Corrado Farina, originariamente edito in Charta, 124, pp. 28-32.
Ricorre in questi giorni il cinquantesimo compleanno di Diabolik, nato nel novembre 1962 da una famiglia singolare e in anticipo sui tempi, formata da due madri e nessun padre. Su questa rivista, salvo errore, se ne parlò solo una volta e abbastanza di sfuggita (cfr. CHARTA, n. 52, pagg. 68-69), e poiché la sua strada incrociò anche se per breve tratto la strada di chi scrive, sembra inevitabile che in queste righe, contravvenendo alla norma, si apra un piccolo squarcio autobiografico.
La cosa avvenne quasi mezzo secolo fa, tra la fine del 1964 e l’inizio del ’65. Aveva appena visto la luce del tubo catodico la mia prima serie di Caroselli pubblicitari, con Tiberio Murgia che concludeva lo spettacolino con la frase “Miscela Lavazza… musica è!”. Le sceneggiature erano state scritte da un singolare personaggio oggi scomparso di nome Pier Carpi, di cui restano tracce labili quanto sulfuree nel mondo del cinema, del fumetto e della letteratura esoterica.
Egli collaborava anche alla stesura delle storie di un certo Diabolik, comparse nelle edicole poco più di un anno prima in una serie di libriccini decisamente anomali, che traghettavano i fumetti e il classico “formato Topolino” dal regno adolescenziale dei cosiddetti “giornalini” a quello ancora vergine del fumetto per adulti.
La sua proposta di collaborazione trovò porte aperte nel sottoscritto, ancora incerto se assecondare il proprio amore per il cinema o quello per il fumetto; sicché presi un treno per Milano, entrai in un rispettabile palazzo umbertino di piazzale Cadorna e mi trovai improvvisamente proiettato in una sequenza di Arsenico e vecchi merletti.
È questo, lo ricorderete, uno storico film con Cary Grant in cui due deliziose vecchiette uccidono con il veleno i loro pensionanti per facilitarne il passaggio a un mondo migliore, provvedendo poi a seppellire i corpi in cantina. Orbene, Angela e Luciana Giussani non erano anziane come le arzille vecchiette del film, ma parlavano con lo stesso disarmante candore di stragi, assassini e cadaveri, discettando signorilmente, davanti a una tazza di tè, sul fatto che un certo personaggio andasse eliminato con la cicuta, un colpo di calibro 45 o un coltello nella carotide; il che, converrete, non è proprio il tipo di discorsi che sogliono fare le distinte signore della Milano-bene.
DIABOLIK: LE MADRI
Angela Giussani era nata a Milano nel 1922. Aveva fatto in gioventù la modella per fotografie di moda e pubblicità, e una foto dell’immediato dopoguerra ce la mostra effettivamente in una posa e un abbigliamento da pin-up, mentre sorride maliziosamente all’obiettivo del fotografo Luxardo; ma non si era fermata lì, aveva praticato molti sport, preso il brevetto di pilota d’aereo e nel 1949 sposato Gino Sansoni.
Era questi un editore d’assalto, specializzato in fascicoli da edicola “sigillati”, grondanti in copertina promesse fotografiche (donne in reggicalze, in guepière o anche meno, con pecette nere sui punti strategici) e testuali (“Orge e ragazze squillo” o “I misteri delle alcove del Kremlino”) che l’interno si guardava poi bene dal mantenere. Non era molto, ma nell’Italia povera del dopoguerra tanto bastava per attizzare i sogni erotici dei maschi in età ormonale.
Angela aveva collaborato per qualche tempo con il marito, ma poiché le sue donnette peccaminose non la gratificavano più di tanto aveva prima cercato di affiancare loro una collana di libri per ragazzi e poi fondato una casa editrice tutta sua chiamata Astorina, puntando arditamente sulle storie a fumetti.
Dopo un primo tentativo fallito – le avventure del pugile americano Big Ben Bolt, importate dagli Stati Uniti – aveva fatto centro al secondo colpo con un criminale “fatto in casa” chiamato Diabolik. Le fonti divergono sull’origine dell’idea: chi dice che le sia capitato fra le mani un romanzo di Fantomas, chi dice che vedendo ogni mattina dalla finestra del suo ufficio i pendolari che sciamavano dalla Stazione Nord abbia pensato a qualcosa di agile e non impegnativo da mettere loro fra le mani nelle tediose trasferte quotidiane.
Come che sia, il 1° novembre 1962 compare a sorpresa nelle edicole un libriccino a fumetti intitolato Il re del terrore, scritto dalla stessa Angela e recante in copertina, sotto la scritta “DIABOLIK”, due occhi di ghiaccio in primissimo piano che terrorizzano una giovane donna urlante. Soprattitolo, tanto per togliere ogni dubbio residuo, “Il fumetto del brivido”.
Sequestrato e severamente attaccato da tutti i giornali, il nuovo personaggio ne ricava una pubblicità che nessun ufficio stampa sarebbe mai riuscito a dargli, e diventa il primo anello di una catena che continua a tintinnare ancor oggi. Il clamoroso successo fa sì che Angela chiami a darle una mano la sorella Luciana, di sei anni più giovane e già miss Sorriso 1948. L’insolita coppia scrive tutte le sceneggiature delle prime avventure di Diabolik, circondandosi poi, col passare dei mesi e degli anni, di una selva di collaboratori pur senza mai rinunciare alla supervisione di ogni singola storia.
Alcuni nomi “storici”? Per i disegni Angelo Zarcone, Brenno Fiumali ed Enzo Facciolo (che nel 1963 dà la definitiva connotazione grafica al personaggio); per i testi, il Pier Carpi di cui sopra, un giovanissimo Alfredo Castelli (non a caso recente curatore di uno splendido volume antologico su Fantomas) e Mario Gomboli (attuale titolare della testata dopo la morte delle due sorelle, avvenuta rispettivamente nel 1987 e nel 2001).
Non cito il sottoscritto, perché il suo contributo alle avventure del “re del terrore” si ridusse a scrivere due sceneggiature, poi sprimacciate in una sola (L’artiglio del demonio, marzo 1965) dall’inflessibile coppia di “registe”; e a suggerire il nome dell’ancor poco noto Mario Bava (“Mario chi…?”) per l’eventuale film su Diabolik di cui si incominciava a parlare e di cui si riferisce in questa pagina.
DIABOLIK, CHI SEI?
Ma insomma… Diabolik, chi era costui? All’origine era una semplice riproposta, aggiornata di mezzo secolo, del Fantomas di Pierre Souvestre e Marcel Allain che negli anni Dieci aveva fatto furore in Francia e da noi con una serie di truci romanzi “neri”: erede degli eroi negativi dei feuilletons ottocenteschi, contraltare “cattivo” del connazionale Arsenio Lupin, Fantomas era un criminale assassino privo di scrupoli e di ogni senso morale, che rubava e uccideva a cuor leggero chiunque si frapponesse fra lui e il compimento dei suoi disegni.
Il Diabolik degli inizi ne fu una fedele versione a fumetti, ed è facile capire quanto un eroe così negativo abbia suscitato scompiglio e riprovazione nella perbenistica Italia democristiana, utilizzando oltretutto un veicolo editoriale, il fumetto, che fino a quel punto era stato riservato ai bimbi e agli adolescenti. La stessa Luciana Giussani in una intervista ammise:
“In effetti bisogna riconoscere che nei primi anni Diabolik era una feroce carogna… però non lo era mai per il piacere di esserlo ma sempre con uno scopo preciso…” (e resta da vedere, naturalmente, quanto la cosa consolasse le sue vittime in agonia). Si è già detto dei sequestri che accompagnarono i primi numeri, sequestri il cui solo risultato fu di diffonderne il successo e di aprire la strada a una pletora di imitatori ancora più sadici e violenti del modello originale.
Fu da qui che nacque il filone del cosiddetto “fumetto nero” per adulti, dal quale le sorelle Giussani si affrettarono peraltro a prendere le distanze, togliendo alla loro creatura la ferocia del serial killer e trasformandola a poco a poco in una sorta di giustiziere, in lotta non più e non solo con le forze dell’ordine, capitanate dall’ispettore Ginko, ma con mafiosi, trafficanti di droga, pedofili, politici corrotti e mercanti di schiavi.
Lo stesso sottotitolo della serie, “Il fumetto del brivido”, dopo un paio d’anni diventò “Il giallo a fumetti”. Anche quando il ’68 proclamò il libero amore e il “fumetto per adulti” imboccò la strada dell’accoppiata “sesso & violenza”, Diabolik rimase rigorosamente monogamo, fedele fino alla noia a quell’Eva Kant che gli era stata accanto fino da una delle prime avventure (L’arresto di Diabolik, marzo 1963).
Bionda, bellissima, con gli occhi verdi, Eva incarnava tutti i sogni degli italiani e le aspirazioni delle italiane: e anche quando Isabella Duchessa dei diavoli e le sue epigoni incominciarono a spogliarsi fino ai limiti concessi dalla censura, lei non andò mai, salverrore, al di là di una tuta aderente o di una peraltro pregevole scollatura.
Se siamo arrivati al cinquantesimo compleanno del personaggio in calzamaglia nera, vivo e vegeto non solo in edicola (con storie nuove, reprint a ripetizione di quelle vecchie, romanzi e numeri speciali a colori) ma in versioni radiofoniche, film di animazione, romanzi e digitalizzazioni per iPad, oltre che in gadget e merchandising di tutti i generi, il merito va probabilmente alla puntigliosità delle creatrici originali, trasmigrata in mezzo secolo di vita in colui che ne ha raccolto il testimone, ovvero il già citato Mario Gomboli.
E tale è l’adesione al modello originario che non ci si stupirebbe di apprendere che ogni notte gli appaiano in sogno le due sorelle Giussani, sempre più simili anche nell’aspetto alle impagabili vecchiette di Arsenico e vecchi merletti, per tirarlo per i piedi e rivedergli le bucce delle storie che va pubblicando.
DIABOLIK: IL FILM
Quando diresse Diabolik, nel 1968, Mario Bava era noto soltanto a una ristretta cerchia di amanti del cinema gotico, grazie a La maschera del demonio (1960), suo folgorante film di esordio; ma aveva alle spalle una lunga e onorata carriera di direttore della fotografia e possedeva un geniaccio indiscusso per la realizzazione degli effetti speciali, quando ancora si facevano con le mani e non con il computer.
Messo di fronte al personaggio di Diabolik, avrebbe voluto realizzare un film il più fedele possibile al fumetto degli inizi, mantenendone le atmosfere cupe e la carica di violenza; senonché la produzione passò dalle mani di Tonino Cervi a quelle di Dino De Laurentiis, il quale, temendo grane con la censura, preferì smorzare i toni cupi e virare verso i film “alla James Bond”, che all’epoca facevano registrare incassi da capogiro.
Bava fu costretto suo malgrado a prendere le distanze dalle atmosfere “noir” che gli erano più congeniali, e puntò su una rilettura pop dei codici del fumetto, giocando da par suo col colore, le scenografie, i costumi e gli effetti speciali realizzati in prima persona.
All’epoca il film deluse le aspettative, ma a quasi mezzo secolo di distanza viene invece considerato uno degli esempi più interessanti del nostro cinema pop a cavallo degli anni ’60-’70, insieme a una pattuglia di titoli di cui fanno parte La decima vittima di Elio Petri (1965), Col cuore in gola di Tinto Brass (1967) e Baba Yaga di Corrado Farina (1973).
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