Patrizio Mazzanti, originariamente edito in Charta, 126, pp. 60-65.
Un po’ di Storia del Turismo: quando per la prima volta venne aperto al pubblico un museo? Nel 1471, quando Papa Sisto IV donò “al popolo romano” un nucleo di opere d’arte antiche, fino ad allora conservate nel palazzo del Laterano, perché venissero esposte in Campidoglio, dando vita ai Musei Capitolini.
All’epoca esistevano altre grandi raccolte, soprattutto nelle capitali dei tanti Stati italiani, ma destinate ancora per molti anni a restare private. Una delle più importanti e famose, quella di Lorenzo il Magnifico, già strutturata prima della sua morte nel 1492, infatti prenderà forma di museo solo nel 1785 in pieno clima illuminista. Grazie alle idee del Secolo dei Lumi le grandi raccolte artistiche dinastiche o collezionistiche finalmente si trasformeranno in musei aperti al pubblico, col riconoscimento del valore didattico e culturale dei beni artistici, soprattutto antichi.
Ecco perché è proprio nella seconda metà del Settecento che appaiono i primi biglietti d’ingresso. La visita e il godimento delle raccolte non erano più un omaggio riservato a persone conosciute o potenti, ma a poco a poco diventeranno un diritto: seguendo regole precise, si poteva ottenere il permesso e si era liberi di visitare e “istruirsi”.
I primi veri e propri biglietti d’ingresso conosciuti erano dei piccoli documenti cartacei, in parte prestampati, che venivano rilasciati al richiedente; di solito erano intestati a un titolare e a un certo numero di persone al suo seguito. I visitatori erano in genere persone di alto livello sociale che viaggiavano sempre “in compagnia”, una sorta di piccola corte.
STORIA DEL TURISMO, A NAPOLI
Il biglietto di ingresso più antico finora conosciuto è relativo alla visita della Reggia di Capodimonte a Napoli, dove i Borboni dal 1758 avevano trasferito le collezioni d’arte, dando loro una sistemazione più scientifica e didattica. La grande collezione Farnese arrivò a Napoli portata da Carlo di Borbone quando da duca di Parma diventò re di Napoli: essa costituiva un importante nucleo, incrementato in modo straordinario dagli scavi di Pompei ed Ercolano che in quegli anni erano molto attivi e si scoprivano tesori a ritmo sostenuto.
Nella seconda metà del Settecento Napoli era una delle più grandi e moderne capitali europee, e molti erano i viaggiatori anche stranieri che si spingevano fino al golfo, attratti soprattutto dagli scavi e dal rinnovato interesse per l’antichità e la romanità in particolare. Il Neoclassicismo nacque anche grazie a questi ritrovamenti e alla diffusione dei reperti artistici che prendendo la via delle grandi capitali europee serviranno da modello estetico per le arti.
La passione per gli scavi archeologici divenne così sempre più diffusa e, agli inizi dell’Ottocento, le richieste di visitare Pompei venivano inoltrate al Ministero dell’Interno da parte dei viaggiatori tramite i vari consoli e ambasciatori residenti. È interessante notare che dopo pochi decenni dalla dichiarazione di indipendenza, ci fosse già un console degli Stati Uniti, anche lui impegnato a istruire pratiche per i (pochi) viaggiatori americani a Napoli.
STORIA DEL TURISMO: TIPOLOGIE DEI BIGLIETTI DI INGRESSO
I biglietti di ingresso dalla loro nascita fino alla fine dell’Ottocento avevano un aspetto abbastanza omogeneo dove prevaleva il lato funzionale della loro natura di semplice ricevuta: erano perciò stampati in tipografia, con pochi fronzoli, dignitosi e seri, come prevedeva la buona burocrazia dell’epoca. Questa caratteristica vale anche per gli altri paesi europei che in generale partirono più tardi a rendere pubbliche le collezioni d’arte (Gemäldegalerie Dresda 1746, Louvre 1793, Alte Pinakotek Monaco 1836, National Gallery Londra 1824/1838).
Soltanto nel Novecento cominciano a comparire le illustrazioni nei biglietti. Antenate delle illustrazioni sono le foto formato cabinet che venivano trasformate in biglietti permanenti, una sorta di moderni “pass” per i partecipanti alle Grandi Esposizioni. Per trasformare il cartoncino della foto in biglietto si usava incollare un talloncino con data e nome dell’espositore, oppure con le impressioni a secco di tali informazioni.
La prima esposizione d’arte decorativa del 1902 a Torino non poteva che avere un biglietto parlante: è l’esposizione che porta in Italia il nuovo linguaggio del Liberty. Negli anni seguenti compariranno biglietti sempre più “belli” che, attraverso una ricerca grafica originale e creativa, assumevano l’aspetto di veri e propri manifesti in formato ridotto.
Qualche volta i biglietti erano firmati da illustratori famosi, ma più spesso erano anonimi, pur raggiungendo comunque un ottimo livello grafico. Alla fine dell’Ottocento e soprattutto nel nuovo secolo, anche grazie all’evoluzione dei metodi di riproduzione, i biglietti assumono aspetti interessanti. Ne sono un esempio i biglietti cumulativi per visitare i monumenti di San Gimignano, una piccola città che evidentemente da tempo guardava alla qualità della sua offerta turistica, anche nei piccoli particolari.
La diffusione di biglietti illustrati (o quanto meno con un’immagine tipografica gradevole) darà loro il valore aggiunto di oggetto di promozione, di ricordo di un viaggio meritevole anche di essere conservato in un libro o in una guida. Quando a distanza di anni i biglietti escono dai libri in modo fortuito presentano una perfetta conservazione, per la felicità di appassionati collezionisti e raccoglitori.
STORIA DEL TURISMO, BIGLIETTI CUMULATIVI
Già nei primi anni del Novecento centri turistici grandi e piccoli cercavano, attraverso l’introduzione di biglietti cumulativi, di aumentare l’offerta turistica. Collegando monumenti minori a quelli di maggior richiamo si voleva soddisfare un sempre più elevato numero di turisti promuovendo anche siti poco conosciuti dove talvolta si celavano tesori straordinari.
Sostanzialmente esistono due tipi di biglietti cumulativi: i più comuni sono quelli che si presentano come una unica pagina illustrata con i vari monumenti e spazi predisposti dove i custodi segnano i vari ingressi; i più rari invece sono quelli a libretto dove a ogni pagina corrisponde un tagliando che viene staccato all’ingresso di ogni luogo (così al turista resterà il libretto matrice).
Dal punto di vista estetico si potrebbe fare inoltre un’altra distinzione: libretti con copertina curata, firmata dal disegnatore, ma con biglietti interni molto semplici recanti la descrizione del monumento, come quelli di Spoleto degli anni Venti (D. Diano); viceversa altri libretti associano una copertina molto semplice a biglietti splendidi, con riproduzioni di acquerelli dei vari monumenti da visitare, come il biglietto cumulativo ai musei comunali veneziani degli anni Trenta (A. Sezanne).
Un cenno a parte merita il confronto tra il biglietto cumulativo per la visita ai monumenti di Fermo e quello di Nimes: sono della stessa epoca – circa 1960-70 – e presentano una tale somiglianza grafica che è difficile pensare al caso. Pare un plagio bello e buono; quale delle amministrazioni abbia copiato l’altra non è forse molto importante, comunque solo Nimes ha continuato per decenni a usare quel tipo di biglietto.
STORIA DEL TURISMO: IL BIGLIETTO DEL MUSEO DI CAPODIMONTE

Napoli, Museo di Capodimonte, 12 marzo 1792. A tutt’oggi questo è il biglietto più vecchio conosciuto dall’autore. Il Palazzo di Capodimonte venne fondato da Carlo di Borbone nel 1738 come casino di caccia e poi come adeguata sede delle collezioni d’arte ereditate dalla madre Elisabetta Farnese. Dall’apertura nel 1759 al 1806 le collezioni erano note anche con il nome di museo Farnesiano. Questo è un permesso personale di visita rilasciato a D. Giovanni, D. Pietro, D. Francesco Labonia, D. Fedele de Novellis e D. Raffaele Giuvanna. Firmato dal principe Spinelli di Tarsia per conto di Ferdinando IV di Borbone
IL MAMMUT DEL PEALE MUSEUM

Questo piccolo biglietto testimonia la straordinaria vicenda di uno dei primi musei degli Stati Uniti. Charles W. Peale, pittore e uomo di cultura poliedrico, fondò un museo privato a Philadelphia intorno al 1785, raccogliendo soprattutto minerali e fossili. Nel 1801, appoggiato dalla Philosophical Society e dall’amico Thomas Jefferson – terzo presidente degli Stati Uniti – scavò le ossa di un mammut (o mastodonte americano), ricomponendo poi lo scheletro nel museo. Il successo fu enorme.
Anche dopo che per diverse vicende il museo venne prima trasferito a New York e poi a Baltimora, il grande scheletro rimase l’attrazione principale, tanto che in questo biglietto si cita il peso delle ossa esposte. Il biglietto risale al periodo 1830- 1839. Il Peale Museum è l’antenato di due importanti musei statunitensi: l’American Museum of Natural History di New York e il Baltimore Museum of Art.
BIGLIETTI SOGGETTI ALLE MODE
Ci sono monumenti che nel giro degli ultimi settanta-ottant’anni hanno cambiato più volte la grafica dei loro biglietti, adeguandosi al cambiamento del gusto e delle mode: per esempio i monumenti del Campo dei Miracoli di Pisa, i monumenti di Volterra – soprattutto il Museo Guarnacci – e il pozzo di San Patrizio a Orvieto. Altri invece hanno mantenuto per molti decenni lo stesso cliché cambiando solo il prezzo come il Palazzo Te a Mantova, la Casa di Raffaello a Urbino, la Casa di Michelangelo a Firenze, la Solfatara a Pozzuoli.
Una curiosità storica riguarda i biglietti statali con l’emblema del fascio littorio che talvolta hanno mantenuto la loro validità anche dopo la guerra: evidentemente ne erano state stampate grandi quantità, e il fatto che durante gli ultimi anni del conflitto il numero dei visitatori fosse crollato spiega il mancato consumo delle scorte. Questi biglietti, piuttosto rari, riguardano monumenti sparsi per l’Italia: Cappelle Medicee a Firenze, Teatro Greco a Taormina.
Ci sono poi biglietti che denotano un’attenzione e una disponibilità economica notevole: consistono in un cartoncino che reca in parte le informazioni a stampa e in parte uno spazio vuoto, destinato a contenere la riproduzione di un’opera rappresentativa del museo. Esempi sono dati dal Museo Poldi Pezzoli a Milano, dai musei di Palazzo Bianco e Palazzo Rosso di Genova. Un’ulteriore storia raccontano i primi biglietti della casa museo Poldi Pezzoli.
Nel 1881, all’apertura del museo, il quadro top della collezione – ritratto di donna – era considerato opera di Piero della Francesca; poi in quegli anni di grande fervore critico l’attribuzione venne contestata da più parti, così nei primi anni del Novecento venne prima assegnata ad Antonio del Pollaiolo, poi anche al fratello Piero e tuttora il quadro è variamente attribuito a entrambi i fratelli. Purtroppo i biglietti successivi non furono più illustrati. Dello stesso tipo – a illustrazione incollata – è un raro biglietto per la salita sulla Tour Eiffel.
Nei primi dieci anni dalla costruzione il biglietto conteneva una vera foto (all’albumina), e serviva da ricordo di quella che doveva essere una straordinaria esperienza.
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