dal ceco robota, sfacchinata):
“Il giovane Rezon ha inventato l’operaio che ha il minimo dei bisogni. Ha soppiantato l’uomo, creando il Robot. I Robots non sono uomini! Dal punto di vista meccanico essi sono più perfetti di noi: ché posseggono un’intelligenza ammirevole; ma non hanno anima”.
Così si legge nella prima traduzione, pubblicata in Italia nel 1929 sulla rivista “Il Dramma” con illustrazioni di Erberto Carboni. L’opera teatrale di Capek racconta la creazione di una moltitudine di esseri artificiali che prendono il sopravvento sugli umani, e in ciò si differenzia dalla produzione letteraria precedente, dove l’ardire dell’uomo si era spinto a immaginare una singola creatura come in Frankenstein ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley (1818) e ne L’uomo di sabbia di E.T.A. Hoffmann (1817).
I robot di Rossum inoltre non sono individui composti di ferro, bulloni, molle come tutti i loro immediati discendenti, bensì sono prodotti con un impasto di “glutine organico”, una sostanza biologica scoperta dallo scienziato-filosofo.
INCOMICIA L’AVVENTURA
Nell’aprile del 1909 sul “Corriere dei Piccoli” appare una pagina di vignette di Frederick Burr Opper nelle quali la Checca, iraconda mula, fa a pezzi scalciando l’automa che il padrone prova ad utilizzare per domarla. È la prima immagine di un fumetto (americano) con un essere artificiale pubblicata in Italia, robot non ancora di nome, testimone di quella mutazione imposta dall’era della tecnica, del vapore, dell’elettricità, della “macchina”: gli automi non sono più falsi viventi che nascondono la meccanica che li muove, bensì macchine in forma d’uomini con evidenti viti e bulloni, fili, ruote.
Lo aveva ben raccontato H.G. Wells nel 1898 ne La guerra dei mondi, facendo arrivare sulla Terra i marziani dentro tremendi bidoni di ferro con gambe e braccia meccaniche. È l’epoca dell’infatuazione futurista per la macchina: Marinetti scrive Poupèes èlectriques (1909) e Mafarka il futurista (1909/1910) e pubblica elogi per la bellezza e la sensibilità meccanica, ripercorrendo gli entusiasmi degli scritti di Mario Morasso (La nuova arma, 1905, e Il nuovo aspetto meccanico del mondo, 1907).
Nel 1911 sempre il “Corriere dei Piccoli” inizia la pubblicazione delle storie dell’inventore Gedeone e l’automa, dell’americano Harry Cornel Greening; è un altro essere imbullonato che combina pasticci in ogni impresa affidatagli dal padrone, ispirato a Boilerplate, un robot presentato alla Fiera Internazionale di Chicago nel 1893. E’ il primo uomo meccanico protagonista di una serie di racconti a fumetti, realizzati per il “New York Herald” dal 1911 al 1920, ha nome Percy e il suo costruttore è un anonimo der Professor; il “Corriere dei Piccoli” pubblica diciannove episodi, dal novembre 1911 al gennaio 1913, attribuendo il nome Gedeone all’inventore e lasciando senza nome l’“uom d’acciaio”.
Nel 1919 Fortunato Depero crea le marionette meccaniche per il suo Teatro Plastico, coniugando lo spirito futurista con la burattineria che in Italia continua una grande tradizione; lo spettacolo I selvaggi rossi e neri sarà realizzato con il Teatro dei Piccoli, la fantastica compagnia che Vittorio Podrecca porterà in giro per il mondo. E non dimentichiamo Pinocchio, quel robot di legno, diventato famoso in tutti i paesi, che quasi quarant’anni prima ha illuminato la scena delle storie per ragazzi e il cui naso aguzzo torna ancora sulla copertina del celebre calendario futurista 1927 della Rimmel, sempre di Depero.
Nel 1925 Ruggero Vasari pubblica la tragedia L’angoscia delle macchine che verrà rappresentata a Parigi nel 1927 con scenografie e costumi di Vera Idelson, un’opera teatrale che sposta la visione iniziale dei futuristi dall’entusiasmo per la macchina al pessimismo della macchina-mostro: tre despoti trasmettono il loro pensiero, utilizzando un complesso macchinario, a un popolo di robot e di “uomini condannati alle macchine“, messi in scena avvolti in costumi di latta, cartone e tela dipinta; alla fine la macchina-cervello, sfuggita al controllo, impazzisce tra stridori, scintille e scricchiolii.
I ROBOT DI RUBINO
Chi nel 1923 dà vita al primo robot a fumetti tutto italiano è Antonio Rubino, raccontando sul “Corriere dei Piccoli” in ventidue episodi le vicende di Dinamello, assistente di metallo che il maestro Pomponio costruisce per affidargli l’istruzione dello scolaro incorreggibile Tito Tonto:
“Quel l’omino complicato / dall’elettrico azionato / spande raggi, emette voci, / e fa calcoli veloci. / Il maestro a quel congegno / dice: Tito le consegno; / Dinamello, automa caro, / curi lei questo somaro!”.
Ma ben poco può fare il giudizioso robot, vittima delle castronerie e dell’impertinenza dell’allievo scapestrato, ed è costretto a salvarlo continuamente dalle rischiose conseguenze di sconsiderati comportamenti. Rubino è un vero e proprio esperto di giocattoli meccanici e burattini: a partire dal 1909 racconta le avventure di quell’inquietante fantoccio, con la faccia nera e il pigiama rosso, di cui Pierino cerca invano di liberarsi; di automi è popolato un intero romanzo, Tic e Tac ovverosia l’orologio di Pampalona (1922).
Macchine e balocchi segnano la geometria di tanti personaggi inventati dall’artista sanremese comePino e Pina (1910), Quadratino (1910), Abetino (1917); poi ancora Rubino congegna un nuovo robot, 3HP, che sulle pagine de “Il Balilla” nel 1929 interviene ad aiutare i fanciulli con il fez in eroiche imprese, e nel 1928, sempre su “Il Balilla” aveva presentato l’automa-extra, che serviva in tavola minuscoli piatti di pillole, cameriere del napoletano Agenore de’ Fiocchi, nel racconto Anno Duemila firmato Livio Ruber.
DI QUA E DI LÀ DALL’OCEANO
Una donna robot, divenuta un’icona della modernità, appare nel 1926 nel film Metropolis di Fritz Lang, mentre le suggestioni dell’uomo meccanico affiorano anche nell’immagine pubblicitaria: un robot assemblato con pezzi di motore si tuffa nell’Olio Fiat (1925) e una creatura d’acciaio chiede la Magnesia San Pellegrino (1931). I rotocalchi diffondono le immagini fotografiche dei portentosi robot (sic!) esibiti alle Esposizioni di Londra (il robot Alpha, 1932) e di New York (il robot Electro, 1939).
Negli Stati Uniti si diffonde l’uso degli elettrodomestici e Charlie Chaplin con il film Tempi Moderni (1936), raccontando le avventure di un robot di carne e ossa, suscita risate allarmate sull’automazione del lavoro. In America nasce il fumetto di fantascienza (Buck Rogers, 1929) e la letteratura per ragazzi anche in Italia esplora mondi abitati da esseri meccanici. Carlo Nicco illustra il romanzo Il Gigante dell’Apocalisse di Giovanni Bertinetti (1930): un robot gigante rapisce un’attrice di Hollywood; il diabolico dottor Kramer vuole dominare il mondo.
Ciro Kahn, pseudonimo di un non identificato scrittore partenopeo, pubblica L’uomo di fil di ferro (1932), storia di un tentativo di conquista del mondo con un esercito di automi. Adriana De’ Gislimberti nel 1941 dà alle stampe Signorina Acciaio, storia futura della città di Ferronia, dove ogni famiglia agiata possiede un negro meccanico che lava i piatti, invenzione del borgomastro signor Gill, che costruisce per sé una bambina di metallo (illustrazioni di Arturo Bonfanti). I giornali illustrati propongono improbabili storie di robot: L’uomo del 2000 arrestato, sequestro di una meraviglia meccanica per sospetto di mistificazione (1935); La bella e l’automa (1935); Una banda di gangsters di Chicago ha tentato di compiere una rapina servendosi di un perfezionatissimo robot (1940).
STORIE PER RAGAZZI
Nelle illustrazioni per ragazzi, nei giornali a fumetti gli uomini meccanici moltiplicano la loro presenza. Tabù automato, disegnato da Paolo Garretto, è un eroe che riceve medaglie premio, ma procura gravi preoccupazioni al suo creatore, lo scienziato Putifarre; infatti le medaglie che gli appuntano sul petto premiano azioni che il robot compie suo malgrado, senza mai capire le ragioni di ciò che fa o disfa (Sezione dei Piccoli de “La Gazzetta del Popolo”, 1931-1932).
Gli eroi del 2000 è la storia di una guerra per petrolio, ferro e carbone tra la tecnologica Repubblica di Ferraglieria e Pinlandia, paese con alberi secolari e campi fragranti di fiori, in cui i buoni pinlandesi ingegner Bobina e Dardo sconfiggeranno gli automi del milionario Ferraglierese Tam (sedici puntate illustrate da Alfredo Cipolloni, “Il Balilla”, 1932); Motorino, opera di Carmelo Silva, è uno scapestrato ragazzo di latta che alla fine di ogni puntata finisce in pezzi e che il padre, l’inventore Trebisondo Genialetti rimette insieme tra le lacrime della consorte (“Il Corriere dei Piccoli”, 1934, 1935, 1937).
Robottino, omino d’acciaio con il naso di Pinocchio, inventato da Yambo (Enrico Novelli), viene rapito dall’uomo nero per ordine del Dottor Holm e dopo molte peripezie insieme all’amico Scimmiottino Blu sconfiggerà il malvagio, salvando la grande invenzione dello scienziato Bick: un nuovo esplosivo per rendere il suo Paese formidabile e invincibile – una trama decisamente non pacifista – (I Tre Porcellini, 1935-1936).
Tabùj è un cane meccanico a pile costruito da Giraffone, “cineromanzo a puntate” di Sebastiano Craveri (“Il Vittorioso”, 1941). Un altro automa “senza cervello” appare in “La Piccola Italiana, Settimanale della Gioventù Italiana del Littorio”; fabbricato dal mago occhialuto Spartivento, sfugge al controllo e sculaccia la piccola Mariolina.
COLPITI DA CENSURA
Giganti di ferro sbucano anche dalle pagine dei fumetti d’avventura come Dick Fulmine, il poliziotto italo-americano, ispirato al campione di pugilato Primo Carnera, creato nel 1938 dalla fantasia del giornalista sportivo Vincenzo Baggioli e dalla matita di Carlo Cossio: L’uomo meccanico (1940) è un automa costruito dal malvagio Loris Prandis, collezionista di monete. In questa avventura Fulmine ha già sostituito il caratteristico maglione a collo alto, troppo americano, con una più italica camicia sbottonata, in conseguenza delle indicazioni provenienti dal Ministero della Cultura Popolare.
Giorgio Ventura è il nome italiano attribuito al personaggio Brick Bradford (eroe della fantascienza ideato nel 1933 da William Ritt, disegnato da Clarence Gray) negli anni in cui in Italia era proibita la pubblicazione di fumetti americani; Il mostro d’acciaio di Amedeo Martini con disegni di Carlo Cossio appare su “Topolino” nel 1941 in 13 puntate (sarà ristampato in due episodi negli Albi d’Oro Mondadori nel 1946): il malvagio Avil Blue costruisce un gigantesco mostro meccanico per conquistare il mondo e Giorgio Ventura per combatterlo organizza l’intervento di un esercito di robot, di minori dimensioni, creature dello scienziato Kopak – strana assonanza ceca – ma senza successo, finché lui stesso salirà a bordo del grande automa mandandolo ad affogare nell’oceano.
LARGO ALLO SPAZIO
Dopo la guerra le cose cambiano. Asimov aveva scritto regole per frenare lo strapotere dei robot e le illusioni della nascente ricerca sull’Intelligenza Artificiale spalancano nuovi orizzonti per le storie degli uomini meccanici, che avranno anche il cinema per esibirsi in strabilianti avventure spaziali… ma questa è un’altra storia.
Nel 1952 inizia anche in Italia la pubblicazione di opere di fantascienza con le riviste “Urania” e “Scienza Fantastica”, apparse per pochi numeri (rispettivamente 14 e 7) e finalmente con “I romanzi di Urania”, caratterizzati dalle straordinarie copertine di Caesar, si potranno leggere i migliori autori d’oltreoceano. È del 1951 il film Ultimatum alla terra di Robert Wise e del 1956 Il Pianeta Proibito di Fred Mc Lead Wilcox.
Per congedarci dai primi cinquant’anni di immagini robotiche non resta che citare Jacovitti e il suo Pippo e la bomba comica (già pubblicato nel 1948 ne “Il Vittorioso”) uno strepitoso Albo Gigante del 1950: è un “cineromanzo scientifico”, storia esilarante del Professor Leopardo da Cinci che lavora alla produzione di una bomba, di chicchi di riso, che diffonderà felicità e concordia nel mondo, una favola per esorcizzare la nuova paura atomica; naturalmente il Professore ha costruito per la sua difesa un mostro d’acciaio “automacarrozza”. Roba da brividi.
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