Corrado Farina, originariamente edito in Charta, 142, pp. 56-61.
Chi non ama e non ha mai amato Paperino alzi la mano e non proceda oltre nella lettura di queste note su Carl Barks. Più sfigato e irascibile di Topolino, che con il passare degli anni è diventato quasi insopportabile nella sua supponenza piccolo-borghese, il papero vestito alla marinara ha da tempo convogliato su di sé le maggiori simpatie dei frequentatori dell’universo disneiano. Nell’arco di ottant’anni ha subito parecchie metamorfosi, sia fisiche che caratteriali, passando da comprimario a protagonista, da volonteroso pasticcione con il becco lungo al tempo del new deal rooseveltiano alle versioni dark e nostrane di Paperinik e PK, più in sintonia con i tempi ribaldi e dissociati in cui oggi viviamo.
Fra questi due estremi si colloca però la sua stagione d’oro, identificabile con colui che ne ha scritto e disegnato le storie a fumetti per un quarto di secolo, dando vita a una delle più straordinarie saghe della storia dei comics.
IL FECONDO CARL BARKS
Il nome di questo genio, occultato per anni dietro a quello di Walt Disney, è Carl Barks: un nome che paradossalmente è venuto alla luce solo quando lui stava andando in pensione e solo grazie alla tenacia dei cosiddetti “fans”, singolare categoria di individui abituati a individuare ed estrarre le gemme dalla marmellata dell’omologazione.
A Barks (1901-2000) abbiamo già dedicato un articolo anni fa (cfr. CHARTA n.39, marzo-aprile 1999) e a quello rinviamo, dandone qui una sintesi ridotta all’osso: oscuri inizi di vignettista – arrivo tardivo (a trentacinque anni passati) allo Studio Disney – sceneggiatore di cortometraggi a cartoni animati – passaggio dallo Studio Disney alla casa editrice Western Printing & Lithographic Co. e presa in carico del personaggio di Donald Duck.
Da questo momento ha inizio l’incredibile massa di più di seicento storie distribuite nell’arco di un quarto di secolo, dal 1942 al 1967, in cui Barks riesce a dare a Paperino non solo un carattere più definito e ricco di sfumature ma anche una famiglia di comprimari alla sua altezza: incominciando dallo Zio Paperone, un personaggio che sta alla pari con i grandi avari di Molière e di Dickens, per proseguire con il fortunatissimo cugino Gastone, Nonna Papera e una pletora di personaggi minori.
Ma perché ritornare su di lui, a quindici anni dalla sua scomparsa? Perché le sue storie offrono spunti per molti argomenti, riconducibili sostanzialmente a due grandi temi: la radiografia del piccolo mondo provinciale a cui Paperino appartiene e la fantasia scatenata della grande avventura in contrade mitiche o comunque remote in cui il papero viene spesso proiettato, in compagnia dei suoi tre nipotini e dello Zio Paperone.
Riservandoci di parlare di questo secondo tipo di storie in altra futura occasione, ritagliamo adesso all’interno del primo gruppo un nucleo di titoli propizi al clima di questa parte dell’anno: il Natale.
CARL BARKS, LE STORIE DI NATALE
Le “Christmas Stories” di Carl Barks rappresentano un nucleo ben individuato all’interno di tutte quelle che si svolgono a Duckburg (la nostra Paperopoli), una cittadina di provincia che può essere in qualunque angolo della grande America rurale. Prima di parlarne, però, si impone una precisazione: dal 1944, come si è detto, Carl Barks lavora per la Western Printing, che ha la licenza dei personaggi Disney per gli albi a fumetti. Si tratta di albi diretti ai giovanissimi e la casa editrice non vuole certo mettere a rischio il suo contratto con Disney, sicché esercita su tutti gli autori un controllo e una censura di ferro.
All’interno del Carl Barks bonario, rooseveltiano e “all american” si nasconde però un mister Hyde politicamente scorretto, che più di una volta lo mette in difficoltà con i committenti. Ci torneremo fra poco. Per il momento limitiamoci a dire che alcune delle storie natalizie sono fra le meno interessanti, perché viziate alla base da un eccesso di zuccheri che le rende quanto meno banali: e non c’è dubbio che questo avvenga su pressione degli editori, perché sono decisamente anomale nel corpus complessivo delle storie barksiane.
La cosa è particolarmente avvertibile in quelle che dal 1945 al 1949 sono realizzate per un accordo fra la Western e la Firestone, che le distribuisce gratuitamente ai suoi clienti come strenna natalizia per i bambini: sono più brevi delle altre e mettono in moto in Paperino e nei nipotini un meccanismo psicologico che oggi definiremmo smaccatamente “buonista” (con tutta la negatività che il termine comporta).
Eppure, paradossalmente, è proprio da questi stessi “ingredienti” che nasce una delle storie più lunghe e più belle dell’autore, se non la più bella in assoluto: A Christmas for Shacktown (1952), nota da noi come Paperino e il ventino fatale. Come si spiega questo paradosso?
Semplice: il “buonismo” è soprattutto nell’incipit, con i tre nipotini che passano attraverso un quartiere degradato, rendendosi conto delle condizioni in cui vivono altri bambini e del triste Natale che stanno per passare; ma una volta avviata la storia Carl Barks mette in moto una girandola di trovate degna della miglior tradizione della commedia brillante e del cinema comico americano, in cui ogni “dramatis personae” (Paperino, i nipotini, Paperina, Zio Paperone, Gastone) dà il meglio di sé.
Inoltre, pur assolvendo l’obbligo dell’“happy end” di rito, l’autore lo accompagna con il surreale sberleffo finale dello Zio Paperone che piange sulla quantità di anni che gli saranno necessari per tornare in possesso delle sue smisurate ricchezze. Per la cronaca, nella prima edizione italiana Shacktown (“Baraccopoli”) diventa “il sobborgo Agonia”: un termine che insieme al cambio del titolo della storia dimostra quanto la Mondadori di allora sapesse scegliere con cura i collaboratori anche per compiti più occulti come quello delle traduzioni.
All’epoca del “ventino fatale”, comunque, Carl Barks aveva già dato prova di grande ricchezza inventiva e gran senso del ritmo con Letter to Santa (1949), ovvero Paperino e la scavatrice, in cui ci sono uno straordinario tributo allo splastick, con Paperino e Zio Paperone che si prendono a “saccate” di monete, e un epico duello fra scavatrici che vale più di tutti gli scontri di oggi fra i supereroi della Marvel. E prima di passare oltre merita ancora una citazione You can’t guess (1950), ovvero Paperino e i doni inattesi, che non risparmia una critica ante litteram al consumismo scatenato dalla corsa ai regali di Natale.
CARL BARKS: CENSURE
Abbiamo citato prima lo stevensoniano mister Hyde, come progenitore di un Carl Barks tutto diverso, che illumina di bagliori sulfurei il suo mondo bonario. Di questo secondo Barks la Western Printing ha censurato alcune delle storie più belle, eliminando per esempio con la scusa ufficiale di una eccessiva violenza alcune tavole di Back to the Klondike (Zio Paperone e la stella del Polo, 1953) che cambiavano la personalità del vecchio avaraccio rendendolo apparentemente “buonista” ma al contempo più ambiguo; o addirittura, in un paio di casi, rifiutando la pubblicazione di intere storie, venute alla luce solo decenni più tardi grazie alla caparbietà dei fans.
Una di queste storie “sepolte vive”, realizzata nel 1946, riguarda proprio il Natale e ci riporta al nostro tema di oggi. Non ha titolo inglese poiché all’epoca le storie di dieci tavole, destinate al settimanale “Walt Disney’s Comics and Stories”, erano intitolate tutte semplicemente Donald Duck, ma in Italia è conosciuta come Paperino e il canto di Natale. Che cosa raccontava di così riprovevole da scatenare i timori della Western Printing?
In un incipit che purtroppo è andato in parte perduto, il nostro papero è vittima di un eccesso di spirito natalizio, e nel tentativo di trasmetterlo ai suoi simili decide di cantare sotto le finestre del vicinato Stille Nacht, classica carola natalizia. Va da sé che le reazioni dei vicini sono tutt’altro che benevole (“Gran Dio! Questi suoni vengono da esseri viventi!?”), e in particolare lo sono quelle del signor Jones (un personaggio che ricorre in altre storie di Carl Barks).
Costui, dopo aver tentato inutilmente di zittire il papero molesto con un crescendo di reazioni sempre più violente, lo sequestra e lo costringe a cantare a squarciagola Stille Nacht per tutta la notte di Natale, pungolandogli il sedere con una “bacchetta elettrificata”.
Nell’immediato dopoguerra l’imperativo del “politicamente corretto” era molto meno vincolante di oggi, ma in effetti una scarica nel sedere era una cosa un po’ eccessiva e la storia era finita in un cassetto della casa editrice, uscendone solo alla metà degli anni Settanta (e all’inizio degli Ottanta in Italia).
Se fosse andata perduta sarebbe stato un gran peccato, perché vi si trovano alcuni dei migliori esempi della maestria grafica e caricaturale di Barks, un aspetto della sua arte di cui non abbiamo ancora parlato: si vedano le facce di Paperino che canta a squarciagola, che viene colpito da corpi contundenti o gonfiato come una fisarmonica, che si ritrova col becco suggellato da un barattolo di allume: per non parlare dell’ultima vignetta, giocata in silhouette, che lascia immaginare di tutto e di più.
Sì, caro e geniale mister Carl Barks, forse mister Hyde ti aveva preso un po’ la mano ma a conti fatti ti siamo grati anche di questo. Buon Natale o Merry Christmas, ovunque ti trovi; a te e ai milioni di giovani e meno giovani che amano le tue storie.
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