Mauro Chiabrando, originariamente edito in Charta, 130, pp. 48-53.
cento anni dalla sua nascita, il nome di Albe Steiner (Milano 1913-1974) evoca in Italia la figura stessa del graphic designer. Prolifico quanto straordinario interprete visivo del dopoguerra, Albe Steiner infatti insegnò “il mestiere del grafico” a generazioni di giovani, prima al Convitto Scuola Rinascita, poi alla Scuola del Libro dell’Umanitaria, quindi ai corsi tenuti all’Istituto Superiore Statale di Urbino e agli istituti d’arte di Parma, Roma e Firenze.
Nell’arco di oltre trentacinque anni di carriera i suoi successi, appaiono indissolubilmente legati alla passione, al talento, al rigore, al perfetto sodalizio con la moglie Lica Covo (1914- 2008), inseparabile compagna nella vita e nel lavoro, nonché al generoso impegno politico e sociale che ha accompagnato il corso della loro intera esistenza. Fresco di stampa, il libro di Marzio Zanantoni (Albe Steiner Cambiare il libro per cambiare il mondo. Dalla Repubblica dell’Ossola alle Edizioni Feltrinelli, Unicopli, pp. 433, euro 20) ne celebra la figura, finalmente anche sul piano della storia dell’editoria.
In sei anni di scavo tra varie fonti archivistiche e in particolare il ricchissimo Archivio Albe e Lica Steiner presso il Dipartimento di Progettazione di Architettura del Politecnico di Milano, l’autore ha gettato uno scandaglio nel mare dei lavori del più prolifico dei grafici italiani.
I progetti di Albe Steiner (inclusi quelli non realizzati) formano infatti una galassia che spazia dai lavori della clandestinità nella Repubblica dell’Ossola Liberata ai manifesti e opuscoli, allestimenti di mostre, stand e festival per il Pci nel dopoguerra, compresa l’impostazione grafica (dal progetto originale al restyling) di gran parte della stampa della sinistra italiana (“l’Unità”, “Milano Sera”, “Il Contemporaneo”, “Vie Nuove”, “Rinascita”, “Noi donne”, “Movimento operaio”, “Rivista storica del socialismo”, “Studi storici”, “Tempi moderni”, “Problemi del socialismo”);
come pure di riviste quali “L’erba voglio”, “Mondo Operaio”, “Italia contemporanea”, “Edilizia moderna”, “Studi teatrali”, “Stile Industria”, “Domus”, “Cinema nuovo”, “Architettura”, l’americana “Interiors”. Fino a giungere all’immagine coordinata e in particolare ai marchi di note aziende come Coop, Pierrel, penne Aurora.
ALBE STEINER, IL LAVORO EDITORIALE
In dieci anni (1953-1963) di collaborazione fissa con Feltrinelli, Albe Steiner ebbe a che fare con una cinquantina di collane dove uscirono circa un migliaio di titoli pubblicati, senza contare i progetti e gli studi realizzati nei tre anni 1953-1955 di “incubazione” della casa editrice. Grazie all’esame delle carte (lettere, scritti, appunti) e dei bozzetti conservati all’Archivio Albe e Lica Steiner, Zanantoni ha potuto ricostruire con precisione le principali tappe della sua carriera e in particolare il legame di stima e di amicizia con l’editore, ma tempestosamente costellato anche di periodici contrasti e incomprensioni.
Così Giangiacomo Feltrinelli scriveva il 2 giugno 1964: “Caro Albe, nel momento in cui il nostro accordo di collaborazione sta per scadere e si conclude così un periodo di 10 anni di lavoro con la Casa editrice, vorrei esprimerti la mia riconoscenza per tutto quanto in questi anni hai fatto ed hai dato alla Casa. Se oggi le edizioni Feltrinelli hanno un posto primario in Italia ciò è anche dovuto alla veste grafica, all’impronta grafica che hai saputo dare alla nostra produzione”.
Numeri da capogiro, pensando anche all’immensa mole di lavoro svolto (prima, durante e dopo) per altri editori quali Rosa e Ballo, Einaudi, Edizioni Avanti!, Editori Riuniti, La Nuova Italia, Bompiani, Compagnia Edizioni Internazionali, Vangelista sino agli ultimi lavori per la Zanichelli, di cui Albe Steiner riuscì a sobbarcarsi prima della sua scomparsa improvvisa nel 1974.
Ecco perché qui si è scelto di mostrare soltanto alcune delle sue migliori copertine. Per rendergli omaggio abbiamo privilegiato quelle forse meno conosciute (a differenza di quelle celeberrime del Gattopardo o del Dottor Zivago) selezionando le immagini con l’apporto di Lorenzo Grazzani, responsabile ricerche del cdpg Centro di Documentazione sul Progetto Grafico aiap, caratterizzato dall’encomiabile quanto prezioso impegno di dare un assetto storico al pulviscolo di dati (notizie, materiali e fonti) sulla cultura grafica in Italia.
Ma anche con il cortese e prezioso contributo di Paolo Tonini (Studio Bibliografico L’Arengario) che da tempo raccoglie materiale su Albe Steiner.
ALBE STEINER, LA FORMAZIONE
Diplomatosi in ragioneria, nel 1928, alla morte del padre Emerico (cecoslovacco), Alberto (Albe) dovette interrompere gli studi per dedicarsi al mestiere di “progettista grafico”, una figura professionale che negli anni Trenta in Italia era ancora agli albori. Prima entrò nello studio di Nino Pagot, dove nel 1933 (lo stesso anno in cui sboccerà la rivista “Campo grafico”) si fece notare per la progettazione di un pieghevole dei motocicli Atala, fabbrica fondata dal padre.
La formazione di Albe Steiner avvenne in un clima culturale sempre più aperto al rinnovamento delle arti visive, grazie anche alle esperienze del movimento moderno a cui aderivano gli architetti Gian Luigi Banfi, Lodovico Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Rogers, Giuseppe Pagano, Franco Albini, Giancarlo De Carlo, il critico Raffaello Giolli, i pittori e grafici Gabriele Mucchi (grande amico di Steiner) e Luigi Veronesi, Max Huber, Ernesto Treccani, Renato Birolli, Renato Guttuso, Aligi Sassu ecc.
Inoltre c’era vivo interesse per le esperienze delle avanguardie europee, comprese quelle del costruttivismo sovietico (El Lisitzkij) e del Bauhaus, appena chiuso dai nazisti saliti al potere. Imre Reiner, Kate Bernhardt, Max Huber facevano conoscere in quegli anni al pubblico italiano la nuova estetica grafica razionalista e il funzionalismo svizzero con l’apporto originale delle ricerche fotografiche di Antonio Boggeri, presso il cui Studio si formò anche Steiner, nonché le sperimentazioni pittoriche degli astrattisti italiani come Osvaldo Licini, Lucio Radice, Luigi Fontana, Fausto Melotti, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi.
Inoltre il giovane Albe Steiner, sposato con Lica già nel 1938, collaborò e partecipò anche alla prima mostra grafica alla VII Triennale (1940), curata da Guido Modiano, Leonardo Sinisgalli e Giovanni Pintori. “Apparivano chiare – scrive Zanantoni a proposito dello stile di Steiner – le influenze del fotomontaggio recepito dal Moholi-Nagy, da Luigi Veronesi e da Max Huber, le ‘citazioni’ costruttiviste di Rodchenko, di Max Bill, di El Lissitzky, l’uso di due elementi iconografici come la voluta della pellicola e la mano che descrivono e definiscono le curvature dello spazio, il movimento, il fare e lo svolgersi”.
Fotografia che per Steiner non sarà infatti mai fine a se stessa ma un mezzo tecnico di comunicazione nell’elaborazione del messaggio visivo come si vede già negli unici due lavori espressamente firmati nell’autunno 1944 per l’editore Rosa e Ballo: la copertina de Il Signore di Ballantrae di Robert Louis Stevenson, numero due della collana di letteratura “Europea”, diretta da Mario Bonfantini (tredici titoli usciti con la supervisione grafica di Luigi Veronesi, autore anche del marchio dell’editore) e il primo catalogo editoriale della casa editrice milanese attiva tra il 1944-1947.
ALBE STEINER, L’ANTIFASCISMO
Partigiano nelle file del battaglione Valdossola poi militante comunista (anche dopo i fatti di Ungheria), Albe Steiner nutrì un’incrollabile fede nell’ideale socialista a cui concorsero senza dubbio le traumatiche esperienze familiari: aveva undici anni quando fu assassinato lo zio Giacomo Matteotti; dopo l’otto settembre 1943 i nazisti uccisero il suocero (ebreo bulgaro) e altri parenti della moglie Lica giunti in Italia per sfuggire alla deportazione; perse poi il fratello Mino, anch’egli partigiano, deportato a Mauthausen, quindi nel campo di lavoro di Ebensee dove perirà nel marzo 1945.
Strenua fu la sua dedizione (libri, copertine, mostre, museo dell’Aned, Associazione nazionale deportati politici nei campi di sterminio nazisti, a Carpi) nel documentare e ricordare i crimini contro l’umanità perpetrati nei campi di sterminio. Ciò spiega anche l’assoluta intransigenza verso chiunque si fosse compromesso con il nazifascismo.
Ricorda in proposito Massimo Dradi un episodio che risale al 1956: accortosi in fase di allestimento della presenza di un cartellone di Gino Boccasile (che poi fu rimosso), Steiner ritirò per protesta i suoi lavori dalla I Mostra nazionale degli artisti pubblicitari del dopoguerra organizzata dall’Aiap nel maggio- giugno 1956 al Palazzo della Permanente di Milano. “IL POLITECNICO” Dopo la Liberazione Steiner si troverà al centro nell’avventura einaudiana de “Il Politecnico” di Elio Vittorini, un campo dove sperimentare fertili applicazioni di un nuovo e originale rapporto tra testo e immagini giocato sull’alternanza di bianco, rosso e nero.
Quel segno stilistico “costruttivista” (mai del tutto abbandonato anche nei lavori successivi) caratterizza anche la collana “Politecnico biblioteca”, (1946-1949, undici titoli, da Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed a Ragazzo negro di Richard Wright). La comune attribuzione di quelle copertine a Albe Steiner e Huber, entrambi coinvolti nel fervore del lavoro redazionale presso la sede einaudiana milanese di viale Tunisia, rivela la loro sostanziale consonanza stilistica in quel periodo.
Dopo aver impostato l’edizione mensile de “Il Politecnico” (lasciata a Giuseppe Trevisani), Steiner partì con la famiglia in Messico dove tra il 1947 e il 1948 collaborerà con Hannes Meyer, ex direttore del Bauhaus, alla campagna nazionale per la costruzione di scuole e al Taller de grafica popular, officina culturale creata dai pittori Leopoldo Mendez, Diego Rivera, Alfaro Siqueiros onde creare opere grafiche ispirate alla vita politica e sociale messicana e destinate all’informazione e all’educazione del popolo.
Il rapporto con Einaudi riprenderà in modo informale al suo ritorno in Italia nella primavera del 1948. Nelle copertine della seconda serie della collana Universale (maggio 1948), benché la testimonianza dell’editore parli solo di elaborazioni “collegiali” dell’ufficio grafico interno della casa editrice, si ritrovano elementi tipografici tipici steineriani e così pure, attestati dalla sua firma sulle copie d’archivio, nell’impostazione dei primi quattro “Gettoni” italiani.
ALBE STEINER, GRAFICA A SINISTRA
Contemporaneamente Albe Steiner collaborava con “Milano Sera” (1946-1954), il quotidiano filo-comunista diretto da Corrado De Vita che avrà tra i suoi sostenitori il giovane Giangiacomo Feltrinelli, organizzatore e finanziatore anche della Colip, la Cooperativa del Libro Popolare, nata nel 1949, da cui scaturì l’iniziativa di diffondere capillarmente la cultura laica e progressista attraverso classici antichi e moderni con la celebre collana tascabile “Universale Economica”:
all’insegna del canguro furono pubblicati 199 titoli fino al 1954 quando sospenderà le pubblicazioni per trasformarsi nel nucleo di partenza della futura Feltrinelli (che infatti riprenderà le pubblicazioni della “ue” dal numero 201). Quasi certamente Steiner conobbe per la prima volta Giangiacomo Feltrinelli alla redazione de “Il Politecnico” e, sebbene indirettamente tramite gli allievi del Convitto Rinascita e con la mediazione del Partito comunista, cominciò a lavorare per lui almeno tre anni prima della nascita effettiva della casa editrice.
Oltre al lavoro organico iniziato sia per la Biblioteca Feltrinelli (fondata nel 1949 da Giangiacomo Feltrinelli” con lo scopo di costruire un archivio per la raccolta di libri e testimonianze sulla storia del movimento operaio mondiale, diventerà Istituto nel 1960 e Fondazione nel 1974) sia per la nuova casa editrice Feltrinelli, attraverso i contatti con Gianni Bosio, il fondatore di “Mondo Operaio” nel 1953, Albe Steiner accettò l’incarico di studiare la nuova veste grafica della collana ammiraglia “Il Gallo”, nata in seguito alla decisione del Psi di riprendere le “Edizioni Avanti!” (1953-1964).
Albe Steiner impaginò l’interno dei volumi per circa un anno, dal primo volume (il racconto di Francesco F. Nitti, comandante di un battaglione di anarchici durante la guerra di Spagna, Il maggiore è un rosso uscito nell’ottobre 1953), al quinto (Tommaso Fiore, I corvi scherzano a Varsavia, 1954). Fino al 1957 almeno quindici furono le sue copertine (formato 12×16,5 cm), compreso il rifacimento grafico del 1955, caratterizzate da una fotografia oppure un disegno o una composizione che fasciava completamente la veste esterna.
Un filone essenziale dei libri del “Gallo” era la memorialistica antifascista e resistenziale, unita alle prime scioccanti testimonianze dell’esperienza concentrazionaria: il best seller di questa linea della collana fu l’impressionante resoconto di Piero Caleffi della sua prigionia a Mauthausen, uscito nel 1954 con il titolo Si fa presto a dire fame. Il volume ebbe otto tra edizioni e ristampe fino al 1960 e 15mila copie vendute, vincendo il Premio Venezia per la Resistenza nel 1955.
Per Zanichelli (1960-1974) Albe Steiner, anticipando tempestivamente la riforma della scuola media unica, seppe rinnovare con Delfino Insolera l’immagine del libro scolastico italiano. Sono gli anni in cui si dedicò con maggiore impegno all’insegnamento, alla riflessione sulla evoluzione tecnica della professione e alla sua effettiva capacità di incidere nella società. Il segreto della sua straordinaria produttività stava certamente nella padronanza di tutte le fasi del processo di produzione, il che gli consentiva di accorciare i tempi tra l’ideazione di una copertina e la sua stampa.
Sempre Massimo Dradi conserva il ricordo di Albe Steiner quando nel 1960 si recava presso la tipografia milanese Neograf dove allora stampava Feltrinelli: non aveva con sé bozzetti ma un semplice taccuino di appunti, schizzi e materiale sciolto per la riproduzione fotomeccanica. Nessun bozzetto, come Giotto, Albe Steiner non aveva bisogno del “compasso”.
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