La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Augusto De Angelis e il Commissario De Vincenzi

Loris Rambelli, originariamente edito in Charta, 130, pp. 36-41.

Incomincia così il primo romanzo poliziesco di Augusto De Angelis (1888-1944, creatore del Commissario De Vincenzi), uscito con il titolo Il banchiere assassinato: ‘Piazza San Fedele era un lago bituminoso di nebbia, dentro cui le lampade ad arco aprivano aloni rossastri. L’ultima auto s’allontanava lentissimamente dal marciapiede del teatro Manzoni, facendo risuonare sordamente il claxon. Il teatro chiudeva le sue grandi porte nere. Qualche ombra fantomatica traversava la piazza. Due ombre si scontrarono allo sbocco di via Agnello’.

È da qualche minuto passata la mezzanotte e una delle due ombre è il commissario Carlo De Vincenzi che prende servizio di notturna in questura (la questura centrale di Milano aveva sede, allora, in piazza San Fedele, su cui si affacciava anche il teatro Manzoni). L’opera edita nel 1935 col sottotitolo Le undici meno una dalla Casa Editrice Aurora fondata l’anno prima da Gian Dàuli con il tipografo modenese Andrea Lucchi e per la quale De Angelis aveva appena scritto la biografia romanzata Maria Antonietta (1934).

L’ufficio del commissario si trova al pianterreno di palazzo San Fedele, un antico convento dalle “pareti calcinose e umide”. C’è una stufa, che ricorda un po’ quella del primo Maigret. (“La stufa accesa fumava. Dovettero aprir la finestra e l’odore acre del fumo si mescolò all’umidore pesante della nebbia”). Una finestra dà su un piccolo cortile interno e attraverso l’inferriata si vede un “alberello”, come nel “carcere di Reading” descritto da Oscar Wilde.

Nel romanzo Il do tragico (1937), apparso nella “Collana Poliziesca” della casa editrice milanese Minerva, nel cui catalogo figurano ben sei titoli di De Angelis, ritroviamo il commissario mentre percorre il breve tratto di strada che congiunge piazza della Scala a piazza San Fedele. De Vincenzi, indossato l’abito nero per recarsi alla Scala, aveva poi rinunciato al suo progetto perché, proprio all’ingresso del teatro, si era avveduto che davano L’amico Fritz, mentre lui credeva che dessero il Lohengrin.

E, intirizzito dal freddo umido di quella sera decembrina, era corso a rifugiarsi nel suo ufficio, per leggere in solitudine, come soleva fare ogni notte, attendendo l’imprevisto. Le inchieste di questo investigatore sui generis, che non incarna affatto il tipo del poliziotto fascista, si svolgono per lo più in una Milano anni Trenta “rinnovata, purificata, squadrata, laminata” (per usare gli aggettivi dello stesso De Angelis), in “una Milano amara, che pare disegnata da Sironi e percorsa dalle donnine di Dudovich e da derelitti un po’ alla Daniele Fontana” (Alfredo Barberis).

Narrate in quindici romanzi, le cui edizioni originali sono oggi oggetto di culto, si collocano nella bibliografia dell’autore nell’arco di circa un decennio, esattamente dal maggio 1935 all’aprile 1943, alla vigilia della collaborazione di De Angelis, come capo redattore, alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, drasticamente chiusa dopo l’8 settembre. Rappresentano l’ultima produzione letteraria del giornalista-scrittore, riproposto al pubblico italiano nel 1963 da Oreste Del Buono che curò per Feltrinelli uno storico omnibus, Il commissario De Vincenzi.

AUGUSTO DE ANGELIS E IL COMMISSARIO DE VINCENZI, NOTTURNI

Fra gli esterni milanesi prevalgono i notturni, come quello che fa da sfondo al girovagare silenzioso del commissario per le vie del centro in compagnia di un personaggio del romanzo Sei donne e un libro (1936). Infilarono la Galleria. Traversarono Piazza del Duomo, girarono attorno alla Basilica, presero per Piazza Fontana. Non era quella la strada per andare a casa di De Vincenzi, ma lui non aveva più sonno, adesso, e non sognava più il refrigerio delle lenzuola.

Andava e l’altro gli camminava al fianco. Tacevano. Davanti ai Tribunali, una donna li avvicinò e li squadrò in volto sfrontatamente, ammiccando. Poi s’allontanò e canticchiò: ”Io son pacifico […]”. Il caffè dell’angolo era aperto […] Sedettero a un tavolino in fondo. La sala era deserta. Il cameriere sonnecchiava contro una parete. La canzone che canticchia la passeggiatrice (Io son pacifico / tutto è magnifico / ormai la vita so cos’è…) è tratta dal film Tempo massimo, 1934, di Mario Mattoli, interpretato da Vittorio De Sica e Milly.

Piazza Mercanti e la Loggia del Palazzo della Ragione sono fasciate di silenzio e d’ombra. Sedute sui gradini del loggiato, le due guardie notturne sonnecchiano. È comoda fazione quella che han da fare ai libri. Nessuno verrà a rubarli! I neri volumi del Libro dei Libri giacciono sotto il copertone, con tutta la scienza, la poesia, la sapienza del mondo. Qualche gatto vagola tra i banchi. È quasi la parodia di una Risurrezione, con quelle guardie semiaddormentate in primo piano. Solo che qui è entrata la Morte.

E la vittima, che è stata strangolata e poi ricomposta con le braccia incrociate sul petto come su di un catafalco, giace là sotto il copertone delle bibbie, “i neri volumi del Libro dei Libri”. Come ha fatto l’assassino a compiere l’omicidio nonostante le sentinelle? Piazza Mercanti ripropone l’enigma della camera chiusa.

AUGUSTO DE ANGELIS E IL COMMISSARIO DE VINCENZI, VIBRAZIONI

De Vincenzi è un poliziotto che va in cerca di anime (“pescatore di anime” era il commissario Maigret). E dove poter meglio scrutare nel profondo gli esseri umani se non nell’interiore delle loro case? Siano esse casamenti popolari, “cortili, porticati e androni”, con “porte e finestre all’interno, su piccoli terrazzi e ballatoi”, con “ringhiere di ferro, panni tesi ad asciugare, bambini mocciosi, seminudi, donne discinte”; o antiche dimore nobiliari, con portoni di legno massiccio, sormontati da gigantesche cariatidi, sorvegliati da inservienti gallonati d’oro, come il Palazzo degli Omenoni.

Nei suoi sopralluoghi De Vincenzi non cerca impronte e tracce materiali, ma qualcosa di “imponderabile”, eppure di vivo, di “vibrante”, che gli permetta di mettersi in sintonia con ciò che lo circonda. Fermo sul pianerottolo […], irrigidito nel silenzio […], lentissimamente, con metodo, quasi offrendo i pori del suo cranio all’osmosi dell’atmosfera, della luce, delle vibrazioni impercettibili che emanavano da ogni oggetto, cercava di assorbire l’ambiente.

Il suo tormento è quando non riesce a percepire alcuna risonanza. Rimase lunghi istanti in piedi in mezzo alla stanza, a guardarsi attorno. Le persiane e i vetri erano chiusi […]. Cercava di vedere lì dentro Giobbe Tuama […]. Ma non riusciva ad immaginarselo. L’ambiente non mandava vibrazioni, non lo accoglieva, chiuso e freddo, difendeva il segreto di un’esistenza, che s’era tragicamente spenta sotto un banco di libri, sui lastroni di una piazza.

A volte invece l’atmosfera è troppo carica, troppo tesa, intollerabile e De Vincenzi deve fare forza a se stesso per non subirne il fascino, tanto da sentire il bisogno di fuggire perché la mente non vacilli. Via, da quella canonica piena di angoli d’ombra! Da quel crocefisso enorme che palpita sulla parete bianca! Interni come “bare”, come “cappelle ardenti”, con “luci che sembrano fatte per la veglia ai morti”.

La severità del mobilio […] era stata resa ancora più impressionante da coltri di velluto nero gettate sul divano e sulle poltrone e da grandi stamis di damasco tessuto d’argento e d’oro di – stesi sulla mensola e sui piccoli tavoli. Un altissimo vaso di cristallo, lungo e slanciato, reggeva lo stelo di un giglio nero, che si apriva al sommo iridescente. Sopra un tavolo rotondo, in un largo vassoio di vetro rosso, si maceravano tre mostruose orchidee che avevano tutti i colori e tutti i contorcimenti.

Potrebbe essere una delle stanze di Salambò. Potrebbe essere una tavola disegnata da Beardsley per la Salomé. Siamo, invece, nel salotto di un appartamento all’interno di un vecchio albergo di lusso milanese in piazza San Carlo. E non è ancora stato detto tutto. Al centro della camera, su un tappeto rosso, c’è una tigre morta (si chiamava Biulka) e, inginocchiata accanto al lei, una donna il cui vestito di seta nera asseconda la flessuosità del corpo.

“In America, a New York, io facevo il mio numero ai Burlesques, con la tigre… Mi svestivo sulla scena, rimanevamo entrambe nude, Biulka e io.” L’Ippolito dannunziano, “ignudo” sul cavallo “ignudo”, l’uomo e la bestia “fatti una bellezza sola” (Fedra, atto III), Fedra stessa con il suo “passo di lunga pantera”, ridotti a spettacolo di varietà. Se “l’intérieur (commenta Bruno Brunetti citando Benjamin e Kracauer) è l’asilo dell’arte, quello che De Angelis disegna è assumibile come luogo metaforico proprio dell’arte di massa, giacché essa abita appunto lo spazio dell’apparenza, delle forme vuote”.

AUGUSTO DE ANGELIS E IL COMMISSARIO DE VINCENZI, IL DESTINO HA CHIAMATO

Soltanto nei primi due romanzi, Il banchiere assassinato (1935) e Sei donne e un libro (1936), i protagonisti sono tutti italiani, compresi l’assassino e la vittima (in De Angelis le vittime sono personaggi importanti, sono lì a imporre il peso della loro presenza ai vivi, a gettare su di essi la loro ombra, a far precipitare gli eventi). Dal terzo romanzo in poi, Giobbe Tuana & C. (1936), i protagonisti sono tutti stranieri.

Provenienti da ogni parte del mondo, si danno convegno a Milano per consumare l’epilogo di drammi che hanno radici lontane nel tempo e nello spazio. È come se il destino li avesse convocati. E loro non hanno potuto non ubbidire. È l’espediente adottato da De Angelis per poter continuare a scrivere gialli ambientati in Italia, facendo in modo però che i delinquenti risultassero di nazionalità straniera, secondo le prescrizioni imposte dalla censura fascista. Giobbe Tuama è un americano di origine irlandese che, dopo avere commesso reati nel Sud Africa e negli Stati Uniti, si crede al sicuro a Milano, dove vive sotto falso nome, in seno a una comunità evangelica.

Invece un giorno gli appare all’improvviso davanti un uomo, gli fa un cenno. I due si avviano sotto l’arco di via degli Orefici. Il nuovo arrivato gli sta dicendo: “Tu non credevi che io ti ritrovassi!”. Milano diventa così una sorta di città scelta del destino e De Vincenzi, in un certo senso, il ministro di quel destino. “Si viaggia da Milano a Shangai, e da Shangai all’inferno” sulla scia di una preziosa barchetta di cristallo, una sorta di “pietra di luna”, che finisce per approdare a Milano (La barchetta di cristallo, 1936).

AUGUSTO DE ANGELIS E IL COMMISSARIO DE VINCENZI, MICROCOSMI

Un appartamento, un palazzo, un albergo, una casa di mode, una sala da gioco costituiscono le unità di luogo dell’inchiesta. Sono universi chiusi in se stessi, anche se fanno parte della città. Si potrebbe estendere a tutti la caratteristica del Caffè dei Patriotti: “là dentro la vita si arrestava. Eppure il caffè apriva la sue porte a vetri proprio sulla piazza Cordusio, al centro di Milano, là dove più intenso, di giorno e di sera era il movimento delle auto, delle carrozze, dei tranvai, degli uomini e delle donne in corsa frenetica. Un’isoletta in centro alla rapida”.

L’Albergo delle Tre Rose è un caso esemplare: un albergo di terz’ordine, atrio, salotto azzurro, sala del ristorante, sala del biliardo, scalone, scala di servizio, corridoi, le camere dei clienti, sgabuzzino, abbaini sui tetti, tre piani, un angusto cortile interno; i muri del fabbricato sono antichi, un tempo erano le stalle del Castello visconteo. Debolmente rischiarato da lampadine rossastre e polverose, smorte, “gorghi d’ombra negli angoli” (“Non vedete che è un vero e proprio scannatoio, questo?”).

Il tutto immerso nella nebbia, nel buio, nel freddo di “un inverno insolitamente rigido che si è abbattuto anzitempo su Milano”. Il commissario entra nell’albergo, dove su un pianerottolo penzola il corpo di un uomo assassinato e poi appeso a una trave del soffitto, e dà inizio alle indagini, verso le dieci di sera del 5 dicembre 1919 (è la prima inchiesta importante della sua carriera) e ne esce, dopo avere individuato colpevoli e complici, alle otto del mattino del giorno seguente.

Le unità di tempo, di luogo e di azione sono rigorosamente rispettate. Il racconto dell’inchiesta procede “più per quadri scenici che per atti (scrive Roberto Pirani): procedimento che il commediografo De Angelis aveva già sperimentato, ad esempio nella Giostra dei peccati del 1928. Esso permette tempi brevi, rapidi mutamenti, gioco continuo di tensione. […] Sarebbe facile passare dal testo narrativo a quello teatrale”.

A suo agio nell’interrogare gli oggetti e gli interni, il commissario si trova poi spaesato quando gli orizzonti si dilatano fino a investire i grandi giochi politici internazionali e le trame dei servizi segreti, come avviene nei romanzi Il canotto insanguinato e Il candeliere a sette fiamme, entrambi del ’36. “Non a caso (ha osservato Gianni Canova) nelle uniche due occasioni in cui De Vincenzi abbandona i luoghi sicuri e conosciuti della hall d’albergo e della sala da gioco per affrontare i suoi avversari sul terreno aperto, nel fuori della storia e della società, viene clamorosamente sconfitto”.

Al contrario, nello spazio chiuso il tempo si ferma. De Vincenzi vuole invertirne il corso, perché nel passato va cercata la chiave del mistero. E in mancanza di prove e di elementi materiali, non gli resta che “sondare le anime”. Il questore di Roma apprezza il commissario per il suo metodo psicologico (“Lo sapete quel che ha detto Terenzio? L’uomo è tutto pieno di fessure invisibili, dalle quali la vita fugge. Cercate quelle fessure, De Vincenzi!”) e lo vuole nella capitale a dirigere la Squadra Mobile.

AUGUSTO DE ANGELIS E IL COMMISSARIO DE VINCENZI, PICCOLI RICORDI GIORNALIERI

Soltanto a Roma, in una città che non sente sua (benché De Angelis fosse romano), in una città che ha il fascino di una “bellissima donna” (quindi pericolosa per un moralista come De Vincenzi), Milano appare al commissario ingentilita dal ricordo: non più tetra, grigia, nebbiosa, ma addirittura “gaia”.

Anche questo qui – pensava – come San Fedele a Milano, deve essere stato un vecchio convento. Anche questo qui si trova al centro della città, in una piazza; ma quanto diversa da quella così gaia di San Fedele, tutta svolazzi di colombi attorno al buon Manzoni e contro la facciata della chiesa e sui cornicioni di Palazzo Marino. Qui la mole tetra e bigia del Collegio Romano, le strade silenziose che hanno nomi da giaculatoria, l’alta mole, pur bella quanto si voglia ma opprimente, del Palazzo Doria.

Piazza San Fedele non è più il “lago bituminoso di nebbia” descritto in apertura del Banchiere assassinato. Persino l’alberello “gramo” nel cortile interno della questura milanese si riveste tutto di foglie agli occhi della mente.

Almeno a Milano aveva il verde, così pieno di espressione a primavera dell’alberello piantato nel cortiletto […] Ricordava le innumeri volte che lo aveva fissato, con lo smarrimento nel cuore e la confusione nel cervello, e sempre l’alberello […] gli aveva recato […] nuove forze e una più serena visione delle cose.

Del resto, quando se ne andrà da Roma, e se ne andrà perché lo ritroveremo a Milano alle prese con Il mistero delle tre orchidee, possiamo facilmente immaginare ciò che De Vincenzi proverà: lo stesso smarrimento e la stessa nostalgia provate al momento dell’arrivo. Perché è un “sentimentale abitudinario” (così viene definito nel Mistero di Cinecittà) e le partenze, i distacchi dalle cose e dai luoghi in cui è vissuto, gli procurano un sottile turbamento.

Possiamo facilmente immaginarlo anche perché questo è un tratto riconoscibile della sensibilità dello scrittore, ed emerge fin dal suo primo libro, Fra le quinte della guerra (1912) (quella di Libia s’intende, quando De Angelis faceva il corrispondente per “La Stampa” di Torino e “La Vita” di Roma”): le partenze risvegliano “il ricordo del primo arrivo”, “i piccoli dolci ricordi giornalieri”, sopiti, quasi dimenticati (“qui ho dormito, qui ho letto una lunga lettera che mi ha fatto piacere…”), “quei ricordi che rendono dolorosa anche la partenza da una camera d’albergo, anche l’addio ad una casa triste, dove si sia sofferto e si sia pianto”.

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