La storica rivista italiana del Collezionismo di Libri, Grafica & Antiquariato. Charta.

La rivista italiana del Collezionismo: Libri, Grafica & Antiquariato

Tintin, il biondino di Hergé dal 1930

Francesco Rapazzini, originariamente edito in Charta, 126, pp. 72-77.

È un biondino saccente, piuttosto bassotto, sempre affannato e di corsa, seguito da un fox terrier che pensa ad alta voce. Insieme i due vanno in Tibet e in Congo, sulla luna e tra le rovine dei maya, sotto il mare e tra le mummie dei faraoni. Il biondino pettinato alla Charles Trenet – o forse fu piuttosto il celebre cantante d’Oltralpe a “bananarsi” come lui – si chiama Tintin, il cane Milou.

Senza genitori né zii né nonni, Tintin venne al mondo il 10 gennaio 1929 a pagina 4 del supplemento del grande quotidiano cattolico belga “Le Vingtième Siècle”, diretto da un prete illuminato, tal padre Norbert Wallez. Fu questi a domandare al suo giovane grafico Georges Remi, in arte Hergé, di disegnare una nuova striscia per accattivare il pubblico dei ragazzini e incrementare così le vendite del giornale.

Hergé, che all’epoca non aveva ancora 22 anni (era nato il 22 maggio 1907), ci pensò un po’ su, affascinato com’era dai comics che venivano dagli Stati Uniti e che integravano già il testo nel disegno, e decise che il suo personaggio sarebbe stato un giornalista globe-trotter con un animo da boy-scout.

“Perfetto”, sentenziò l’abate e subito lo mise al lavoro chiedendogli di ambientare le prime avventure di questo neo eroe in URSS affinché i suoi giovani lettori prendessero coscienza del pericolo rosso e del terribile ateismo militante dei bolscevichi. Tintin partì così alla volta del “paese della grande menzogna” per dibattersi tra agenti dell’OGPU che cercano in tutti i modi di ucciderlo, si arruola nell’esercito per scoprire le malefatte della propaganda, si accorge che solo i dirigenti comunisti ce la fanno a uscire dalla miseria. Un buon pamphlet, non c’è che dire; Stalin e compagnia sono ben serviti.

Hergé, che ovviamente non aveva messo piede in terra russa, le frontiere erano ancora difficili da varcare, aveva raccolto tutte le informazioni necessarie da Moscou sans voiles, un libro scritto da un ex-console belga in URSS, tal Joseph Douillet. Dal tratto ancora un po’ insicuro, in bianco e nero, Tintin au Pays des Soviets, che era arrivato a far aumentare le vendite del quotidiano di ben sei volte, uscì in edicola ogni giovedì fino all’8 maggio 1930 quando il reporter tornerà sano e salvo a Bruxelles sia sulla carta sia… in carne e ossa.

Hergé aveva infatti montato una specie di happening alla stazione Nord della capitale belga con un giovane scout travestito da Tintin non di – sgiunto da un fox al guinzaglio: centinaia di fans si erano dati appuntamento e avevano freneticamente applaudito l’impacciata controfigura del giornalista.

TINTIN, FAMA E POLEMICHE

Era arrivato il tempo ormai per Tintin di oltrepassare i confini: si ritroverà infatti nello stesso anno pubblicato in Francia da “Coeurs Vaillants”, l’equivalente del supplemento del “Vingtième Siècle”. Qui però le prime tavole furono accompagnate da noiose didascalie che per fortuna un Hergé furibondo riuscì dopo alcuni numeri a far sparire. E sempre nel 1930, in ottobre, venne dato alle stampe il primo album di Tintin, quello che raccoglieva le sue peripezie nel paese dei soviet, il primo di una serie di ventinove.

Seguirono infatti a rotta di collo Tintin au Congo (1931), Tintin en Amérique dove incontra nientepopodimeno che Al Capone (1932) e Les Cigares du Pharaon (1932-1934). Tutti in bianco e nero. Nel 1934 Hergé fece amicizia con un giovane artista cinese, suo coetaneo, venuto a studiare all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles: Tchang Tchong-Jen. È lui che gli ispirerà le avventure del Lotus Bleu apparse sulle pagine del supplemento del giornale cattolico dal 9 agosto 1934 al 17 ottobre 1935.

Tchang trasmetterà a Georges un certo rigore, un approccio più artistico, più profondo, più storico e etnografico. “Fino ad allora non consideravo il mio come un lavoro, ma come un gioco, come una farsa – dirà Hergé stesso qualche anno dopo in un’intervista – Tintin era un divertimento per me, fino al Lotus Bleu. A partire da quell’album mi sono sempre documentato, mi sono veramente interessato alla gente e ai paesi nei quali inviavo il reporter Tintin. Lo feci per un senso di onestà verso i miei lettori”.

Assoldati due collaboratori, divenne, con queste prime raccolte, non solo il più popolare dei fumettari europei – oggi è considerato come il padre del genere del Vecchio Continente – ma riuscirà ancora e addirittura a scatenare, e questo ben settanta anni dopo la loro prima pubblicazione, polemiche e pettegolezzi. Hergé razzista, antianimalista e omosessuale: è così che viene tacciato dai neo politically correct, coloro che ci vogliono far vivere in un mondo asettico con addosso degli occhiali che ci rendono ancora più miopi e più imbecilli di quanto già umanamente non siamo.

Nel 2007 in Inghilterra Tintin au Congo, considerato razzista, è tolto dagli scaffali delle librerie. Non si capisce – non si vuole capire? – che il fumetto fu scritto tra il 1930 e il 1931 e riflette un’epoca trionfalista coloniale: è uno spaccato storico della mentalità paternalistica dell’epoca nei confronti dei Neri che barlano gosì, che digono ciufciuf per treno e sono dei buffi creduloni pronti a idolatrare nuovi feticci tra i quali pure Milou e il suo padrone.

Hergé era belga, il Congo una sua colonia… Tintin, nello stesso album, accoppa senza pietà una quindicina di gazzelle, uno scimmione, un gran serpente, un elefante, una giraffa e un rinoceronte. Una carneficina, è vero: ma non era l’epoca dei grandi safari? Lo spirito animalista, è bene ricordarlo, non è apparso che molto, ma molto tempo dopo.

TINTIN TRA SCOUT E NAZISTI

Più complessa è la faccenda legata all’omosessualità di Tintin o addirittura a quella di Hergé che si era sposato nel luglio 1932 con Germaine Kieckens, matrimonio celebrato e benedetto da padre Wellez. Di età indefinibile, tra i 14 e i 17 anni anche se guida automobili e aerei, Tintin ha un’età mentale di un tredicenne. Ed è questo ciò che piaceva e piace ai suoi lettori.

Curioso al limite del parossismo, coraggioso, naif e in perpetua lotta contro il Male, Tintin vive in un mondo prettamente maschile tra il barbuto capitano Haddock (sul quale fiumi d’inutile inchiostro sono stati versati da psicologi e psicoanalisti per spiegare il rapporto padre-figlio, amante, mentore, protettore che lo legava al giovane giornalista), e tra il professor Tournesol e i due pasticcioni Dupondt.

Non si conoscono infatti figure femminili al suo fianco, tranne la Castafiore, l’urlacciante spaccatimpani, stupida al limite della caricatura. Il problema, se mai c’è stato un problema, arriva con Tchang. Hergé frequenterà quello in carne e ossa fino allo scoppio della seconda guerra mondiale quando il cinese tornerà in patria facendo perdere le sue tracce; quello su carta, invece, non solo sarà il tenero protagonista del Lotus Bleu ma ritornerà in un’altra avventura, scritta nel 1960: Tintin au Tibet, “una storia d’amore… cioè d’amicizia”, come confesserà in un lapsus lo stesso Hergé in un’intervista televisiva nel 1973.

E se i due veri protagonisti hanno potuto reincontrarsi solo nel 1981 – Tchang viveva a Shanghai dove insegnava scultura in un’accademia d’arte – la loro storia ha dato vita nel 2012 a un fumetto, Georges & Tchang: une histoire d’amour di Laurent Colonnier, dove la relazione amorosa è messa in primo piano. Ancora una volta si è estrapolato il contesto del vissuto di Hergé per speculazioni più o meno vane: Hergé è stato boy-scout e uno dei primi valori inculcati tra i giovani adepti è quello dell’amicizia vera, profonda ed eterna; valore che Hergé ha sempre trascritto e trasposto nelle sue tavole utilizzando a questo fine Haddock, Tchang e tutti gli altri personaggi che via via Tintin incontrava nelle sue missioni.

Comunque sia, Hergé ha avuto altre gatte da pelare durante la sua vita. Gatte ben più importanti che queste appena citate: è stato in effetti accusato soprattutto, e stavolta non certo a torto, di antisemitismo e di collaborazionismo con i nazisti durante l’occupazione. Hergé, che aveva già manifestato anni prima le sue simpatie per i cattolici ultranazionalisti anticomunisti vicini a Hitler e Mussolini – ne aveva disegnato i cartelloni di promozione elettorale – pubblicò le sue strisce nel quotidiano “Le Soir” controllato dai tedeschi dal 1940 al 1944, visto che “Le Vingtième Siècle” aveva dovuto chiudere i battenti.

Nelle avventure dell’Étoile mystérieuse (1943), per esempio, oltre a trovare rappresentati due arpagoni ebrei dai tratti somatici ridicolizzati all’estremo come voleva la propaganda nazista, Tintin è persino alla testa di un gruppo di “buoni” – formato dai paesi neutrali o alleati ai tedeschi – contro le forze del male dirette da Blumenstein, un banchiere americano ebreo.

Alla Liberazione, quando l’Alto comando delle Forze Alleate lo fece interdire impedendogli qualsiasi pubblicazione, Hergé, arrestato quattro volte, fu salvato da un suo amico partigiano e editore, Raymond Leblanc: fu lui ad affidargli la direzione artistica di un giornaletto per ragazzi, “Le Journal de Tintin”, che vide la luce nel 1946 e che pubblicherà a episodi le nuove avventure del biondo eroe. A colori.

TINTIN A COLORI

Hergé non era nuovo a questa tecnica poiché durante il conflitto l’editore Casterman – colui che pubblicava i suoi album sin dall’inizio – gli chiese già di farlo e, al tempo stesso, gli domandò pure di ridurre la foliazione delle sue storie visto che c’era penuria di carta. A partire dal 1946 Hergé si metterà ormai a lavorare per Tintin su due fronti. Nel primo riprenderà le sue vecchie storie, ne correggerà gli errori, le aberrazioni politiche e le goffaggini grafiche, le colorerà, le accorcerà e le farà editare via via da Casterman.

Sull’altro versante, ne creerà di nuove: Le Temple du Soleil, Tintin au pays de l’or noir, Objectif Lune, On a marché sur la Lune… In tutte Tintin, che piano piano da reporter diventa piuttosto un detective anche contro il proprio volere, salta, corre, spara, spia, si nasconde, parla, nuota, e di nuovo salta e corre. Senza sosta. Ma Hergé non si divertiva più.

“Quando dico che sono disincantato, dovrei invece dire che sono stanco – scrisse in una lettera alla moglie nel 1947 – Sono stanco di questi elogi; sono stanco di rifare per l’ennesima volta la stessa gag. Ciò che faccio non risponde più a una necessità. Non disegno più come respiro, come era il caso ancora poco tempo fa. Tintin, non sono più io.”

Ma tant’è, il successo era ogni volta dietro l’angolo anche se Walt Disney non accettò di trasporre sullo schermo le avventure di Tintin quando Hergé, nel 1948, glielo propose. E visto che i problemi arrivano sempre a braccetto, dopo la crisi col lavoro, spuntò quella del matrimonio: Georges e Germaine si lasciarono nel 1959 – divorzieranno però solo nel 1977 – quando lui si accasò con Fanny Vlamynck.

Sono gli anni, questi, nei quali Hergé si concentrò soprattutto sul merchandaising del suo eroe – statuette, portachiavi, tshirt, adesivi e via dicendo –, nel rivedere e nell’attualizzare le riedizioni, nel seguire le traduzioni (in quarantanove lingue e in quarantatré dialetti vari), nell’ottenere onorificenze e riconoscimenti. Il 13 aprile 1976 Hergé terminò Les Picaros, un’avventura nell’America latina – ambientazione già utilizzata in L’Oreille cassée – e decise che la prossima storia si sarebbe svolta tutta in un aeroporto. Ma Tintin et l’Aleph-Art si interruppe alla tavola 42: Hergé malato da tempo di leucemia si spense a Bruxelles il 3 marzo 1983. Aveva 76 anni.

TINTIN POST HERGÉ

Di Hergé esistono ritratti e foto in ogni epoca della sua vita, ma alcuni autoritratti sono, forse, se non i più riusciti, almeno i più spassosi. Un po’ come Alfred Hitchcock che amava fare delle comparsate nei suoi film, Hergé si divertiva ad apparire in alcune sue vignette: in Tintin au Congo lo si vede nella prima tavola mentre saluta l’eroe che parte in treno, lo si ritrova in Le Sceptre d’Ottokar in 7 Boules de cristal e infine nell’Affaire Tournesol: biondo, alto, magro. Un signore elegante, tutto sommato. Oggi, a trent’anni dalla sua morte, la sua stella continua a brillare.

Ogni anno nel mondo sono venduti tre milioni di album (duecento milioni dalla sua prima edizione), il 44 per cento delle famiglie francesi possiede sui propri scaffali almeno una sua storia e adesso ci si è messo pure il cinema. Di film su Tintin ce ne sono già stati – sia cartoon sia con attori veri – ma nessuno aveva ottenuto alcun consenso.

Nel 2011, invece, è uscito nelle sale e stavolta apprezzato da pubblico e critica il primo capitolo della trilogia che Steven Spielberg ha deciso di girare su di lui. In 3D, Il segreto dell’Unicorn, ha visto nel ruolo del biondino Jamie Bell e in quello del capitano Haddock Andy Serkin. Quest’anno Spielberg e Peter Jackson, il regista della serie sull’Hobbit di Tolkien, attaccheranno la seconda parte. Secondo la scaletta di marcia dovrebbe essere pronta per il 2015. E se il successo, come diceva qualcuno, si misura dalle scopiazzature e dalle contraffazioni, Tintin ne conta di innnumerevoli.

Tra tutte, le parodie disegnate dal regista anarchico belga Jan Bucquoy a sfondo prettamente sessuale, anzi pornografico (La vie sexuelle de Tintin e Le mariage de Tintin), fanno da contraltare a quelle più ironiche e straordinariamente ben scritte di Roger Brunel (Tientein en Bordélie) o a quelle erotiche di Charles Callico (Tintin à Paris e Tintin en Suisse), per non citare quelle del disegnatore belga Baudouin de Duve che si nasconde dietro lo pseudonimo di Bud E. Weyser (Tintin en Thailande) e che furono sequestrate dalla polizia, intervenuta dietro denuncia degli eredi di Hergé, provvedimento che, come succede sempre in questi casi, offrì un’insperata pubblicità a Weyser. Il suo album è ormai ricercatissimo tra i collezionisti.

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